di Francesco CHIAVARINI
Redazione

Lasciare il proprio Paese per paura di essere ammazzati. Attraversare la frontiera sotto copertura affidandosi a qualche passatore. E poi arrivare in un altro Stato, sperando di essere creduti e di ricevere accoglienza e ospitalità, sapendo che in quel sì o in quel no si gioca una partita decisiva. E poi ricominciare da zero in un altro posto.
Simile a quella di molti altri rifugiati politici, questa è la storia di Abdurahman Mohamed Nuz, 61 anni, somalo. Oggi fa il custode in un centro per rifugiati a Milano. E in Italia è riuscito a far arrivare anche la moglie e cinque dei suoi otto figli. In qualche modo, dunque, una nuova vita è riuscito a rifarsela. Ma quello che ancora non riesce a fare è lasciarsi alle spalle il proprio passato: «Vorrei trascorrere gli anni che ancora mi restano nella mia città, Mogadiscio, ma se tornassi ora in Somalia, mi ammazzerebbero».
Nuz, come tutti hanno imparato a chiamarlo in Italia, è stato un colonnello dell’esercito di Siad Barre, il dittatore che tenne in pugno il Paese dal 1969 al 1991 con metodi autoritari, persino brutali, ma che tuttavia assicurò alla Somalia un governo stabile che da allora non c’è più stato. Terminate le scuole, Nuz frequenta l’Accademia militare a Odessa, sul Mar Nero, dove si formavano allora molti quadri dell’esercito somalo negli anni della luna di miele tra Siad Barre e l’Unione Sovietica. Al ritorno a Mogadiscio, con il grado di ufficiale, dirige un’importante officina per la manutenzione di mezzi militari. Dopodiché sale di grado e arriva a ricoprire l’incarico di vice-comandante dell’ufficio di motorizzazione dell’esercito. Carriera, dunque, impeccabile. A 40 anni sposa la sua attuale moglie, di 20 anni più giovane. Una vita secondo il copione delle famiglie dell’alta borghesia somala.
Nel 1991, però, il regime di Siad Barre cade. Il Paese è allo sbando, dominato dai signori della guerra. Per il colonnello Nuz non c’è più molto da fare. Vive per anni alla giornata. Ma il peggio arriva quando le coorti islamiche nel 2006 conquistano Mogadiscio. «Tanti miei compagni dell’esercito, ma anche amici intellettuali, furono imprigionati e giustiziati senza nessun processo – racconta -. Per me era diventato troppo pericoloso farmi vedere in giro».
Per questo il colonnello Nuz decide di fuggire all’estero. Ma, ovviamente, gli serve una nuova identità. Nella Somalia senza governo, c’è qualcuno pronto a dargli una mano, basta pagare. Il biglietto per la salvezza costa 6 mila dollari. Una piccola fortuna. Ma l’organizzazione è impeccabile. Un passatore lo porta in aeroporto, insieme riescono a superare tutti i controlli e sempre insieme si imbarcano prima sull’aereo che li porta ad Abu Dabhi e poi sul volo che dalla capitale dell’omonimo emirato arabo li conduce a Malpensa. Qui l’accompagnatore fa velocemente perdere le proprie tracce e tocca a Nuz cavarsela da solo.
