Tra i problemi non c'è solo la crisi, ma soprattutto la progressiva svalutazione della persona. Per rilanciarne la centralità occorre un'attenzione rinnovata. Per questo la Chiesa "alza" la voce, anche attraverso iniziative come il Fondo

di monsignor Eros MONTI Vicario episcopale per la vita sociale
Redazione

C’è stato un tempo in cui l’ingresso nel mondo del lavoro rappresentava una tappa fondamentale del vissuto. Cominciare a lavorare significava iniziare a gestirsi in modo autonomo, ad assumersi responsabilità, a vivere del proprio guadagno, a misurarsi con le proprie capacità e con i propri limiti, a entrare in un complesso di relazioni, interpersonali e sociali, mediate e caratterizzate dal nuovo ruolo acquisito. Diveniva così possibile, via via, spingere lo sguardo in profondità circa il proprio futuro, mettere da parte un po’ di risparmi in vista di un progetto di vita, formare una famiglia e via dicendo.
Perché il lavoro, è vero, non è mai stato il tutto della vita; tuttavia, almeno da alcuni decenni a questa parte, ha rappresentato il modo consueto con cui il suo protagonista, la persona umana, prendeva coscienza di sé, degli altri, del suo essere-nel-mondo e del proprio futuro, verso il quale si andava, consapevoli dei mille ostacoli che si sarebbero incontrati, ma sospinti dall’ideale di poter migliorare almeno quel pezzetto di mondo con cui, attraverso il proprio lavoro, uno aveva quotidianamente a che fare.
Peccato, oggi, dover parlare di queste cose rigorosamente al passato. Oggi, infatti, il lavoro sembra aver perduto, assieme a molte caratteristiche, il suo protagonista: la persona umana. Il lavoro è sempre più considerato in senso oggettivo (quando non addirittura materiale): si parla di produttività del lavoro, di rendimento del lavoro, di domanda e offerta di lavoro, omettendo troppo spesso di riferirsi al suo irrinunciabile protagonista: la persona umana.
Semplice dimenticanza? O forse eccessiva, se non esclusiva attenzione posta ai risultati, così che, alla fine, del lavoro interessa soltanto l’esito, possibilmente in termini rimunerativi? E cosa rispondere al giovane che per l’ennesima volta si sente rispondere «Mi dispiace, di lei non abbiamo bisogno» (oltre il 29 % di disoccupazione giovanile in Italia, livello nettamente più alto degli standard europei: un dato allarmante, che parla da sé) come pure al disoccupato quaranta-cinquantenne ormai non più “spendibile” sull’attuale mercato del lavoro? C’è stato un tempo in cui l’ingresso nel mondo del lavoro rappresentava una tappa fondamentale del vissuto. Cominciare a lavorare significava iniziare a gestirsi in modo autonomo, ad assumersi responsabilità, a vivere del proprio guadagno, a misurarsi con le proprie capacità e con i propri limiti, a entrare in un complesso di relazioni, interpersonali e sociali, mediate e caratterizzate dal nuovo ruolo acquisito. Diveniva così possibile, via via, spingere lo sguardo in profondità circa il proprio futuro, mettere da parte un po’ di risparmi in vista di un progetto di vita, formare una famiglia e via dicendo.Perché il lavoro, è vero, non è mai stato il tutto della vita; tuttavia, almeno da alcuni decenni a questa parte, ha rappresentato il modo consueto con cui il suo protagonista, la persona umana, prendeva coscienza di sé, degli altri, del suo essere-nel-mondo e del proprio futuro, verso il quale si andava, consapevoli dei mille ostacoli che si sarebbero incontrati, ma sospinti dall’ideale di poter migliorare almeno quel pezzetto di mondo con cui, attraverso il proprio lavoro, uno aveva quotidianamente a che fare.Peccato, oggi, dover parlare di queste cose rigorosamente al passato. Oggi, infatti, il lavoro sembra aver perduto, assieme a molte caratteristiche, il suo protagonista: la persona umana. Il lavoro è sempre più considerato in senso oggettivo (quando non addirittura materiale): si parla di produttività del lavoro, di rendimento del lavoro, di domanda e