Imprenditori che propongono nuovi prodotti o servizi e che cercano nuovi mercati

di Nicola SALVAGNIN

imprenditori

Poi, alla fine, la differenza la fanno gli imprenditori. Ci può essere un governo assai decisionista in tema di ripresa economica; decreti e disegni legge possono inondare le aule parlamentari e la vita reale; convegni ed economisti possono indicare tutte le strade possibili, ma appunto adesso tocca agli imprenditori italiani. È il mondo dell’imprenditoria che ora deve fare la sua parte, anche perché non può restare a metà del guado. Chi lo fa, affonda.

È vero: fare impresa in Italia non è certo facile. Troppe leggi e pure confuse, una giustizia civile indegna, costo dell’energia e del denaro superiore ai diretti concorrenti, alcuni territori in mano alle mafie e chi più ne ha… Però non dimentichiamo che l’Italia è la seconda economia industriale d’Europa dopo la Germania; almeno al Nord i suoi numeri sono da record mondiale; produce beni e servizi esportati in ogni dove.

Qui sta il punto. Ad oggi il mondo economico, quello specifico dell’impresa, appare spaccato in due, tra chi lavora con l’estero e sta sfruttando bene la chance della globalizzazione dei mercati; e chi soffre perché il suo unico mercato è l’Italia, Paese con i consumi più gelidi di un freezer.

Almeno così la vulgata. Ma a guardare bene, non è solo una questione di mercati di riferimento. Il nocciolo sta nel prodotto: se è buono, nuovo, interessante per il consumatore, al giusto prezzo, questi si affermerà a Benevento come a Tokyo. E allora tocca partire proprio dal cuore della questione: quanto gli imprenditori italiani sono abili, coraggiosi e intraprendenti; e quanti tirano a campare scaricando tutta la competitività sul costo del personale (leggi: licenziamenti, peggioramento o sfruttamento delle condizioni dei lavoratori) o cercando mammelle pubbliche dalle quali nutrirsi?

La questione è diventata palese nei giorni scorsi. Confindustria ha pubblicamente dichiarato: caro Monti, taglia pure le decine di miliardi di euro che lo Stato passa alle aziende tramite sgravi, facilitazioni, contributi vari. Tanto sono spesso inutili. Parole dette mentre il governo s’apprestava – ahinoi – a tagliare deduzioni e detrazioni agli italiani.

È vero. Le analisi economiche dicono che il denaro che dallo Stato giunge alle imprese, solo in minima parte è fertile. Il resto è pioggia che cade nel deserto. Ma è anche la poca acqua che disseta una miriade di aziende altrimenti destinate a chiudere i battenti o a essere meno competitive. È anche questo lo Stato “assistenzialista”: quello che ha beneficato per anni un primario gruppo nazionale come la Fiat con stabilimenti gratuiti o incentivi alle rottamazioni, temendo ricadute occupazionali o addirittura la perdita della principale realtà industriale italiana.

Ha funzionato? Proprio il caso Fiat dice che no, non è questa la strada giusta. L’azienda torinese ha trovato la salvezza con altre strade, ma non con quella dell’innovazione di prodotto. Tra qualche anno Fiat in Italia non ci sarà più, e forse non ci saranno nemmeno più auto Fiat, così come non ci sono più da tempo la chimica e la siderurgia di Stato, e come tra un po’ non ci saranno più tutte quelle aziende che prosperano sotto l’ombrello di una spesa pubblica incontrollata e “generosa”.

C’è invece un’Italia che investe, che propone nuovi prodotti o servizi, che cerca nuovi mercati. Un’Italia dinamica, spesso all’avanguardia mondiale, fatta non solo di vestiti chic e di vini pregiati, ma pure di macchine per i processi industriali, di brevetti farmaceutici, di cantieristica al top.

Spesso noi italiani ricordiamo il prestigio delle nostre griffe, l’immateriale di lusso; dimenticando che la migliore automobile del mondo si fa in provincia di Modena. Abbiamo banche e assicurazioni di ottima qualità, un agroalimentare unico al mondo, l’abilità artigianale coniugata con un rigore produttivo che altri ci invidiano.

Il problema casomai è un altro: fare sistema, usare il marchio Italia come rompighiaccio, aiutare le piccole e medie aziende italiane di successo a diventare grandi. Perché pochissime lo sono, e ai giochi dei grandi si può partecipare solo se si diventa grandi.

Il governo Monti – e in particolare il ministro Passera – queste cose le sa bene e sta lavorando alacremente proprio su questo fronte. Peccato che la sabbia nella sua clessidra sia ormai al termine, ma la strada è tracciata per futuri leader politici di buona volontà. E lungimiranza.

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