«Dovevo raccontare alle autorità di frontiera la mia storia e convincerli che non ero un clandestino come gli altri, che se mi avessero rimandato indietro, al mio ritorno in Somalia sarei stato immediatamente imprigionato e giustiziato. Allora nemmeno parlavo bene l’italiano. Potete immaginare l’agitazione». Fortunatamente a Malpensa Nuz trova gli operatori dello sportello per richiedenti asilo che lo aiutano a presentare la domanda e lo inseriscono nel percorso di protezione. Da quel momento inizia un lungo itinerario che, grazie al sostegno degli operatori delle cooperative legate alla Caritas Ambrosiana, ha consentito oggi a Nuz di rifarsi una vita in Italia. Lasciare il proprio Paese per paura di essere ammazzati. Attraversare la frontiera sotto copertura affidandosi a qualche passatore. E poi arrivare in un altro Stato, sperando di essere creduti e di ricevere accoglienza e ospitalità, sapendo che in quel sì o in quel no si gioca una partita decisiva. E poi ricominciare da zero in un altro posto.Simile a quella di molti altri rifugiati politici, questa è la storia di Abdurahman Mohamed Nuz, 61 anni, somalo. Oggi fa il custode in un centro per rifugiati a Milano. E in Italia è riuscito a far arrivare anche la moglie e cinque dei suoi otto figli. In qualche modo, dunque, una nuova vita è riuscito a rifarsela. Ma quello che ancora non riesce a fare è lasciarsi alle spalle il proprio passato: «Vorrei trascorrere gli anni che ancora mi restano nella mia città, Mogadiscio, ma se tornassi ora in Somalia, mi ammazzerebbero».Nuz, come tutti hanno imparato a chiamarlo in Italia, è stato un colonnello dell’esercito di Siad Barre, il dittatore che tenne in pugno il Paese dal 1969 al 1991 con metodi autoritari, persino brutali, ma che tuttavia assicurò alla Somalia un governo stabile che da allora non c’è più stato. Terminate le scuole, Nuz frequenta l’Accademia militare a Odessa, sul Mar Nero, dove si formavano allora molti quadri dell’esercito somalo negli anni della luna di miele tra Siad Barre e l’Unione Sovietica. Al ritorno a Mogadiscio, con il grado di ufficiale, dirige un’importante officina per la manutenzione di mezzi militari. Dopodiché sale di grado e arriva a ricoprire l’incarico di vice-comandante dell’ufficio di motorizzazione dell’esercito. Carriera, dunque, impeccabile. A 40 anni sposa la sua attuale moglie, di 20 anni più giovane. Una vita secondo il copione delle famiglie dell’alta borghesia somala.Nel 1991, però, il regime di Siad Barre cade. Il Paese è allo sbando, dominato dai signori della guerra. Per il colonnello Nuz non c’è più molto da fare. Vive per anni alla giornata. Ma il peggio arriva quando le coorti islamiche nel 2006 conquistano Mogadiscio. «Tanti miei compagni dell’esercito, ma anche amici intellettuali, furono imprigionati e giustiziati senza nessun processo – racconta -. Per me era diventato troppo pericoloso farmi vedere in giro».Per questo il colonnello Nuz decide di fuggire all’estero. Ma, ovviamente, gli serve una nuova identità. Nella Somalia senza governo, c’è qualcuno pronto a dargli una mano, basta pagare. Il biglietto per la salvezza costa 6 mila dollari. Una piccola fortuna. Ma l’organizzazione è impeccabile. Un passatore lo porta in aeroporto, insieme riescono a superare tutti i controlli e sempre insieme si imbarcano prima sull’aereo che li porta ad Abu Dabhi e poi sul volo che dalla capitale dell’omonimo emirato arabo li conduce a Malpensa. Qui l’accompagnatore fa velocemente perdere le proprie tracce e tocca a Nuz cavarsela da solo.«Dovevo raccontare alle autorità di frontiera la mia storia e convincerli che non ero un clandestino come gli altri, che se mi avessero rimandato indietro, al mio ritorno in Somalia sarei stato immediatamente imprigionato e giustiziato. Allora nemmeno parlavo bene l’italiano. Potete immaginare l’agitazione». Fortunatamente a Malpensa Nuz trova gli operatori dello sportello per richiedenti asilo che lo aiutano a presentare la domanda e lo inseriscono nel percorso di protezione. Da quel momento inizia un lungo itinerario che, grazie al sostegno degli operatori delle cooperative legate alla Caritas Ambrosiana, ha consentito oggi a Nuz di rifarsi una vita in Italia.

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