Il parere del responsabile del Servizio diocesano per la salute

di Annamaria BRACCINI
Redazione

I vecchi sono sempre di più e i bambini sempre meno. Gli anziani aumentano e con un tasso di denatalità che, per il nostro Paese, è a livelli record nel mondo, è ovvio che il problema sarà, nel futuro breve, inevitabile per la vita della società. E, allora, con questa che non è ormai solo una convinzione diffusa, ma una constatazione quotidiana, la questione si fa stringente anche per la coscienza cristiana. Se è ovvio, infatti, l’impatto che un tale mutamento ha e avrà nel contesto economico e civile, perché non chiedersi – finora lo si è fatto molto poco – quanto la Chiesa, e in specifico la Diocesi di Milano, è in grado di fare in concreto per gestire il rapporto intergenerazionale? Insomma, come comportarsi, in questo ambito, riguardo ai principi della pastorale e delle sue concrete ricadute nella prassi ecclesiale ordinaria? E, ancora, non è forse, il caso di porre nell’agenda delle complesse incognite del cosiddetto “fine vita” (cui è stato dedicato sabato scorso l’importante convegno della Pastorale della salute), anche il prolungamento dell’esistenza umana?
«Ritengo che sia preliminare, per ogni approfondimento serio della questione, acquisire attraverso un’educazione che parta dall’infanzia, la consapevolezza del valore della vita», spiega monsignor Piero Cresseri, responsabile del Servizio per la salute. Che continua: «In una società che oggi pare aver smarrito questo valore, la nostra pastorale deve farsi carico di un tale compito. Troppo spesso assistiamo a episodi negativi, amplificati dai mass media, che incidono fortemente sulla psiche dei ragazzi e dei giovani, portando a reazioni nefaste. Talvolta, nei casi estremi a veri meccanismi di emulazione. In un simile contesto, mi pare che sia particolarmente utile l’attenzione alla presenza dell’anziano, che evidenzi il dono immenso che egli rappresenta per la società nel suo complesso e in particolare per la famiglia. L’esperienza che una vita lunga e vissuta porta con sé, il suo contributo di “memoria storica”, se comunicata e compresa nel suo giusto rilievo, possono divenire “chiavi” preziose per aprire porte di incomunicabilità tra le diverse generazioni».
E le comunità cristiane? «È necessario potenziare la “rete di assistenza”, quella del “prendersi cura” dell’anziano, soprattutto se solo o in difficoltà – risponde Cresseri – ripristinando una significativa presenza in famiglia, come era nei decenni passati. Credo che le nostre comunità debbano essere le prime a potenziare questo impegno, offrendo alle persone avanti con l’età una disponibilità a risolvere problemi anche piccoli, visitandole spesso, ascoltando le loro necessità vitali. Penso anzitutto all’assistenza a coloro che vengono dimessi dagli ospedali, che sono soli e bisognosi di aiuti anche primari, come un semplice accompagnamento a fare la spesa, a espletare pratiche varie».
Come si orienta il vostro Servizio? «Quest’anno, una precisa priorità dell’Ufficio diocesano di cui sono responsabile – sottolinea monsignor Cresseri – è proprio quella di aiutare i rappresentanti dei decanati a coordinare l’opera che svolgono i numerosi gruppi e associazioni di volontariato presenti sul territorio a servizio degli anziani o dei portatori di handicap. Vorrei anche evidenziare l’esigenza che le parrocchie lavorino in collaborazione con le istituzioni pubbliche – in primo luogo gli assessorati e gli assistenti sociali dei Comuni – al fine di assicurare una cura dell’anziano fattiva e tempestiva. Il tutto in una dinamica di sussidiarietà che non intende sostituirsi agli enti preposti, ma vuole promuovere il bene comune».
I ragazzi dei nostri oratori cosa possono fare? «Un impegno deve essere chiesto anche agli educatori degli oratori affinché si sentano chiamati in causa per una formazione della sensibilità nei più giovani, a loro volta, invitati a visitare chi ha i capelli bianchi o è infermo, almeno in tre momenti dell’anno: a Natale, in occasione della Giornata mondiale del malato l’11 febbraio, nei pellegrinaggi e nelle “Giornate del sollievo”». «Infine – conclude monsignor Cresseri -, ma è il punto più importante, dobbiamo tutti ricordarci che il malato non è unicamente, o prevalentemente, oggetto della cura dei "sani" o dei giovani, ma si configura come soggetto di pastorale, in quanto portatore di valori e ricchezze che abbiamo il dovere di riconoscere, in un dialogo umano e in un scambio di esperienze che sia davvero “farsi