Ernesto Savona (Transcrime): piuttosto che chiudere, occorre provare a salvare la produzione e i lavoratori

Carabinieri

Negli ultimi 30 anni sono quasi 2 mila le aziende confiscate alle mafie in Italia da parte delle forze dell’ordine e dalla magistratura. Lo studio condotto da Transcrime, Centro di ricerca dell’Università cattolica e dell’Università di Trento, per il Ministero dell’Interno – PON Sicurezza (www.investimentioc.it) fornisce un’esaustiva analisi delle aziende confiscate, ma allo stesso tempo offre anche qualche spunto di riflessione sulla loro gestione.

«La confisca delle aziende mafiose si è rivelata uno strumento cruciale nella lotta alla criminalità organizzata in Italia ed è auspicabile che tale strumento venga usato sempre più ampiamente anche negli altri Paesi europei – spiega Ernesto Savona, direttore di Transcrime -. Ma sull’aspetto della gestione di queste aziende si può fare ancora molto, per provare a mantenere le imprese produttive nella legalità e non perdere posti di lavoro».

Incrociando i dati disponibili di un campione rappresentativo di aziende confiscate con informazioni dei registri delle imprese, è possibile effettuare una stima dello stato di attività delle aziende finora confiscate. Al momento, delle aziende analizzate, solo il 15-20% è ancora attivo sul mercato, circa il 60% delle aziende è stato liquidato o è in liquidazione, mentre almeno il 10% è fallito. In media la liquidazione sopraggiunge dopo oltre 3 anni dalla confisca definitiva, che per alcuni casi si estende oltre i 15 anni e non risultano grandi differenze a livello di settore di attività e di regione di appartenenza.

«A parte le considerazioni che riguardano la competitività delle imprese mafiose una volta confiscate – spiega Savona – risulta chiaro da queste prime analisi che la gestione delle aziende confiscate rischia di essere soltanto finalizzata al mantenimento degli amministratori e non a quello delle aziende e dell’occupazione». «Per invertire questo ciclo – conclude Savona – occorre spostare la gestione delle aziende confiscate dai professionisti dell’amministrazione giudiziaria a manager di impresa. In questo modo si eviterebbero gli scandali, di questi giorni, di amministratori che sono super pagati per far morire le imprese».

Per conoscere come le organizzazioni mafiose si distribuiscono sul territorio italiano è stato creato l’indice di presenza mafiosa (Ipm). L’Ipm misura sinteticamente dove e chi, tra le organizzazioni criminali mafiose, opera sul territorio nazionale. Le mappe sono su base comunale e distinguono tra Cosa nostra, Camorra, ’ndrangheta, criminalità organizzata pugliese e altre organizzazioni criminali mafiose italiane (ad esempio Stidda, Basilischi). L’Ipm, oltre a confermare il forte controllo criminale nelle aree di tradizionale insediamento, ha riscontrato una forte presenza mafiosa in alcune zone del Nord-Ovest e del Centro Italia. A livello regionale, Lazio, Liguria, Piemonte, Basilicata e Lombardia fanno infatti registrare una marcata presenza di organizzazioni criminali. A livello provinciale, Roma si colloca in 13a posizione, Imperia in 16a, Genova è 17a, Torino 20a, Latina 25a e Milano 26a.

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