Alleanza medico-paziente, no ad accanimento e abbandono terapeutico

di Pino NARDI
Redazione

Nei mesi scorsi ha diviso le coscienze e provocato infinite polemiche. Eppure la questione del fine vita, del rispetto della dignità della persona anche nell’ultimo stadio dell’esistenza, andrebbe affrontata lontano dalle battaglie ideologiche. Occorre quindi tornare a discuterne con rigore, ma anche con pacatezza. È quanto avvenuto sabato scorso nel convegno promosso dalla Pastorale diocesana della salute, in occasione dei 30 anni della Iura et Bona, la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede sul valore della vita umana, l’eutanasia e l’uso proporzionato dei mezzi terapeutici.
«A trent’anni dalla pubblicazione, dato il rapido progresso delle tecnoscienze biomediche, gli interrogativi morali circa il fine vita non sono certo venuti a mancare, aumentando, anzi, in quantità e complessità – ha sostenuto don Aristide Fumagalli, docente di Teologia morale in Seminario -. A fronte dei dubbi che accompagnano tali interrogativi, le norme morali stabilite da Iura et Bona restano una condizione necessaria affinché l’inevitabile giungere della morte non induca l’uomo a idolatrare la vita fisica, accanendosi nel prolungarla, oppure a disprezzarla perché malata, anticipandone la fine. Resta pure – questo forse ancora da scoprire – l’appello ad ascoltare la voce della coscienza di chi in prima persona vive la malattia, il malato anzitutto, e chi di lui si prende cura: il senso che essa è in grado di percepire del morire, soprattutto alla luce della fede cristiana, potrebbe meglio sciogliere alcuni enigmi, che troppo facilmente taluni pensano di affrontare a rigor di legge, oppure, al contrario, invocando il puro libero arbitrio».
Gli ha fatto eco Massimo Reichlin, docente di Etica e vita all’Università Vita-Salute del San Raffaele: «L’attuale contesto culturale è profondamente mutato rispetto al 1980. Il tema del morire è divenuto oggetto di maggiori controversie e di ampia discussione pubblica, a seguito degli sviluppi sempre più rilevanti delle tecniche di sostegno vitale e della presa di coscienza, da parte del pubblico, della necessità di prevedere un quadro regolamentativo di tipo etico, deontologico e giuridico, per le questioni di fine vita. In questo mutato contesto, il messaggio centrale del documento appare tutt’altro che superato o privo di rilievo. Esso mette al centro della scena, in maniera ad un tempo innovativa e pienamente consonante con la tradizione morale, la dignità della persona malata, richiamando da un lato il dovere di rispettare il dono della vita, e perciò il rifiuto dell’eutanasia, dall’altro il rischio concreto che lo sviluppo delle tecnologie biomediche porti ad un inutile e doloroso allungamento del processo del morire, “espropriando” il paziente della propria morte. In questo quadro – ha concluso Reichlin – la ripresa della tradizionale distinzione tra mezzi ordinari e straordinari, aggiornata nei modi della sua formulazione, pone in chiara evidenza la centralità della decisione del paziente, adeguatamente sostenuto dalla competenza del suo medico e dalla solidarietà dei suoi familiari». Nei mesi scorsi ha diviso le coscienze e provocato infinite polemiche. Eppure la questione del fine vita, del rispetto della dignità della persona anche nell’ultimo stadio dell’esistenza, andrebbe affrontata lontano dalle battaglie ideologiche. Occorre quindi tornare a discuterne con rigore, ma anche con pacatezza. È quanto avvenuto sabato scorso nel convegno promosso dalla Pastorale diocesana della salute, in occasione dei 30 anni della Iura et Bona, la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede sul valore della vita umana, l’eutanasia e l’uso proporzionato dei mezzi terapeutici.«A trent’anni dalla pubblicazione, dato il rapido progresso delle tecnoscienze biomediche, gli interrogativi morali circa il fine vita non sono certo venuti a mancare, aumentando, anzi, in quantità e complessità – ha sostenuto don Aristide Fumagalli, docente di Teologia morale in Seminario -. A fronte dei dubbi che accompagnano tali interrogativi, le norme morali stabilite da Iura et Bona restano una condizione necessaria affinché l’inevitabile giungere della morte non induca l’uomo a idolatrare la vita fisica, accanendosi nel prolungarla, oppure a disprezzarla perché malata, anticipandone la fine. Resta pure – questo forse ancora da scoprire – l’appello ad ascoltare la voce della coscienza di chi in prima persona vive la malattia, il