Precariato: 63% nel pubblico e 32% nel privato

di Andrea CASAVECCHIA
Redazione

Millecinquanta euro al mese: è quanto prende in media un neo laureato secondo il Rapporto 2010 di Alma Laurea. Certo non sono ricchi i dottori del nostro Paese. Sicuramente il tempo di crisi economica non aiuta, così il mercato del lavoro si conferma poco ospitale finita l’Università: dopo un anno, il 21,9% di chi ha ottenuto la laurea triennale e il 20,8% di quelli che hanno conseguito la laurea specialistica non hanno ancora trovato un’occupazione. Non è nemmeno incoraggiante constatare che dopo cinque anni la percentuale dei laureati precari raggiunge il 63% nel settore pubblico e il 32% nel privato.
Insomma, rimane veramente difficile orientarsi per inserirsi nel mondo della produzione terminato il percorso di studi. Il rapporto di Alma Laurea toglie due speranze ai tanti genitori che vanno emozionati ad assistere alla discussione della tesi dei figli: la laurea non garantisce un’occupazione e tanto meno ne garantisce una stabile e sufficiente, durante i primi tempi, a sbarcare il lunario.
C’è bisogno di iniziare a cambiare quadri di riferimento per sostenere le nuove generazioni ad affrontare il loro futuro. Abbiamo la necessità di connettere piani diversi. La formazione rimane, quindi, centrale per affrontare la nostra società complessa. Gli adulti hanno un compito fondamentale nell’accompagnare i giovani nelle loro scelte a partire dalla capacità di trasmettere uno sguardo verso la costruzione della propria vita. Nel rapporto tra le generazione è importante tenere sempre a cuore la sfida educativa che ci propone di offrire senso.
Genitori, insegnanti e i tanti educatori che riempiono la società civile dai preti delle parrocchie agli allenatori dei campi da calcio dovrebbero sempre invitare i ragazzi a cogliere le opportunità che si trovano di fronte, alzando gli occhi e guardando dove quella strada li porta.
Anche in questo modo si aiuta un giovane a superare le difficoltà che incontrerà nel periodo di inserimento lavorativo che oggi ha tempi lunghi e che rischia spesso di diventare un circolo vizioso, dove si gira rinchiusi da un contratto occasionale ad un contratto a progetto. Alla fine non si cerca neanche più la via d’uscita.
Insegnare a vivere, oggi, con la prospettiva aperta alla Speranza è una grande aspirazione per chi si dedica all’educazione dei giovani. Occorre aiutare le nuove generazioni a domandarsi cosa ora si costruisce e quali conseguenze avrà sul nostro domani. C’è bisogno di adottare una prospettiva integrata che unisca i desideri del momento ad un orizzonte più ampio come propone Benedetto XVI nel suo Messaggio per la XXV Giornata mondiale della Gioventù, quando invita a «interrogarsi sul futuro definitivo che attende ciascuno di noi dà senso pieno all’esistenza, poiché orienta il progetto di vita verso orizzonti non limitati e passeggeri, ma ampi e profondi, che portano ad amare il mondo, da Dio stesso tanto amato, a dedicarci al suo sviluppo, ma sempre con la libertà e la gioia che nascono dalla fede e dalla speranza. Sono orizzonti che aiutano a non assolutizzare le realtà terrene, sentendo che Dio ci prepara una prospettiva più grande». Millecinquanta euro al mese: è quanto prende in media un neo laureato secondo il Rapporto 2010 di Alma Laurea. Certo non sono ricchi i dottori del nostro Paese. Sicuramente il tempo di crisi economica non aiuta, così il mercato del lavoro si conferma poco ospitale finita l’Università: dopo un anno, il 21,9% di chi ha ottenuto la laurea triennale e il 20,8% di quelli che hanno conseguito la laurea specialistica non hanno ancora trovato un’occupazione. Non è nemmeno incoraggiante constatare che dopo cinque anni la percentuale dei laureati precari raggiunge il 63% nel settore pubblico e il 32% nel privato.Insomma, rimane veramente difficile orientarsi per inserirsi nel mondo della produzione terminato il percorso di studi. Il rapporto di Alma Laurea toglie due speranze ai tanti genitori che vanno emozionati ad assistere alla discussione della tesi dei figli: la laurea non garantisce un’occupazione e tanto meno ne garantisce una stabile e sufficiente, durante i primi tempi, a sbarcare il lunario.C’è bisogno di iniziare a cambiare quadri di riferimento per sostenere le nuove generazioni ad affrontare il loro futuro. Abbiamo la necessità di connettere piani diversi. La formazione rimane, quindi, centrale per affrontare la nostra società complessa. Gli adulti hanno un compito fondamentale nell’accompagnare i giovani nelle loro scelte a partire dalla capacità di trasmettere uno sguardo verso la costruzione della propria vita. Nel rapporto tra le generazione è importante tenere sempre a cuore la sfida educativa che ci propone di offrire senso.Genitori, insegnanti e i tanti educatori che riempiono la società civile dai preti delle parrocchie agli allenatori dei campi da calcio dovrebbero sempre invitare i ragazzi a cogliere le opportunità che si trovano di fronte, alzando gli occhi e guardando dove quella strada li porta.Anche in questo modo si aiuta un giovane a superare le difficoltà che incontrerà nel periodo di inserimento lavorativo che oggi ha tempi lunghi e che rischia spesso di diventare un circolo vizioso, dove si gira rinchiusi da un contratto occasionale ad un contratto a progetto. Alla fine non si cerca neanche più la via d’uscita.Insegnare a vivere, oggi, con la prospettiva aperta alla Speranza è una grande aspirazione per chi si dedica all’educazione dei giovani. Occorre aiutare le nuove generazioni a domandarsi cosa ora si costruisce e quali conseguenze avrà sul nostro domani. C’è bisogno di adottare una prospettiva integrata che unisca i desideri del momento ad un orizzonte più ampio come propone Benedetto XVI nel suo Messaggio per la XXV Giornata mondiale della Gioventù, quando invita a «interrogarsi sul futuro definitivo che attende ciascuno di noi dà senso pieno all’esistenza, poiché orienta il progetto di vita verso orizzonti non limitati e passeggeri, ma ampi e profondi, che portano ad amare il mondo, da Dio stesso tanto amato, a dedicarci al suo sviluppo, ma sempre con la libertà e la gioia che nascono dalla fede e dalla speranza. Sono orizzonti che aiutano a non assolutizzare le realtà terrene, sentendo che Dio ci prepara una prospettiva più grande».

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