Parla il direttore dell'Istituto di clinica delle malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma: «Nulla di imprevisto e di straordinario: questa pandemia ha una mortalità inferiore a quella dell'influenza di stagione»

di Daniele ROCCHI
Redazione

Al 2 novembre sono 14 i decessi in Italia provocati dall’influenza A/H1N1. Di questi ben 8 a Napoli, al punto che si parla già di “caso Campania”. Crescono anche i ricoveri in diversi ospedali della penisola. Da oggi, martedì 3 novembre, la Croce rossa italiana sta consegnando un milione e 200 mila dosi di vaccino. Si tratta della terza distribuzione ad opera della Cri, incaricata dal Ministero della Salute che fa affidamento «sull’esperienza e sulla autorevolezza in ambito sanitario dell’organizzazione umanitaria italiana».
Della diffusione del virus A/H1N1 parliamo con Roberto Cauda, direttore dell’Istituto di clinica delle malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma (Università Cattolica).

Professore, può tracciare un quadro della situazione attuale?
Non siamo davanti a un evento imprevisto, né tantomeno straordinario. Sappiamo che ciclicamente – nel secolo passato è avvenuto tre volte – si possono verificare delle pandemie. Ricordiamo la Spagnola, la più devastante anche perché si verificò a ridosso della prima guerra mondiale, nel 1956 l’Asiatica e nel 1968 l’Honk Kong. Aspettavamo una nuova pandemia nel 2005, quando ci fu una grande apprensione per il virus A/H5N1, l’Aviaria. Pensavamo che questo sarebbe stato il virus pandemico e, invece, abbiamo l’attuale A/H1N1.

Si parla di pandemia: che cosa s’intende con questo termine un po’ allarmante?
La parola pandemia, che per alcuni rappresenta fonte di preoccupazione, è solo un termine tecnico che rappresenta uno sviluppo contemporaneo in più continenti di un virus. È chiaro che l’attuale A/H1N1 merita un’attenzione maggiore di quelli di stagione, proprio per la sua diffusione ampia e veloce. Aspettavamo il picco per Natale e invece si sta verificando ora. Ci sono più motivi, pertanto, per prendere la cosa in modo serio, come sembra stiano facendo i media, le agenzie nazionali e internazionali, i medici. Ma non si deve cadere nel panico: questa influenza pandemica ha una mortalità inferiore a quella di stagione che provoca ogni anno, solo in Italia, dai 4 mila agli 8 mila decessi. Certamente questi numeri non devono farci dimenticare le vittime attuali.

È in corso la distribuzione del vaccino: sull’opportunità di vaccinarsi o meno si sentono pareri discordanti. Qual è il suo?
Io andrò a vaccinarmi. La vaccinazione è auspicabile e necessaria soprattutto per alcune categorie di persone – il personale medico e di servizio alla popolazione -, ma soprattutto per quelle in cui la malattia potrebbe decorrere in forma più grave, come le donne in attesa, i cardiopatici, gli asmatici, i diabetici, gli obesi, gli immunodepressi e via dicendo. Resta aperto il capitolo sull’opportunità di vaccinare i bambini che, per varie ragioni, sicuramente possono essere più colpiti dall’influenza.

Perché il capitolo della vaccinazione dei bambini resta aperto, visto che la fascia della popolazione più colpita è proprio quella che va dai 4 ai 15 anni? Forse si vuole testare meglio il vaccino?
Non credo. Il vaccino è sicuro. Credo si siano fatte scelte a livello centrale basate sulle priorità: prima chi deve curare gli eventuali ammalati e chi deve restare in salute poiché fornisce servizi essenziali, poi le donne in gravidanza, a seguire le persone malate croniche o con patologie note. Va poi tenuto presente che siamo di fronte ad un’offerta vaccinale che la persona può declinare o accettare.

In questo caso cosa consiglia?
Di dare massima fiducia ai medici e pediatri di famiglia che sanno bene valutare eventuali contagi. L’influenza è di per sé una malattia estremamente benigna e questa non dovrebbe fare eccezione. Le famiglie devono interagire con i loro medici e pediatri che devono fare da filtro. Saranno i medici a valutare i casi da indirizzare nei centri di cura. È opportuno evitare, quindi, l’intasamento degli ospedali come accaduto in questo week-end. Se si affollano gli ospedali sarà difficile poi dare quel necessario e indispensabile trattamento a chi ne ha veramente bisogno. Fiducia, dunque, al medico di famiglia, al pediatra e non dimenticare che tra i primi fattori di prevenzione c’é l’igiene.

