Lotta agli sprechi e rimodulazione dei sacrifici

di Edoardo PATRIARCA
Redazione

Sono giorni decisivi per la manovra economica. Quello su cui si discute è su quali enti dovranno gravare gli ingenti tagli di spesa previsti per i prossimi due anni: 8 miliardi nel 2011, 15 miliardi nel 2012.
Pochi ne mettono in discussione l’entità complessiva, ma tutti evidenziano che i sacrifici imposti al proprio comparto sono eccessivi e non sostenibili, soprattutto Regioni e Comuni. Non senza ragione: le spese di questi enti assorbono circa un terzo della spesa pubblica corrente, mentre la manovra chiede loro di sostenere i due terzi dei sacrifici. Per converso le amministrazioni centrali contribuiscono per circa i due terzi alla spesa complessiva, ma sono chiamate a sopportare solo un terzo dei sacrifici richiesti. A onor del vero, va detto che gli sprechi non sono un’esclusiva delle Regioni: i dati mostrano che la scuola e l’università, le false pensioni d’invalidità, la giustizia, le forze armate, l’apparato burocratico contribuiscono non poco alla dissipazione di risorse pubbliche.
Sul fronte delle Regioni il problema appare senza soluzione. Non a torto si lamentano quelle relativamente virtuose: a chi ha già molto tagliato e razionalizzato la spesa si dovrebbero chiedere sacrifici minori, proprio perché i margini di miglioramento sono ridotti. Sono scontente le Regioni che si ritrovano con un deficit non prodotto dagli attuali governatori, appena eletti, ma dai loro predecessori (per lo più appartenenti al centrosinistra). Argomentazione piuttosto debole: è bene che le Regioni meno virtuose comincino a prendere atto degli sperperi compiuti, ricordando che la spesa corrente regionale dai 125 miliardi di euro del 2006 è passata ai 150 miliardi del 2008.
Basta citare i dati impietosi dei bilanci sanitari di alcune Regioni, delle società partecipate istituite per sistemare gli amici degli amici, o delle tante municipalizzate che gestiscono malamente i beni pubblici (vedi la vergogna dell’acqua dissipata e perduta per scarsa manutenzione, o il disastro da brivido del trasporto urbano), bilanci quasi sempre in rosso e di norma ripianati con le tasse dei cittadini (un bel referendum per abolire le aziende municipalizzate inefficienti? Magari affidando questi servizi al privato sociale?). Credo sia doveroso chiedere una rimodulazione dei sacrifici esigendo di più da chi è male organizzato, e proprio per questo con maggiore possibilità di riorganizzarsi in modo più efficiente.
Insomma, i governatori delle Regioni in dissesto non si sottraggano dalle loro responsabilità dando la colpa ai loro predecessori, giustamente mandati a casa. Sono stati eletti dai cittadini per un governo che non sperperi, che dica la verità, che non produca clientelismo o spesa improduttiva. Siano coraggiosi, gli onesti capiranno. Hanno cinque anni davanti a loro, non è poco.
Per il resto c’è poco da aggiungere. La manovra finanziaria ci ripropone un coacervo di problemi che il nostro Paese si porta avanti da decenni. Il livello di tassazione si avvicina a quello svedese, ma con un’offerta di servizi che solo l’area dell’Est Europa c’invidia. In Francia, il Paese con cui è più semplice il confronto, un single che guadagna 35 mila euro l’anno ne paga al fisco 5 mila, in Italia poco meno di 9 mila. Se poi il contribuente è coniugato con due figli a carico, in Francia paga poche centinaia di euro, in Italia circa 7 mila euro. Insomma, i servizi italiani costano cinque volte più di quelli francesi, ma con una qualità e quantità decisamente inferiori. Se le politiche familiari fanno la prima differenza a danno del contribuente italiano, l’abnorme livello d’evasione nel nostro sistema fa la seconda e maggiore differenza.
Non v’è dubbio che la manovra di correzione del deficit pubblico appena varata dal Governo risponde a una decisione europea di contrastare movimenti speculativi innescati dalla crisi debitoria di alcuni Stati e dall’esplodere dei debiti e dei deficit pubblici. Ma la sfida non è tutta qui. Rispondere sì all’emergenza, ma iniziare ad affrontare i problemi strutturali. Come sono strutturali il problema della riduzione del debito pubblico, la necessità di un consolidamento fiscale basato su una tendenziale riduzione della pressione fiscale, una politica vera di sostegno alla famiglia, il recupero di una maggiore produttività e l’introduzione di elementi di competizione nel settore pubblico dei servizi, iniziare a premiare il merito, varare alcune riforme che diano finalmente spazio al non profit, favorire politiche che aiutino a far crescere le piccole imprese.
