L'epidemia di colera peggiora la situazione già drammatica del dopo-terremoto


Redazione

Ad Haiti, colpita da un’epidemia di colera che ha provocato già oltre 250 morti e più di 3300 contagiati, c’è tanta preoccupazione, ma soprattutto una grande mobilitazione per evitare la diffusione del virus. La paura generalizzata è che la situazione, nei campi di Port-au-Prince dove vive un milione di sfollati, possa degenerare. Sono cominciate le distribuzioni di cloro a scopo preventivo e dei sali d’idratazione per i malati, ma nei supermercati è impossibile perfino trovare bottiglie di acqua potabile. Le organizzazioni cattoliche affrontano l’emergenza tra mille difficoltà, paure, dubbi e tanta buona volontà, ricordando al mondo che la situazione è pericolosa, ma «l’epidemia peggiore è dimenticare la solitudine di questa gente, obbligata a vivere nella miseria e nella negazione della propria dignità». Ad Haiti, colpita da un’epidemia di colera che ha provocato già oltre 250 morti e più di 3300 contagiati, c’è tanta preoccupazione, ma soprattutto una grande mobilitazione per evitare la diffusione del virus. La paura generalizzata è che la situazione, nei campi di Port-au-Prince dove vive un milione di sfollati, possa degenerare. Sono cominciate le distribuzioni di cloro a scopo preventivo e dei sali d’idratazione per i malati, ma nei supermercati è impossibile perfino trovare bottiglie di acqua potabile. Le organizzazioni cattoliche affrontano l’emergenza tra mille difficoltà, paure, dubbi e tanta buona volontà, ricordando al mondo che la situazione è pericolosa, ma «l’epidemia peggiore è dimenticare la solitudine di questa gente, obbligata a vivere nella miseria e nella negazione della propria dignità». Ospedali cattolici mobilitati Il Ministero della salute pubblica haitiano ha chiesto all’ospedale cattolico Saint François de Sales a Port-au-Prince, nonostante sia stato quasi completamente distrutto dal terremoto, «di prepararsi a un’eventuale emergenza» e di «poter far fronte a mille pazienti». Lo racconta monsignor Bernardito Auza, nunzio apostolico ad Haiti. «Tutti i casi – precisa – si sono verificati nella zona della Bassa Artibonite, nelle città di Grande Saline e Saint Marc, vicino al fiume Artibonite, le cui acque sono contaminate, a 70 km al nord di Port-au-Prince. Un altro focolaio dell’epidemia è la cittadina di Mirebalais, dove passa lo stesso fiume, a 45 km dalla capitale. I primi cinque casi accertati a Port-au-Prince venivano tutti da Mirebalais». L’epidemia potrebbe diffondersi «Pregate per noi perché la situazione è grave. Le proiezioni per Port-au-Prince non sono buone. Se l’epidemia continua a questi ritmi potrebbe colpire 135 mila persone, con il 20% dei decessi. Ma speriamo che con misure sanitarie e aiuti umanitari si possa fermare la diffusione». A parlare è monsignor Pierre Dumas, presidente di Caritas Haiti e vescovo di Ans-a-Veaux et Miragoine. «Abbiamo bisogno di antibiotici e di apparecchi per purificare l’acqua e fare delle flebo orali», dice, spiegando che la Caritas, le organizzazioni non governative e l’Organizzazione mondiale della sanità sono «tutte mobilitate per bloccare la propagazione del virus»: «Stiamo diffondendo le raccomandazioni igieniche e inviando aiuti concreti, come medicinali e acqua potabile. Abbiamo inviato nei nostri centri sanitari 10 unità per purificare 10 mila galloni al giorno e rendere l’acqua potabile. Non possiamo abbassare la guardia. È vitale per la sopravvivenza del popolo. Esortiamo la popolazione ad applicare le norme, a obbedire alle misure sanitarie, a vivere nella calma con fede e solidarietà». Dopo tutte le tragedie del 2010, il terremoto del 12 gennaio, gli uragani e ora il colera, confida monsignor Dumas, «viviamo in uno stato di vigilanza permanente. Ma il panico si è già diffuso». La risposta delle organizzazioni cattoliche Tra le organizzazioni cattoliche, spiega Anna Zumbo, presente a Port-au-Prince tra gli operatori di Caritas italiana, «ci si organizza lentamente», ma i rappresentanti della diverse confessioni religiose presenti nel Paese (woodu, protestante e cattolica) «hanno concertato linee comuni d’intervento per la sensibilizzazione dei fedeli. Saranno divulgate dai media locali e poi in ogni celebrazione». Caritas Haiti ha aperto un fondo per la gestione di nuovi progetti legati all’epidemia e Caritas italiana ha attivato una procedura di supporto a congregazioni religiose e altre organizzazioni per progetti di prevenzione (acqua potabile, latrine, sensibilizzazione, fornitura di kit igienici e sanitari e sali per la reidratazione). In programma anche un workshop in collaborazione con i padri scalabriniani, Avsi e Catholic relief service per l’informazione e la sensibilizzazione sulle misure igieniche e sanitarie.Certo, ammette Zumbo, «si chiede agli sfollati nei campi di lavare le mani con il sapone per almeno 25 secondi ogni volta che si esce dal bagno, bere solo acqua resa potabile per bollitura… Ma quale sapone? Quale bagno? Quale fuoco per la bollitura? Nei campi autorizzati ci sono distribuzioni di acqua, sapone, cloro, ma è impensabile auspicare una copertura sufficiente».Stesse perplessità espresse da Chiara D’Onofrio, operatrice a Port-au-Prince del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo), l’ong dei salesiani che opera nella bidonville di Cité Soleil. Il Vis ha iniziato la sensibilizzazione tra gli sfollati, si sta rifornendo di sali d’idratazione, tavolette per l’acqua potabile e sta installando tank con acqua clorata. Secondo D’Onofrio, «la situazione è grave perché il governo è assente e le condizioni igieniche e il degrado in cui il Paese vive sono la causa di quest’epidemia». Il suo appello è «quello delle centinaia di voci che ascolto ogni giorno. Il canto taciuto in sottofondo è lo stesso: non dimenticateci».

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