In Cattolica l’ex premier britannico ha parlato di “Fede e globalizzazione”

di Rosangela VEGETTI

Tony Blair

L’ex-premier britannico Tony Blair ha compiuto a Milano la terza tappa di un tour italiano che lo ha portato già a Roma e Bologna, e che lo vedrà a Venezia il 30 novembre prossimo, per sollecitare i grandi atenei ad aprire dibattiti corsi di formazione sul valore e l’incidenza della religione nel mondo globalizzato.

All’Università Cattolica è stato accolto da un folto pubblico, presentato dal rettore professor Lorenzo Ornaghi e da Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione Sussidiarietà, e ha spiegato l’impegnativo percorso suo personale e della Tony Blair Faith Foundation in un intervento dal titolo “Fede e globalizzazione”.

«Non ci sarà pace nel mondo se prima non si comprenderà il ruolo della religione», ha esordito. Questo provoca sconcerto negli ambienti politici e in molti ceti culturali, per i quali sembrava essere del tutto superato il tempo in cui la religione era anima e guida dei popoli e degli Stati. Infatti le previsioni – sviluppate negli scorsi decenni – di un calo delle religioni nel mondo, a misura della crescita economica e politica delle varie popolazioni, sono state del tutto smentite, tanto che attualmente si può ben dire che il conflitto si apre sul piano delle religioni e non su quello ideologico.

«Non sono solo le azioni del terrorismo a doverci allarmare – ha continuato Blair -, ma l’estremismo che promuove la persecuzione della minoranze religiose», non solo quelle cristiane: sono raddoppiati i Paesi teatro di restrizioni governative e di ostilità a sfondo religioso. Permangono quanti insistono a ritenere le religioni in sé causa di tanti mali e ne auspicano l’abbandono definitivo. «Eppure questo è uno sforzo inutile. Per milioni di persone la fede non si misura in pregiudizio, intolleranza o violenza, ma in amore, compassione, nel desiderio e nell’impegno per costruire un mondo più giusto e umano. Questo è il vero volto della fede, ed è ciò che spinge la Chiesa a essere così attiva nel fornire assistenza sanitaria in Africa, salvando migliaia di vite, o porta l’Unione Superiore Maggiori d’Italia a combattere il terribile traffico di esseri umani».

Le sfide del nostro tempo sono chiare per Blair e richiedono interventi di formazione e iniziative politiche perché la fede motiva e spinge la gente a comportarsi in maniera democratica, rispettando la dignità e la libertà di tutti, a prescindere dal credo religioso. In un mondo ormai globalizzato si chiede ai credenti di essere aperti e accoglienti gli uni verso gli altri: questo non solo per dettami di fede, ma perché ciò favorisce la buona politica. «È qui che la progettazione e il radicamento delle misure di protezione costituzionali non bastano se i leader religiosi e politici non educheranno il loro elettorato ai diritti delle minoranze religiose. È necessario un impegno per la dignità umana attraverso azioni concrete». Tutti sono qui chiamati a fare la loro parte per preparare le nuove generazioni di politici, intellettuali e dirigenti a guardare al mondo anche attraverso il loro credo profondo.

«Tutto ciò che ha a che fare con la fede e con il suo effetto sul mondo geo-politico deve essere portato a un livello d’indagine più alto e più acuto. Deve essere chiaro e di dominio pubblico; deve essere presente nelle nostre università e nelle nostre scuole, dove l’educazione al rispetto degli altri è cruciale, e nell’arena dello scambio politico». Con questo obiettivoBlair ha firmato un’intesa di programma con il Ministero dell’Istruzione per un programma di dialogo interreligioso da introdurre nelle scuole del nostro Paese.

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