«Venite a vedere», ha detto il parroco di Rosarno ai giornalisti all'indomani delle violenze. La Chiesa, nella città calabrese, non ha mai smesso di far sentire la propria voce.

di Filippo CURATOLA direttore del settimanale diocesano di Reggio "L'Avvenire di Calabria"
Redazione Diocesi

I fatti, per intere giornate, sono stati offerti allo sguardo di tutti, in Italia e nel mondo.
Orrende le immagini che entravano nelle case dagli schermi televisivi: i tuguri di quei poveri africani, le condizioni di vita indegne di animali dentro cui invece erano esseri umani a trovarsi prigionieri, l’assurdità di un lavoro nero, come quanto altri mai, e massacrante, retribuito con salari da elemosina, sottoposti per di più a ulteriori tagli per ordine del caporalato.
Choccanti le altre immagini che registravano la rivolta violenta degli immigrati, lo sfascio contro tutto ciò che incontravano, fossero anche persone; tremende le urla degli uni contro gli altri, l’odio che traspariva dai volti, il reciproco rifiuto d’una convivenza divenuta intollerabile.
Tristissimi gli scenari di quella rapida fuga impensata verso lidi ritenuti migliori.E – oltre le immagini – le parole che raccontavano i risvolti d’una pagina tragica dell’Italia di oggi, gli abissi del Sud: la notizia d’una ragazza di Rosarno aggredita, gli spari dei rosarnesi agli immigrati� dalle strade, dagli usci, dai balconi. E i commenti, il diffuso sospetto di un ruolo della �ndrangheta; la certezza, in ogni caso acquisita, d’una Rosarno razzista. Il chiudersi dei sipari e l’aprirsi di panorami impensati.
Fino a che… “Non ci sto!” disse qualcuno “non ci sto a che un popolo passi per razzista se non lo è. E Rosarno non lo è”. I fatti, per intere giornate, sono stati offerti allo sguardo di tutti, in Italia e nel mondo. Orrende le immagini che entravano nelle case dagli schermi televisivi: i tuguri di quei poveri africani, le condizioni di vita indegne di animali dentro cui invece erano esseri umani a trovarsi prigionieri, l’assurdità di un lavoro nero, come quanto altri mai, e massacrante, retribuito con salari da elemosina, sottoposti per di più a ulteriori tagli per ordine del caporalato.Choccanti le altre immagini che registravano la rivolta violenta degli immigrati, lo sfascio contro tutto ciò che incontravano, fossero anche persone; tremende le urla degli uni contro gli altri, l’odio che traspariva dai volti, il reciproco rifiuto d’una convivenza divenuta intollerabile.Tristissimi gli scenari di quella rapida fuga impensata verso lidi ritenuti migliori.E – oltre le immagini – le parole che raccontavano i risvolti d’una pagina tragica dell’Italia di oggi, gli abissi del Sud: la notizia d’una ragazza di Rosarno aggredita, gli spari dei rosarnesi agli immigrati� dalle strade, dagli usci, dai balconi. E i commenti, il diffuso sospetto di un ruolo della �ndrangheta; la certezza, in ogni caso acquisita, d’una Rosarno razzista. Il chiudersi dei sipari e l’aprirsi di panorami impensati.Fino a che… “Non ci sto!” disse qualcuno “non ci sto a che un popolo passi per razzista se non lo è. E Rosarno non lo è”. La voce del parroco don Ascone: «Venite a vedere» A dirlo proprio a noi al telefono fu in quei giorni roventi una voce conosciuta, quella di un parroco del luogo, il più longevo fra tutti, don Memè Ascone.Lo chiamammo per capire di più, per sapere, per entrare in qualche modo dentro risvolti sconosciuti, dentro panorami ignorati dalle telecamere, dentro storie dimenticate. (A Rosarno io stesso, un tempo, ero stato per 4 anni accanto ai ragazzi del Liceo insegnando filosofia. E avevo conosciuto giovani tutt’altro che razzisti�).”Vieni – mi disse don Memé – vieni e vedi”.Mi ci recai.E posso ora raccontarvi l’altro volto di questa storia crudele. Un volto sostanzialmente ignorato. Noi stessi – dinanzi al crudo racconto mass mediatico di quei giorni – scrivemmo che più di tutto ci aveva inquietato il silenzio dentro cui le condizioni disumane di quella povera gente erano state sepolte. Da vent’anni ormai. Un silenzio che