Le sanzioni fermeranno la corsa al nucleare?

di Romanello CANTINI
Redazione

Il caso Iran, che non è mai stato freddo da un anno a questa parte, si è improvvisamente surriscaldato in pochi giorni. Il clima intorno a Teheran e dintorni è diventato caldo per una serie di atti succedutisi rapidamente, e che solo per un bisogno di ottimismo vogliamo continuare a considerare nella loro successione come frutto del caso.
Nell’innata attitudine a compiacere che contraddistingue la sua diplomazia personale, l’onorevole Berlusconi, nella sua recente visita in Israele, non solo ha promesso agli ospiti quell’ingresso in Europa che è un regalo che il nostro presidente porta con sé quasi sempre quando visita un Paese a meno di mille chilometri dal nostro continente; dopo aver mantenuto per mesi un profilo piuttosto basso, alla Knesset Berlusconi ha sostenuto anche che non si potrà mai accettare un’atomica iraniana e ha paragonato, pur senza dirlo esplicitamente, Ahmadinejad a Hitler. Quasi contemporaneamente il presidente iraniano ha annunciato che il suo Paese arricchirà l’uranio fino al 20%, che non è ancora il 90% necessario a costruire l’atomica, ma è già molto più di quel 3% sufficiente a sviluppare il nucleare civile.
Ma è evidente che le autorità iraniane sono in questi giorni preoccupate soprattutto della scadenza della festa nazionale dell’11 febbraio, quando l’opposizione promette di tornare in piazza. Da questo punto di vista, per Khamenei e compagni, giocare d’anticipo con la celebrazione del rito fondante dell’assalto a un’ambasciata serve a togliere l’iniziativa all’opposizione e a cercare di dimostrare, qualora la protesta si muovesse, che essa è al servizio del nemico straniero secondo il vecchio slogan che non arrugginisce mai. Che questa logica appartenga al potere iraniano è risaputo e quindi comprensibile. Che il Governo italiano si presti ad avvalorare quest’insinuazione sull’opposizione che è dalla stessa parte della barricata dello straniero, esasperando i toni e boicottando la festa nazionale, è invece forse un po’ meno convincente.
Il fatto è che, nel lungo tiro alla fune con l’Iran, non si è mai saputo quanto durava la trattativa – e quindi la diplomazia – e quando invece si passava al confronto e alla sanzione. Da mesi, sorrisi e facce dure si alternano anche in poche ore, e non si sa se siano finiti o se mai finiranno gli uni e gli altri.
Anche il presidente Obama è passato molto velocemente dalla carota al bastone. Dopo aver chiesto all’inizio del suo mandato perdono per le anime ormai defunte della Cia che, quasi sessant’anni fa, tramarono contro il povero presidente Mossadeq, per farsi benvolere; dopo aver fatto finta, nel giugno scorso, di non sapere nulla dei brogli elettorali denunciati dall’opposizione per non compromettere il dialogo con il vincitore; infine, dopo aver rinviato la decisioni sulle sanzioni fino a tutto l’anno scorso, ora – quaranta giorni dopo la scadenza dell’ultimatum – Obama afferma che l’Iran sta costruendo l’atomica e che bisogna impedirlo a tutti i costi. Ma il presidente americano arriva a questa scelta perentoria piuttosto impreparato, nonostante non si parli che di sanzioni da almeno due anni.
Ora, purtroppo, anche l’opposizione iraniana non vuole le sanzioni che, se applicate nell’unico modo efficace (quello del blocco del petrolio raffinato), penalizzerebbero gravemente tutta la popolazione. Inoltre neppure la Cina, determinante nel Consiglio di sicurezza, vuole le sanzioni. E non solo perché è diventata ormai il primo partner commerciale di Teheran, ma anche perché lo stesso Obama ha fatto il possibile per farsi dire di “no”, mettendo due dita negli occhi dei cinesi con la vendita di armi a Taiwan e la promessa di ricevere il Dalai Lama.
