Elezioni: la logica dei media e i problemi dei cittadini

di Gianni BORSA
Redazione

Ogni turno elettorale è un caso a sé. Che si tratti di individuare un Presidente della Repubblica, di costituire un Parlamento nazionale o un Consiglio regionale, entrano in gioco elementi di scelta differenti nel corpo elettorale. Le specificità si accentuano poi da Paese a Paese: il risultato delle elezioni regionali francesi, che ha segnato un duro colpo per il presidente Sarkozy, non ha infatti nulla a che vedere con quello delle amministrative olandesi, che di recente hanno premiato la destra populista e xenofoba. E cosa dire delle imminenti legislative inglesi? Fino a ieri il Labour del premier Brown era dato per sconfitto e ora i sondaggi lo danno in forte recupero rispetto ai Tories dell’avversario Cameron. In Germania, invece, dove si è votato solo pochi mesi fa, la nuova e solida maggioranza formata dai cristiano-democratici della cancelliera Merkel e dai liberali dell’alleato Westerwelle scricchiola dinanzi alle prime prove di governo. Come dimenticare, ugualmente, le urne nei paesi dell’est, quelle in Ucraina, e il prossimo voto in Italia…
Se ciascun ricorso all’elettorato mostra delle particolarità, si possono peraltro riscontare alcuni temi ricorrenti che pongono quesiti alla politica europea presa nel suo insieme. Si può, per esempio, porre in evidenza il fatto che pressoché in tutti gli Stati la politica tende a una crescente personalizzazione, a un peso sempre maggiore dei leader rispetto ai partiti, ai programmi, alle coalizioni. Un aspirante governatore o un candidato premier che ha una personalità forte, utilizza slogan roboanti, sa imporsi per telegenìa o per loquacità, prevale quasi sempre su un politico più posato e riflessivo, magari anche di caratura superiore.
A questa prima osservazione si collega la seconda, che riguarda l’importanza assoluta ormai acquisita dai media nel “guidare” gli esiti elettorali. Ogni cittadino europeo al giorno d’oggi fa un uso costante, talvolta smodato e diseducato, dei mass media e ne subisce gli influssi, le parole d’ordine, la capacità di imporre i personaggi televisivi oppure quelli “prodotti” dal web. Così i leader politici, debitori verso i media, sono sempre più esposti ai media stessi: non battono ciglio senza la convocazione di una conferenza stampa, senza una telecamera che li riprenda o un microfono che ne raccolga il “verbo”. I mass media creano i leader, ma, allo stesso modo, ne possono logorare implacabilmente l’appeal elettorale. Il caso francese è probabilmente da iscriversi in questa sfera.
Tra le costanti delle elezioni nel vecchio continente si registra inoltre, ormai da tempo, il duplice fenomeno dell’astensione (spia del distacco dei cittadini dalla politica) e quello di significativi risultati delle forze estreme, specie quelle nazionaliste o che cavalcano gli istinti anti-stranieri (il Fronte nazionale di Le Pen, per restare alla Francia). Si tratta di segnali preoccupanti, che vanno a unirsi al fatto che nelle campagne elettorali i confronti aperti e schietti sui programmi e sulle risposte da fornire ai problemi delle popolazioni (si pensi alla crisi economica e occupazionale) tendono a rimanere in secondo o in terzo piano. Ma la politica di cui i cittadini – in ogni angolo d’Europa – hanno realmente bisogno, al di là degli slogan elettorali o della capacità dei leader di “bucare il video”, è fatta da parlamenti e governi che sanno guidare, anziché subire, i cambiamenti e di risposte percorribili e concrete alle domande dei singoli, delle famiglie, delle imprese e della società civile. Ogni turno elettorale è un caso a sé. Che si tratti di individuare un Presidente della Repubblica, di costituire un Parlamento nazionale o un Consiglio regionale, entrano in gioco elementi di scelta differenti nel corpo elettorale. Le specificità si accentuano poi da Paese a Paese: il risultato delle elezioni regionali francesi, che ha segnato un duro colpo per il presidente Sarkozy, non ha infatti nulla a che vedere con quello delle amministrative olandesi, che di recente hanno premiato la destra populista e xenofoba. E cosa dire delle imminenti legislative inglesi? Fino a ieri il Labour del premier Brown era dato per sconfitto e ora i sondaggi lo danno in forte recupero rispetto ai Tories dell’avversario Cameron. In Germania, invece, dove si è votato solo pochi mesi fa, la nuova e solida maggioranza formata dai cristiano-democratici della cancelliera Merkel e dai liberali dell’alleato Westerwelle scricchiola dinanzi alle prime prove di governo. Come dimenticare, ugualmente, le urne nei paesi dell’est, quelle in Ucraina, e il prossimo voto in Italia…Se ciascun ricorso all’elettorato mostra delle particolarità, si possono peraltro riscontare alcuni temi ricorrenti che pongono quesiti alla politica europea presa nel suo insieme. Si può, per esempio, porre in evidenza il fatto che pressoché in tutti gli Stati la politica tende a una crescente personalizzazione, a un peso sempre maggiore dei leader rispetto ai partiti, ai programmi, alle coalizioni. Un aspirante governatore o un candidato premier che ha una personalità forte, utilizza slogan roboanti, sa imporsi per telegenìa o per loquacità, prevale quasi sempre su un politico più posato e riflessivo, magari anche di caratura superiore.A questa prima osservazione si collega la seconda, che riguarda l’importanza assoluta ormai acquisita dai media nel “guidare” gli esiti elettorali. Ogni cittadino europeo al giorno d’oggi fa un uso costante, talvolta smodato e diseducato, dei mass media e ne subisce gli influssi, le parole d’ordine, la capacità di imporre i personaggi televisivi oppure quelli “prodotti” dal web. Così i leader politici, debitori verso i media, sono sempre più esposti ai media stessi: non battono ciglio senza la convocazione di una conferenza stampa, senza una telecamera che li riprenda o un microfono che ne raccolga il “verbo”. I mass media creano i leader, ma, allo stesso modo, ne possono logorare implacabilmente l’appeal elettorale. Il caso francese è probabilmente da iscriversi in questa sfera.Tra le costanti delle elezioni nel vecchio continente si registra inoltre, ormai da tempo, il duplice fenomeno dell’astensione (spia del distacco dei cittadini dalla politica) e quello di significativi risultati delle forze estreme, specie quelle nazionaliste o che cavalcano gli istinti anti-stranieri (il Fronte nazionale di Le Pen, per restare alla Francia). Si tratta di segnali preoccupanti, che vanno a unirsi al fatto che nelle campagne elettorali i confronti aperti e schietti sui programmi e sulle risposte da fornire ai problemi delle popolazioni (si pensi alla crisi economica e occupazionale) tendono a rimanere in secondo o in terzo piano. Ma la politica di cui i cittadini – in ogni angolo d’Europa – hanno realmente bisogno, al di là degli slogan elettorali o della capacità dei leader di “bucare il video”, è fatta da parlamenti e governi che sanno guidare, anziché subire, i cambiamenti e di risposte percorribili e concrete alle domande dei singoli, delle famiglie, delle imprese e della società civile.

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