colpiva, scrivemmo, anche la chiesa.Recatici a Rosarno, ci siamo dovuti ricredere. Lo facciamo ben volentieri riportando l’altro volto di questa storia emerso da un lungo colloquio con don Memè Ascone che ci ha fatto vedere con i nostri occhi e ci ha chiarito un mondo di cose. E ci ha fatto capire perché la gente di Rosarno oggi é semplicemente indignata: contro la Rai, soprattutto, ma contro pressocché tutti i mass media; indignata contro le istituzioni e desiderosa di far sentire in qualche modo lo spessore del suo sdegno con qualche gesto plateale in qualche pubblica prossima occasione… Lo stupore per uno scenario impensato Don Memè mi mostra alcune foto, articoli di giornale, fogli. Dapprima sbircio sbalordito le foto. Una marea di immigrati in chiesa, altrove lunghissime tavolate, presepi viventi con immigrati protagonisti, lavande dei piedi, Vie crucis con loro in prima fila�Prendo in mano la pagina del giornale.Faccio scorrere sotto i miei occhi quell’intera pagina 16 de Il Domani. Anno 2002. Si racconta di una trasmissione televisiva di una rete locale, Cinquestelle. Dinanzi alle condizioni disumane di quei poveri immigrati, don Memè – dopo essersi recato presso tutte le Istituzioni locali, provinciali e regionali (come del resto aveva fatto anche l’altro parroco don Pino Varrà) per sottoporre il problema e chiedere soluzioni urgenti – constatata la sostanziale inerzia e inefficienza della pubblica amministrazione, sente il dovere di gridare contro quello scempio e a sostegno degli ultimi. Fa venire a Rosarno le telecamere di Cinquestelle, perché riprendano e denuncino il problema. Lo fanno in una seguitissima trasmissione. Ma, lungo quella trasmissione, accade l’imprevisto: interviene telefonicamente il sindaco del tempo, Giuseppe Lavorato, si scaglia con veemenza contro la trasmissione e l’accusa di essere tutta una montatura, sostenuta “da quel prete” (così lo definisce) che non fa altro che odiare i comunisti. Il giorno dopo la gente di Rosarno si solleva a sostegno del parroco. Un manifesto – “Lettera aperta al sindaco” – viene affisso in tutta la città e letto anche nelle chiese al termine delle Messe domenicali. La gente si schiera a fianco di “quel prete” dicendo al sindaco che non avrebbe dovuto fare quell’intervento infelice. Cinquestelle torna a Rosarno e riprende con le telecamere quanto le parrocchie facevano per gli immigrati: le mense (fino a 1.500 immigrati), i vestiti, le coperte, i cibi portati nei luoghi delle loro dimore – in tanti addirittura si faceva a turno per recarsi alle quattro del mattino (ripeto, alle quattro del mattino!) a portare a quella povera gente un té caldo coi biscotti prima che cominciassero la raccolta delle arance – le celebrazioni in chiesa con la presenza da protagonisti di tanti africani, le foto dei presepi viventi con gli emigrati a fare la parte dei pastori, le celebrazioni dell’Ultima Cena del Giovedi santo con loro a fungere da apostoli ai quali don Memè lavava e baciava i piedi� Vengono offerti ai telespettatori gli scenari di un panorama impensato. Anche questa volta il sindaco Lavorato telefona, ma per compiacersi e dire che quella é la “Rosarno vera”; senza, tuttavia, avvertire il bisogno di scusarsi con quel prete alla cui presenza era totalmente legata tutta quella “Rosarno vera”. La Chiesa parla con i fatti Dinanzi a quella plateale scandalosa omissione – dimenticata purtroppo da tutti – la chiesa, vistasi impotente, continuò a fare ciò che è dentro la sua stessa natura: stare accanto agli ultimi e lenire con la fraternità dell’amore e i gesti del buon samaritano le piaghe di quella gente.Per questo è assurdo oggi dire che anche la chiesa ha taciuto, o credere che il popolo di Rosarno sia razzista. Le vicende della storia sono complesse, ma bisogna avere l’onestà – una volta riusciti a conoscere la verità dei fatti – di gridarla e diffonderla senza paura. – – – Il commento di don Chiari:”La carità verso gli stranieridivide i cristiani”

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