Redazione

Dopo un anno, il 2009, segnato da un doppio triste record (72 suicidi dietro le sbarre, il livello più elevato di detenuti dal dopoguerra), all’inizio del 2010 il governo ha finalmente approvato il piano-carceri per far fronte al sovraffollamento delle patrie galere per adulti. Il documento presentato il 13 gennaio dal ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, poggia su quattro pilastri. Anzitutto, saranno costruiti nuovi penitenziari e ristrutturati quelli vecchi, con l’obiettivo di portare la capienza del sistema carcerario a 80 mila posti, 20 mila in più dell’attuale. Poi, in virtù della dichiarazione dello stato di emergenza, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, nominato commissario delegato all’edilizia penitenziaria, potrà procedere in deroga alle ordinarie competenze, velocizzando procedure e semplificando le gare d’appalto. Inoltre, sarà potenziato l’organico della polizia penitenziaria, con l’assunzione di 2 mila nuovi agenti. Infine, «per consentire una progressiva diminuzione della popolazione carceraria» verranno introdotte “misure deflattive”: sarà possibile scontare l’ultimo anno di pena residua ai “domiciliari” e potranno scontare la pena in prova presso i servizi sociali, cioè fuori dal carcere, le persone imputabili per reati fino a tre anni.
Il piano è adeguato alla situazione? Luciano Eusebi, professore di Diritto penale all’Università cattolica di Milano, non nasconde la sua perplessità. «Trovo la strategia complessiva inadeguata – sostiene -. Mentre noi pensiamo di costruire nuove carceri e di ampliare quelle esistenti, in Europa molti Paesi hanno messo una moratoria sull’edilizia penitenziaria. Non certo perché sono più buonisti di noi, ma perché sanno che non funziona: quando si aumentano i posti-carcere, crescono anche i detenuti». Dopo un anno, il 2009, segnato da un doppio triste record (72 suicidi dietro le sbarre, il livello più elevato di detenuti dal dopoguerra), all’inizio del 2010 il governo ha finalmente approvato il piano-carceri per far fronte al sovraffollamento delle patrie galere per adulti. Il documento presentato il 13 gennaio dal ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, poggia su quattro pilastri. Anzitutto, saranno costruiti nuovi penitenziari e ristrutturati quelli vecchi, con l’obiettivo di portare la capienza del sistema carcerario a 80 mila posti, 20 mila in più dell’attuale. Poi, in virtù della dichiarazione dello stato di emergenza, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, nominato commissario delegato all’edilizia penitenziaria, potrà procedere in deroga alle ordinarie competenze, velocizzando procedure e semplificando le gare d’appalto. Inoltre, sarà potenziato l’organico della polizia penitenziaria, con l’assunzione di 2 mila nuovi agenti. Infine, «per consentire una progressiva diminuzione della popolazione carceraria» verranno introdotte “misure deflattive”: sarà possibile scontare l’ultimo anno di pena residua ai “domiciliari” e potranno scontare la pena in prova presso i servizi sociali, cioè fuori dal carcere, le persone imputabili per reati fino a tre anni.Il piano è adeguato alla situazione? Luciano Eusebi, professore di Diritto penale all’Università cattolica di Milano, non nasconde la sua perplessità. «Trovo la strategia complessiva inadeguata – sostiene -. Mentre noi pensiamo di costruire nuove carceri e di ampliare quelle esistenti, in Europa molti Paesi hanno messo una moratoria sull’edilizia penitenziaria. Non certo perché sono più buonisti di noi, ma perché sanno che non funziona: quando si aumentano i posti-carcere, crescono anche i detenuti».

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