prossimo” gli uni agli altri». I vecchi sono sempre di più e i bambini sempre meno. Gli anziani aumentano e con un tasso di denatalità che, per il nostro Paese, è a livelli record nel mondo, è ovvio che il problema sarà, nel futuro breve, inevitabile per la vita della società. E, allora, con questa che non è ormai solo una convinzione diffusa, ma una constatazione quotidiana, la questione si fa stringente anche per la coscienza cristiana. Se è ovvio, infatti, l’impatto che un tale mutamento ha e avrà nel contesto economico e civile, perché non chiedersi – finora lo si è fatto molto poco – quanto la Chiesa, e in specifico la Diocesi di Milano, è in grado di fare in concreto per gestire il rapporto intergenerazionale? Insomma, come comportarsi, in questo ambito, riguardo ai principi della pastorale e delle sue concrete ricadute nella prassi ecclesiale ordinaria? E, ancora, non è forse, il caso di porre nell’agenda delle complesse incognite del cosiddetto “fine vita” (cui è stato dedicato sabato scorso l’importante convegno della Pastorale della salute), anche il prolungamento dell’esistenza umana?«Ritengo che sia preliminare, per ogni approfondimento serio della questione, acquisire attraverso un’educazione che parta dall’infanzia, la consapevolezza del valore della vita», spiega monsignor Piero Cresseri, responsabile del Servizio per la salute. Che continua: «In una società che oggi pare aver smarrito questo valore, la nostra pastorale deve farsi carico di un tale compito. Troppo spesso assistiamo a episodi negativi, amplificati dai mass media, che incidono fortemente sulla psiche dei ragazzi e dei giovani, portando a reazioni nefaste. Talvolta, nei casi estremi a veri meccanismi di emulazione. In un simile contesto, mi pare che sia particolarmente utile l’attenzione alla presenza dell’anziano, che evidenzi il dono immenso che egli rappresenta per la società nel suo complesso e in particolare per la famiglia. L’esperienza che una vita lunga e vissuta porta con sé, il suo contributo di “memoria storica”, se comunicata e compresa nel suo giusto rilievo, possono divenire “chiavi” preziose per aprire porte di incomunicabilità tra le diverse generazioni».E le comunità cristiane? «È necessario potenziare la “rete di assistenza”, quella del “prendersi cura” dell’anziano, soprattutto se solo o in difficoltà – risponde Cresseri – ripristinando una significativa presenza in famiglia, come era nei decenni passati. Credo che le nostre comunità debbano essere le prime a potenziare questo impegno, offrendo alle persone avanti con l’età una disponibilità a risolvere problemi anche piccoli, visitandole spesso, ascoltando le loro necessità vitali. Penso anzitutto all’assistenza a coloro che vengono dimessi dagli ospedali, che sono soli e bisognosi di aiuti anche primari, come un semplice accompagnamento a fare la spesa, a espletare pratiche varie».Come si orienta il vostro Servizio? «Quest’anno, una precisa priorità dell’Ufficio diocesano di cui sono responsabile – sottolinea monsignor Cresseri – è proprio quella di aiutare i rappresentanti dei decanati a coordinare l’opera che svolgono i numerosi gruppi e associazioni di volontariato presenti sul territorio a servizio degli anziani o dei portatori di handicap. Vorrei anche evidenziare l’esigenza che le parrocchie lavorino in collaborazione con le istituzioni pubbliche – in primo luogo gli assessorati e gli assistenti sociali dei Comuni – al fine di assicurare una cura dell’anziano fattiva e tempestiva. Il tutto in una dinamica di sussidiarietà che non intende sostituirsi agli enti preposti, ma vuole promuovere il bene comune».I ragazzi dei nostri oratori cosa possono fare? «Un impegno deve essere chiesto anche agli educatori degli oratori affinché si sentano chiamati in causa per una formazione della sensibilità nei più giovani, a loro volta, invitati a visitare chi ha i capelli bianchi o è infermo, almeno in tre momenti dell’anno: a Natale, in occasione della Giornata mondiale del malato l’11 febbraio, nei pellegrinaggi e nelle “Giornate del sollievo”». «Infine – conclude monsignor Cresseri -, ma è il punto più importante, dobbiamo tutti ricordarci che il malato non è unicamente, o prevalentemente, oggetto della cura dei "sani" o dei giovani, ma si configura come soggetto di pastorale, in quanto portatore di valori e ricchezze che abbiamo il dovere di riconoscere, in un dialogo umano e in un scambio di esperienze che sia davvero “farsi prossimo” gli uni agli altri».

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