Obama ha definito l’armamento atomico iraniano con un aggettivo categorico: «inaccettabile». E se quindi anche le sanzioni fallissero? La risposta è più pesante dell’acqua pesante usata per costruire l’atomica. Il caso Iran, che non è mai stato freddo da un anno a questa parte, si è improvvisamente surriscaldato in pochi giorni. Il clima intorno a Teheran e dintorni è diventato caldo per una serie di atti succedutisi rapidamente, e che solo per un bisogno di ottimismo vogliamo continuare a considerare nella loro successione come frutto del caso.Nell’innata attitudine a compiacere che contraddistingue la sua diplomazia personale, l’onorevole Berlusconi, nella sua recente visita in Israele, non solo ha promesso agli ospiti quell’ingresso in Europa che è un regalo che il nostro presidente porta con sé quasi sempre quando visita un Paese a meno di mille chilometri dal nostro continente; dopo aver mantenuto per mesi un profilo piuttosto basso, alla Knesset Berlusconi ha sostenuto anche che non si potrà mai accettare un’atomica iraniana e ha paragonato, pur senza dirlo esplicitamente, Ahmadinejad a Hitler. Quasi contemporaneamente il presidente iraniano ha annunciato che il suo Paese arricchirà l’uranio fino al 20%, che non è ancora il 90% necessario a costruire l’atomica, ma è già molto più di quel 3% sufficiente a sviluppare il nucleare civile.Ma è evidente che le autorità iraniane sono in questi giorni preoccupate soprattutto della scadenza della festa nazionale dell’11 febbraio, quando l’opposizione promette di tornare in piazza. Da questo punto di vista, per Khamenei e compagni, giocare d’anticipo con la celebrazione del rito fondante dell’assalto a un’ambasciata serve a togliere l’iniziativa all’opposizione e a cercare di dimostrare, qualora la protesta si muovesse, che essa è al servizio del nemico straniero secondo il vecchio slogan che non arrugginisce mai. Che questa logica appartenga al potere iraniano è risaputo e quindi comprensibile. Che il Governo italiano si presti ad avvalorare quest’insinuazione sull’opposizione che è dalla stessa parte della barricata dello straniero, esasperando i toni e boicottando la festa nazionale, è invece forse un po’ meno convincente.Il fatto è che, nel lungo tiro alla fune con l’Iran, non si è mai saputo quanto durava la trattativa – e quindi la diplomazia – e quando invece si passava al confronto e alla sanzione. Da mesi, sorrisi e facce dure si alternano anche in poche ore, e non si sa se siano finiti o se mai finiranno gli uni e gli altri.Anche il presidente Obama è passato molto velocemente dalla carota al bastone. Dopo aver chiesto all’inizio del suo mandato perdono per le anime ormai defunte della Cia che, quasi sessant’anni fa, tramarono contro il povero presidente Mossadeq, per farsi benvolere; dopo aver fatto finta, nel giugno scorso, di non sapere nulla dei brogli elettorali denunciati dall’opposizione per non compromettere il dialogo con il vincitore; infine, dopo aver rinviato la decisioni sulle sanzioni fino a tutto l’anno scorso, ora – quaranta giorni dopo la scadenza dell’ultimatum – Obama afferma che l’Iran sta costruendo l’atomica e che bisogna impedirlo a tutti i costi. Ma il presidente americano arriva a questa scelta perentoria piuttosto impreparato, nonostante non si parli che di sanzioni da almeno due anni.Ora, purtroppo, anche l’opposizione iraniana non vuole le sanzioni che, se applicate nell’unico modo efficace (quello del blocco del petrolio raffinato), penalizzerebbero gravemente tutta la popolazione. Inoltre neppure la Cina, determinante nel Consiglio di sicurezza, vuole le sanzioni. E non solo perché è diventata ormai il primo partner commerciale di Teheran, ma anche perché lo stesso Obama ha fatto il possibile per farsi dire di “no”, mettendo due dita negli occhi dei cinesi con la vendita di armi a Taiwan e la promessa di ricevere il Dalai Lama.Obama ha definito l’armamento atomico iraniano con un aggettivo categorico: «inaccettabile». E se quindi anche le sanzioni fallissero? La risposta è più pesante dell’acqua pesante usata per costruire l’atomica.

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