Don Augusto Panzeri, cappellano presso la Casa circondariale di Monza, racconta l'esperienza che ha vissuto�con�65 ragazzi della diocesi

di Luisa BOVE
Redazione

Da quasi dieci anni la diocesi organizza attraverso la Caritas Ambrosiana e il Servizio di Pastorale giovanile l’iniziativa «Giovani e carcere» che quest’anno si è svolta il 24 aprile. Alla proposta, rivolta a ragazzi dai 18 ai 30 anni, hanno aderito in tutto 215 persone. I giovani, dopo aver partecipato al convegno «Il carcere, la pena, la giustizia» e a un incontro con i vari cappellani, hanno poi varcato la soglia di 6 istituti penitenziari sparsi sul territorio diocesano. A San Vittore, Bollate, Opera e Varese sono entrati gruppi di 25 giovani, a Busto Arsizio erano in 50 e a Monza 65.
Questa iniziativa, oltre a permettere ai giovani di conoscere la realtà carceraria, diventa un’occasione di scambio tra ragazzi e detenuti creando un ponte tra il «dentro» e il «fuori», abbattendo idealmente il muro di cinta. Nella Casa circondariale di Monza è entrato il gruppo più numeroso. Al reparto femminile 20 giovani si sono confrontati con altrettante donne e «ci sono stati momenti di grande emozione sul tema della speranza», dice il cappellano don Augusto Panzeri. Più di 40 ragazzi invece hanno varcato la soglia del reparto maschile incontrandosi con una cinquantina di detenuti. «Qualcuno era ancora in colloquio e non ha potuto partecipare, ma era rammaricato perché è un incontro molto atteso», assicura il sacerdote. Per decidere il tema da affrontare, il cappellano ha preso spunto da una mail che ha ricevuto da un giovane che poneva la questione del «progetto di vita dei detenuti all’uscita dal carcere».
Don Panzeri ha colto al volo il suggerimento, anche perché l’incontro si è svolto «la vigilia della Giornata per le vocazioni e il discorso sul progetto di vita poteva riguardare tutti», detenuti e giovani. «Il confronto è stato molto interessante e i partecipanti si sono trovati d’accordo sulla fatica che è comune e non solo di chi è in detenzione». L’ultimo tema toccato è stato quello del perdono, quando un giovane ambrosiano ha posto la domanda se «è possibile la riconciliazione tra vittima e carnefice, oltre che tra detenuti». Un argomento difficile e assai delicato, tanto che «è esplosa la bagarre quando si è detto che all’interno del carcere non è possibile perdonarsi, soprattutto quando i reati commessi sono di abuso e violenza su minori». A sostenerlo erano gli stessi detenuti di Monza, mentre «i giovani hanno dato una bella testimonianza, che ha stupito anche gli agenti e i graduati presenti».
«I giovani, con grande umiltà e senza proclami, evitando le solite affermazioni di principio, hanno ribadito il valore della persona in ogni situazione di reato. Più di uno mi ha detto che anche i pedofili sono comunque persone». Non nasconde il cappellano che quegli interventi lo hanno molto colpito ed è stato «contentissimo». «Il gruppo era di persone molto giovani, ma che si sono rivelate all’altezza della situazione», dice don Panzeri, e alla fine hanno espresso il desiderio di tornare. «Noi allora abbiamo proposto un altro incontro anche se non era previsto – continua il cappellano – e un terzo di loro è tornato per continuare a riflettere e capire». Da quasi dieci anni la diocesi organizza attraverso la Caritas Ambrosiana e il Servizio di Pastorale giovanile l’iniziativa «Giovani e carcere» che quest’anno si è svolta il 24 aprile. Alla proposta, rivolta a ragazzi dai 18 ai 30 anni, hanno aderito in tutto 215 persone. I giovani, dopo aver partecipato al convegno «Il carcere, la pena, la giustizia» e a un incontro con i vari cappellani, hanno poi varcato la soglia di 6 istituti penitenziari sparsi sul territorio diocesano. A San Vittore, Bollate, Opera e Varese sono entrati gruppi di 25 giovani, a Busto Arsizio erano in 50 e a Monza 65.Questa iniziativa, oltre a permettere ai giovani di conoscere la realtà carceraria, diventa un’occasione di scambio tra ragazzi e detenuti creando un ponte tra il «dentro» e il «fuori», abbattendo idealmente il muro di cinta. Nella Casa circondariale di Monza è entrato il gruppo più numeroso. Al reparto femminile 20 giovani si sono confrontati con altrettante donne e «ci sono stati momenti di grande emozione sul tema della speranza», dice il cappellano don Augusto Panzeri. Più di 40 ragazzi invece hanno varcato la soglia del reparto maschile incontrandosi con una cinquantina di detenuti. «Qualcuno era ancora in colloquio e non ha potuto partecipare, ma era rammaricato perché è un incontro molto atteso», assicura il sacerdote. Per decidere il tema da affrontare, il cappellano ha preso spunto da una mail che ha ricevuto da un giovane che poneva la questione del «progetto di vita dei detenuti all’uscita dal carcere».Don Panzeri ha colto al volo il suggerimento, anche perché l’incontro si è svolto «la vigilia della Giornata per le vocazioni e il discorso sul progetto di vita poteva riguardare tutti», detenuti e giovani. «Il confronto è stato molto interessante e i partecipanti si sono trovati d’accordo sulla fatica che è comune e non solo di chi è in detenzione». L’ultimo tema toccato è stato quello del perdono, quando un giovane ambrosiano ha posto la domanda se «è possibile la riconciliazione tra vittima e carnefice, oltre che tra detenuti». Un argomento difficile e assai delicato, tanto che «è esplosa la bagarre quando si è detto che all’interno del carcere non è possibile perdonarsi, soprattutto quando i reati commessi sono di abuso e violenza su minori». A sostenerlo erano gli stessi detenuti di Monza, mentre «i giovani hanno dato una bella testimonianza, che ha stupito anche gli agenti e i graduati presenti».«I giovani, con grande umiltà e senza proclami, evitando le solite affermazioni di principio, hanno ribadito il valore della persona in ogni situazione di reato. Più di uno mi ha detto che anche i pedofili sono comunque persone». Non nasconde il cappellano che quegli interventi lo hanno molto colpito ed è stato «contentissimo». «Il gruppo era di persone molto giovani, ma che si sono rivelate all’altezza della situazione», dice don Panzeri, e alla fine hanno espresso il desiderio di tornare. «Noi allora abbiamo proposto un altro incontro anche se non era previsto – continua il cappellano – e un terzo di loro è tornato per continuare a riflettere e capire».

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