Come giudica l’informazione che i media stanno dando sul virus A/H1N1?
C’è il diritto all’informazione e il dovere di informare. Sto vedendo un’informazione attenta e precisa. Di fronte a notizie che hanno un grande impatto sull’opinione pubblica, con morti che hanno provocato dolore, i media hanno fornito un’informazione pacata e abbastanza efficace, senza eccessivi allarmismi. L’Italia ha uno dei migliori sistemi di controllo delle infezioni respiratorie, Influnet, legato alla sorveglianza da parte di medici sentinella e del territorio che segnalano tutte le infezioni alle vie respiratorie. A oggi è stato estrapolato che sono oltre 400 mila le persone che hanno contratto l’influenza A/H1N1, un numero verosimilmente molto elevato, a fronte di una letalità che, pur con tutto il rispetto e dolore per le vittime, è abbastanza bassa. Al 2 novembre sono 14 i decessi in Italia provocati dall’influenza A/H1N1. Di questi ben 8 a Napoli, al punto che si parla già di “caso Campania”. Crescono anche i ricoveri in diversi ospedali della penisola. Da oggi, martedì 3 novembre, la Croce rossa italiana sta consegnando un milione e 200 mila dosi di vaccino. Si tratta della terza distribuzione ad opera della Cri, incaricata dal Ministero della Salute che fa affidamento «sull’esperienza e sulla autorevolezza in ambito sanitario dell’organizzazione umanitaria italiana».Della diffusione del virus A/H1N1 parliamo con Roberto Cauda, direttore dell’Istituto di clinica delle malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma (Università Cattolica).Professore, può tracciare un quadro della situazione attuale?Non siamo davanti a un evento imprevisto, né tantomeno straordinario. Sappiamo che ciclicamente – nel secolo passato è avvenuto tre volte – si possono verificare delle pandemie. Ricordiamo la Spagnola, la più devastante anche perché si verificò a ridosso della prima guerra mondiale, nel 1956 l’Asiatica e nel 1968 l’Honk Kong. Aspettavamo una nuova pandemia nel 2005, quando ci fu una grande apprensione per il virus A/H5N1, l’Aviaria. Pensavamo che questo sarebbe stato il virus pandemico e, invece, abbiamo l’attuale A/H1N1.Si parla di pandemia: che cosa s’intende con questo termine un po’ allarmante?La parola pandemia, che per alcuni rappresenta fonte di preoccupazione, è solo un termine tecnico che rappresenta uno sviluppo contemporaneo in più continenti di un virus. È chiaro che l’attuale A/H1N1 merita un’attenzione maggiore di quelli di stagione, proprio per la sua diffusione ampia e veloce. Aspettavamo il picco per Natale e invece si sta verificando ora. Ci sono più motivi, pertanto, per prendere la cosa in modo serio, come sembra stiano facendo i media, le agenzie nazionali e internazionali, i medici. Ma non si deve cadere nel panico: questa influenza pandemica ha una mortalità inferiore a quella di stagione che provoca ogni anno, solo in Italia, dai 4 mila agli 8 mila decessi. Certamente questi numeri non devono farci dimenticare le vittime attuali.È in corso la distribuzione del vaccino: sull’opportunità di vaccinarsi o meno si sentono pareri discordanti. Qual è il suo?Io andrò a vaccinarmi. La vaccinazione è auspicabile e necessaria soprattutto per alcune categorie di persone – il personale medico e di servizio alla popolazione -, ma soprattutto per quelle in cui la malattia potrebbe decorrere in forma più grave, come le donne in attesa, i cardiopatici, gli asmatici, i diabetici, gli obesi, gli immunodepressi e via dicendo. Resta aperto il capitolo sull’opportunità di vaccinare i bambini che, per varie ragioni, sicuramente possono essere più colpiti dall’influenza.Perché il capitolo della vaccinazione dei bambini resta aperto, visto che la fascia della popolazione più colpita è proprio quella che va dai 4 ai 15 anni? Forse si vuole testare meglio il vaccino?Non credo. Il vaccino è sicuro. Credo si siano fatte scelte a livello centrale basate sulle priorità: prima chi deve curare gli eventuali ammalati e chi deve restare in salute poiché fornisce servizi essenziali, poi le donne in gravidanza, a seguire le persone malate croniche o con patologie note. Va poi tenuto presente che siamo di fronte ad un’offerta vaccinale che la persona può declinare o accettare.In questo caso cosa consiglia?Di dare massima fiducia ai medici e pediatri di famiglia che sanno bene valutare eventuali contagi. L’influenza è di per sé una malattia estremamente benigna e questa non dovrebbe fare eccezione. Le famiglie devono interagire con i loro medici e pediatri che devono fare da filtro. Saranno i medici a valutare i casi da indirizzare nei centri di cura. È opportuno evitare, quindi, l’intasamento degli ospedali come accaduto in questo week-end. Se si affollano gli ospedali sarà difficile poi dare quel necessario e indispensabile trattamento a chi ne ha veramente bisogno. Fiducia, dunque, al medico di famiglia, al pediatra e non dimenticare che tra i primi fattori di prevenzione c’é l’igiene.Come giudica l’informazione che i media stanno dando sul virus A/H1N1?C’è il diritto all’informazione e il dovere di informare. Sto vedendo un’informazione attenta e precisa. Di fronte a notizie che hanno un grande impatto sull’opinione pubblica, con morti che hanno provocato dolore, i media hanno fornito un’informazione pacata e abbastanza efficace, senza eccessivi allarmismi. L’Italia ha uno dei migliori sistemi di controllo delle infezioni respiratorie, Influnet, legato alla sorveglianza da parte di medici sentinella e del territorio che segnalano tutte le infezioni alle vie respiratorie. A oggi è stato estrapolato che sono oltre 400 mila le persone che hanno contratto l’influenza A/H1N1, un numero verosimilmente molto elevato, a fronte di una letalità che, pur con tutto il rispetto e dolore per le vittime, è abbastanza bassa.

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