offerta di lavoro, omettendo troppo spesso di riferirsi al suo irrinunciabile protagonista: la persona umana.Semplice dimenticanza? O forse eccessiva, se non esclusiva attenzione posta ai risultati, così che, alla fine, del lavoro interessa soltanto l’esito, possibilmente in termini rimunerativi? E cosa rispondere al giovane che per l’ennesima volta si sente rispondere «Mi dispiace, di lei non abbiamo bisogno» (oltre il 29 % di disoccupazione giovanile in Italia, livello nettamente più alto degli standard europei: un dato allarmante, che parla da sé) come pure al disoccupato quaranta-cinquantenne ormai non più “spendibile” sull’attuale mercato del lavoro? Una prospettiva “alta” Eppure, viene da domandarsi: ma è così difficile avviare un progetto per rilanciare seriamente il lavoro? Che metta in campo le energie, le risorse, intellettuali e non, presenti nel nostro tessuto sociale? Non soltanto qualche incerto tentativo di far incontrare un po’ più chi lo domanda e chi lo offre, ma un’autentica politica per il lavoro, così che più nessuno in quest’ambito si limiti a allargare le braccia alla maniera del commesso del negozio cui chiedono un articolo ormai esaurito: “Mi dispiace, non ce n’è più, torni tra un po’, forse arriva…». Sono davvero terminati del tutto i campi in cui investire, in cui fare ricerca? E, più ancora: è utopico desiderare una società in cui ciascuno possa trovare un’occupazione adeguata? Non per arricchire, ma per vivere, per potersi esprimere, per non rimanere e sentirsi sempre e soltanto di peso agli altri, uno che sarebbe stato meglio che non esistesse?Ecco perché il lavoro ha bisogno di una voce nuova, di respirare aria pura, di una prospettiva alta, di uno slancio innovativo, non di formule perennemente sulla difensiva, vuote o stantie. Perché il lavoro è questione di dignità; una dignità troppe volte rapita o calpestata. Ed ecco perché la Chiesa osa ancora alzare la sua voce. Il lavoro è questione di umanità, di restituire dignità alle persone, prima che diventino solo numeri, da contabilizzare in una colonna piuttosto che in un’altra.Il lavoro, alla fine, è una – non l’unica – risposta alla insopprimibile domanda di senso che abita in ciascuno di noi; la domanda di generare qualcosa attraverso il dispendio di sé che avviene attraverso l’offrire tempo, fatica, un pezzo non irrilevante della propria vita in vista della crescita della storia di qualcun altro, della propria famiglia, della società, di tutti. Perduta la motivazione del lavoro, il suo poter costruire legami nuovi, la sua capacità di far sì che l’umanità possa per suo tramite mettere in comune conoscenze, scoperte, semi autentici di sviluppo, esso si trova ridotto a un prodotto tra i tanti: con un mercato, un prezzo, una contrattazione che lo riguarda e nulla più.Proprio nella prospettiva non soltanto del dare lavoro, ma del restituire dignità a esso, alle persone colpite dalla attuale crisi economica e occupazionale, ma ultimamente di ordine civile e morale, il cardinale Tettamanzi – già nell’omelia della notte del Natale 2008 – istituendo e contribuendo per primo al Fondo Famiglia-lavoro per venire incontro alle famiglie in difficoltà per la perdita del proprio sostentamento, affermava: «Queste risorse non devono essere una forma di assistenzialismo, ma un aiuto affinché chi perde il lavoro non perda anche la propria dignità!».Le sue parole non sono state dette invano, hanno avuto un seguito: positivo, ampio, generoso, anche se ancora moltissimo resta da fare. E la domanda che in quella notte il Cardinale poneva a sé e a tutti – «Io, cosa posso fare?» – deve risuonare ancora a lungo, raggiungere tutti, specialmente quanti hanno responsabilità in ambito lavorativo. Tutti dobbiamo sentirci richiamati a una rinnovata, perenne vigilanza. Perché nel lavoro non è mai in gioco soltanto un posto, ma la dignità di ogni persona e della società tutta.

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