malato anzitutto, e chi di lui si prende cura: il senso che essa è in grado di percepire del morire, soprattutto alla luce della fede cristiana, potrebbe meglio sciogliere alcuni enigmi, che troppo facilmente taluni pensano di affrontare a rigor di legge, oppure, al contrario, invocando il puro libero arbitrio».Gli ha fatto eco Massimo Reichlin, docente di Etica e vita all’Università Vita-Salute del San Raffaele: «L’attuale contesto culturale è profondamente mutato rispetto al 1980. Il tema del morire è divenuto oggetto di maggiori controversie e di ampia discussione pubblica, a seguito degli sviluppi sempre più rilevanti delle tecniche di sostegno vitale e della presa di coscienza, da parte del pubblico, della necessità di prevedere un quadro regolamentativo di tipo etico, deontologico e giuridico, per le questioni di fine vita. In questo mutato contesto, il messaggio centrale del documento appare tutt’altro che superato o privo di rilievo. Esso mette al centro della scena, in maniera ad un tempo innovativa e pienamente consonante con la tradizione morale, la dignità della persona malata, richiamando da un lato il dovere di rispettare il dono della vita, e perciò il rifiuto dell’eutanasia, dall’altro il rischio concreto che lo sviluppo delle tecnologie biomediche porti ad un inutile e doloroso allungamento del processo del morire, “espropriando” il paziente della propria morte. In questo quadro – ha concluso Reichlin – la ripresa della tradizionale distinzione tra mezzi ordinari e straordinari, aggiornata nei modi della sua formulazione, pone in chiara evidenza la centralità della decisione del paziente, adeguatamente sostenuto dalla competenza del suo medico e dalla solidarietà dei suoi familiari». Il diritto alla salute La parola allora ai medici, che spiegano come l’accanimento terapeutico vada rifiutato. Secondo Alfredo Anzani, chirurgo, vicepresidente europeo dell’Associazione medici cattolici, «quando si parla di accanimento terapeutico ci si riferisce al continuo ricorso a presidi medico-chirurgici che non solo non migliorano in modo significativo la condizione del malato, ma addirittura ne peggiorano la qualità di vita o ne prolungano, senza speranza di guarigione, l’esistenza penosa. Gli elementi chiave di questa definizione sono l’inutilità, inefficacia; la penosità, sofferenza; l’eccezionalità, sproporzione». Un concetto che va precisato bene: «Chi rifiuta l’accanimento terapeutico non facilita né affretta la morte della persona, ma semplicemente accetta i limiti della vita umana – ha detto Anzani -. Obbligo morale del medico è quello di conservare la salute e la vita, non quello di prolungare l’agonia. Se cessano le cure specifiche, resta sempre l’obbligo invece di proseguire con le cure ordinarie e le cure palliative o sintomatiche: l’alimentazione artificiale se tollerata; le cure igieniche; la detersione delle ferite e delle piaghe; la terapia antalgica; la terapia sedativa; la solidarietà; l’attenzione; il rispetto. Il confine tra rifiuto dell’accanimento terapeutico e l’abbandono del malato è molto sottile ed è affidato alle intenzioni del paziente e del medico. Dipende in ultima analisi dal rapporto tra tecnica usata e intenzione perseguita nell’usarla».Tuttavia non bisogna cadere nell’estremo opposto dell’abbandono terapeutico, che in passato ha suscitato vivaci dibattiti. «Il medico sa bene che nelle situazioni “terminali” si pongono davvero problemi di grande momento – ha precisato Anzani – e che, tra gli estremi atteggiamenti sbagliati dell’accanimento terapeutico, spinto fino a violare la dignità della morte, e il disinvolto “risparmio” di terapie di rianimazione fino a squalificare la speranza c’è la giusta e prudente saggezza di chi opera tutto il possibile e si arrende all’impossibile. È necessario e urgente andare al di là del semplice consenso informato, che spesso non è reale date le fragili condizioni psicologiche del malato, per battersi al fianco del paziente, per assisterlo, per evitare la sua solitudine e lenire il suo dolore, insistere cioè sull’alleanza medico-paziente anche quando non ci sono speranze terapeutiche. Non si dimentichi che il gesto medico è in primis “soccorso”, poi si misura col resto. La voce del paziente verso il medico è in primis “aiutami”, e non “giù le mani”. Nel dialogo viene poi il tempo che la voce e il gesto possono mutare. Ma in radice, l’arte della medicina è questa. E questo è il “diritto alla salute”».

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