Se manca una visione, se mancano obiettivi di medio termine, anche una manovra finanziaria indispensabile può non sortire alcun effetto, o meglio un effetto momentaneo… per poi ricominciare da capo. Sono giorni decisivi per la manovra economica. Quello su cui si discute è su quali enti dovranno gravare gli ingenti tagli di spesa previsti per i prossimi due anni: 8 miliardi nel 2011, 15 miliardi nel 2012.Pochi ne mettono in discussione l’entità complessiva, ma tutti evidenziano che i sacrifici imposti al proprio comparto sono eccessivi e non sostenibili, soprattutto Regioni e Comuni. Non senza ragione: le spese di questi enti assorbono circa un terzo della spesa pubblica corrente, mentre la manovra chiede loro di sostenere i due terzi dei sacrifici. Per converso le amministrazioni centrali contribuiscono per circa i due terzi alla spesa complessiva, ma sono chiamate a sopportare solo un terzo dei sacrifici richiesti. A onor del vero, va detto che gli sprechi non sono un’esclusiva delle Regioni: i dati mostrano che la scuola e l’università, le false pensioni d’invalidità, la giustizia, le forze armate, l’apparato burocratico contribuiscono non poco alla dissipazione di risorse pubbliche.Sul fronte delle Regioni il problema appare senza soluzione. Non a torto si lamentano quelle relativamente virtuose: a chi ha già molto tagliato e razionalizzato la spesa si dovrebbero chiedere sacrifici minori, proprio perché i margini di miglioramento sono ridotti. Sono scontente le Regioni che si ritrovano con un deficit non prodotto dagli attuali governatori, appena eletti, ma dai loro predecessori (per lo più appartenenti al centrosinistra). Argomentazione piuttosto debole: è bene che le Regioni meno virtuose comincino a prendere atto degli sperperi compiuti, ricordando che la spesa corrente regionale dai 125 miliardi di euro del 2006 è passata ai 150 miliardi del 2008.Basta citare i dati impietosi dei bilanci sanitari di alcune Regioni, delle società partecipate istituite per sistemare gli amici degli amici, o delle tante municipalizzate che gestiscono malamente i beni pubblici (vedi la vergogna dell’acqua dissipata e perduta per scarsa manutenzione, o il disastro da brivido del trasporto urbano), bilanci quasi sempre in rosso e di norma ripianati con le tasse dei cittadini (un bel referendum per abolire le aziende municipalizzate inefficienti? Magari affidando questi servizi al privato sociale?). Credo sia doveroso chiedere una rimodulazione dei sacrifici esigendo di più da chi è male organizzato, e proprio per questo con maggiore possibilità di riorganizzarsi in modo più efficiente.Insomma, i governatori delle Regioni in dissesto non si sottraggano dalle loro responsabilità dando la colpa ai loro predecessori, giustamente mandati a casa. Sono stati eletti dai cittadini per un governo che non sperperi, che dica la verità, che non produca clientelismo o spesa improduttiva. Siano coraggiosi, gli onesti capiranno. Hanno cinque anni davanti a loro, non è poco.Per il resto c’è poco da aggiungere. La manovra finanziaria ci ripropone un coacervo di problemi che il nostro Paese si porta avanti da decenni. Il livello di tassazione si avvicina a quello svedese, ma con un’offerta di servizi che solo l’area dell’Est Europa c’invidia. In Francia, il Paese con cui è più semplice il confronto, un single che guadagna 35 mila euro l’anno ne paga al fisco 5 mila, in Italia poco meno di 9 mila. Se poi il contribuente è coniugato con due figli a carico, in Francia paga poche centinaia di euro, in Italia circa 7 mila euro. Insomma, i servizi italiani costano cinque volte più di quelli francesi, ma con una qualità e quantità decisamente inferiori. Se le politiche familiari fanno la prima differenza a danno del contribuente italiano, l’abnorme livello d’evasione nel nostro sistema fa la seconda e maggiore differenza.Non v’è dubbio che la manovra di correzione del deficit pubblico appena varata dal Governo risponde a una decisione europea di contrastare movimenti speculativi innescati dalla crisi debitoria di alcuni Stati e dall’esplodere dei debiti e dei deficit pubblici. Ma la sfida non è tutta qui. Rispondere sì all’emergenza, ma iniziare ad affrontare i problemi strutturali. Come sono strutturali il problema della riduzione del debito pubblico, la necessità di un consolidamento fiscale basato su una tendenziale riduzione della pressione fiscale, una politica vera di sostegno alla famiglia, il recupero di una maggiore produttività e l’introduzione di elementi di competizione nel settore pubblico dei servizi, iniziare a premiare il merito, varare alcune riforme che diano finalmente spazio al non profit, favorire politiche che aiutino a far crescere le piccole imprese.Se manca una visione, se mancano obiettivi di medio termine, anche una manovra finanziaria indispensabile può non sortire alcun effetto, o meglio un effetto momentaneo… per poi ricominciare da capo.

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