Massimiliano, 29 anni, metalmeccanico, venuto dal Sud in cerca di fortuna, oggi senza lavoro in Brianza


Redazione

«Sono giovane. Un altro lavoro, lo troverò, anche se sarà meno pagato e probabilmente più precario. Ma so che non potrò più fare la vita di prima. Senza dubbio dovrò rinunciare a questa casa».
Già, la casa. Era questo il sogno di benessere di Massimiliano Geraci, 29 anni, operaio metalmeccanico, venuto dal Sud in cerca di fortuna. Un sogno piccolo piccolo che la crisi gli ha portato via. Il posto sembra una cartolina. Centoventi metri quadrati in una corte ristrutturata nel centro storico di Oggiono, paese della Brianza lecchese. Né una reggia né un buco, con il lago di Annone davanti e le cime aguzze del Resegone sullo sfondo.
«Dopo tanti anni di stipendi da fame, finalmente mi sembrava di aver imboccato la strada giusta – racconta Massimiliano -. Ed è stato così che io e mia moglie, Consuelo, ci eravamo fatti questa fantasia: lasciare l’appartamentino in affitto che era un pozzo senza fondo e farci un casa di proprietà, quattro mura tutte nostre, dove crescere Giada che nel 2006 era appena nata, e dove ospitare anche i miei, quando venivano a trovarci dalla Sicilia».
Non è vero, però, che i sogni non costano niente. Quello di Geraci aveva un prezzo: 150 mila euro, per l’esattezza. «I soldi non li avevo e ho chiesto un prestito alla banca che alla fine mi aveva concesso un mutuo. Certo, le rate erano pesanti, 920 euro al mese per 30 anni, ma allora di soldi me ne entravano tanti». Grazie, per la verità, a uno stipendio gonfiato dai fuoribusta, dalle trasferte, ma soprattutto da un sistema di pagamento – in gergo paga globale – che scarica sul lavoratore il versamento dei contribuiti Inps. I conti alla fine del mese, insomma, tornavano. Fino a quando le cose hanno cominciato a prendere una brutta piega.
Dal 2004 Massimiliano lavorava per una società subappaltatrice della Ato Presse, aziende meccanica di Lecco, specializzata nello stampaggio dei metalli. La Ato acquistava all’estero, soprattutto in Russia, le presse per stampare il ferro, le riparava e le rivendeva. Quando il mercato è crollato, non è più riuscita a piazzare le macchine. Così le commesse hanno smesso di arrivare. Niente commesse per la società subappaltatrice, niente lavoro e improvvisamente niente soldi per Geraci.
«Il paradosso è che non mi ha licenziato nessuno, formalmente mi sono licenziato io. Molte piccole aziende fanno così: quando ti assumono ti fanno firmare la lettera di dimissioni. In questo modo, quando non possono più pagarti, ti lasciano a casa dalla sera alla mattina, senza troppi problemi. È un rischio, ma se tutto va bene, alla fine conviene anche al lavoratore che prende di più». Purtroppo, però, a Geraci non è andata così. L’ultimo stipendio è arrivato ad aprile 2009. Mantenere la moglie casalinga e la bambina con un sussidio di disoccupazione più basso della rata del mutuo era matematicamente impossibile.
Quando anche gli ultimi risparmi sono finiti, Geraci si è deciso a bussare alle porte della parrocchia. Il parroco, grazie al Fondo famiglia-lavoro istituito dal cardinale Tettamanzi, lo ha aiutato. Ma anche quel sostegno dopo i primi mesi è finito. «Oggi mi addormento la notte e non so se lavorerò la mattina: tiro avanti con impieghi saltuari nella più totale incertezza. Ma anche se trovassi di nuovo un posto, certamente questa casa non potrò più permetterla. A questo punto non vedo l’ora che arrivi la banca a riprendersela e poter finalmente smettere di pensarci». «Sono giovane. Un altro lavoro, lo troverò, anche se sarà meno pagato e probabilmente più precario. Ma so che non potrò più fare la vita di prima. Senza dubbio dovrò rinunciare a questa casa».Già, la casa. Era questo il sogno di benessere di Massimiliano Geraci, 29 anni, operaio metalmeccanico, venuto dal Sud in cerca di fortuna. Un sogno piccolo piccolo che la crisi gli ha portato via. Il posto sembra una cartolina. Centoventi metri quadrati in una corte ristrutturata nel centro storico di Oggiono, paese della Brianza lecchese. Né una reggia né un buco, con il lago di Annone davanti e le cime aguzze del Resegone sullo sfondo.«Dopo tanti anni di stipendi da fame, finalmente mi sembrava di aver imboccato la strada giusta – racconta Massimiliano -. Ed è stato così che io e mia moglie, Consuelo, ci eravamo fatti questa fantasia: lasciare l’appartamentino in affitto che era un pozzo senza fondo e farci un casa di proprietà, quattro mura tutte nostre, dove crescere Giada che nel 2006 era appena nata, e dove ospitare anche i miei, quando venivano a trovarci dalla Sicilia».Non è vero, però, che i sogni non costano niente. Quello di Geraci aveva un prezzo: 150 mila euro, per l’esattezza. «I soldi non li avevo e ho chiesto un prestito alla banca che alla fine mi aveva concesso un mutuo. Certo, le rate erano pesanti, 920 euro al mese per 30 anni, ma allora di soldi me ne entravano tanti». Grazie, per la verità, a uno stipendio gonfiato dai fuoribusta, dalle trasferte, ma soprattutto da un sistema di pagamento – in gergo paga globale – che scarica sul lavoratore il versamento dei contribuiti Inps. I conti alla fine del mese, insomma, tornavano. Fino a quando le cose hanno cominciato a prendere una brutta piega.Dal 2004 Massimiliano lavorava per una società subappaltatrice della Ato Presse, aziende meccanica di Lecco, specializzata nello stampaggio dei metalli. La Ato acquistava all’estero, soprattutto in Russia, le presse per stampare il ferro, le riparava e le rivendeva. Quando il mercato è crollato, non è più riuscita a piazzare le macchine. Così le commesse hanno smesso di arrivare. Niente commesse per la società subappaltatrice, niente lavoro e improvvisamente niente soldi per Geraci.«Il paradosso è che non mi ha licenziato nessuno, formalmente mi sono licenziato io. Molte piccole aziende fanno così: quando ti assumono ti fanno firmare la lettera di dimissioni. In questo modo, quando non possono più pagarti, ti lasciano a casa dalla sera alla mattina, senza troppi problemi. È un rischio, ma se tutto va bene, alla fine conviene anche al lavoratore che prende di più». Purtroppo, però, a Geraci non è andata così. L’ultimo stipendio è arrivato ad aprile 2009. Mantenere la moglie casalinga e la bambina con un sussidio di disoccupazione più basso della rata del mutuo era matematicamente impossibile.Quando anche gli ultimi risparmi sono finiti, Geraci si è deciso a bussare alle porte della parrocchia. Il parroco, grazie al Fondo famiglia-lavoro istituito dal cardinale Tettamanzi, lo ha aiutato. Ma anche quel sostegno dopo i primi mesi è finito. «Oggi mi addormento la notte e non so se lavorerò la mattina: tiro avanti con impieghi saltuari nella più totale incertezza. Ma anche se trovassi di nuovo un posto, certamente questa casa non potrò più permetterla. A questo punto non vedo l’ora che arrivi la banca a riprendersela e poter finalmente smettere di pensarci».

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