La testimonianza di un protagonista di lungo corso dell'attività politica: una pericolosa disaffezione è innegabile, ma ci sono incoraggianti segnali di ripresa dell'impegno

Paolo DANUVOLA
Redazione

La constatazione della fragilità dell’area cattolica di fronte alla cultura e alla politica appare oggi evidente. Lo si constata a ogni perdita di personaggi rilevanti: fra i più recenti Pietro Scoppola e Leopoldo Elia. Nell’ambito culturale, politico, partitico, ogni avvicendamento avviene ormai con persone di altre sensibilità culturali. Nel campo politico-partitico credo che questa fragilità possa essere riconducibile all’affievolirsi dello slancio post-conciliare, al mutare dell’intensità di vita ecclesiale nelle comunità, ma anche alle modifiche del sistema elettorale e alla progressiva irrilevanza della partecipazione dei cittadini alla costruzione delle assemblee istituzionali.
Il Concilio Vaticano II aveva suscitato speranze, evidenziato energie, sollecitato una responsabilità nella storia, valorizzato il laicato in una Chiesa allora tutta ancora clericale. Ma l’incrociarsi di quell’investimento per il futuro con la crisi della Dc (che esprimeva il tentativo storico del partito di ispirazione cristiana) e con l’avvio del bipolarismo elettorale, portava a una fatica che si è voluta evitare. Positivamente meno conflittualità interne quindi, ma con l’esito di giungere oggi a una sostanziale indifferenza e diffidenza politico-istituzionale. Anche l’indirizzare i giovani dall’ambito territoriale verso i movimenti, più immediati e affascinanti della quotidianità locale, ha spostato per anni persone e risorse. Oggi troviamo le comunità parrocchiali fragili – con difficoltà di comunicazione, chiuse un po’ in se stesse – a resistere in un contesto desertificato. La constatazione della fragilità dell’area cattolica di fronte alla cultura e alla politica appare oggi evidente. Lo si constata a ogni perdita di personaggi rilevanti: fra i più recenti Pietro Scoppola e Leopoldo Elia. Nell’ambito culturale, politico, partitico, ogni avvicendamento avviene ormai con persone di altre sensibilità culturali. Nel campo politico-partitico credo che questa fragilità possa essere riconducibile all’affievolirsi dello slancio post-conciliare, al mutare dell’intensità di vita ecclesiale nelle comunità, ma anche alle modifiche del sistema elettorale e alla progressiva irrilevanza della partecipazione dei cittadini alla costruzione delle assemblee istituzionali.Il Concilio Vaticano II aveva suscitato speranze, evidenziato energie, sollecitato una responsabilità nella storia, valorizzato il laicato in una Chiesa allora tutta ancora clericale. Ma l’incrociarsi di quell’investimento per il futuro con la crisi della Dc (che esprimeva il tentativo storico del partito di ispirazione cristiana) e con l’avvio del bipolarismo elettorale, portava a una fatica che si è voluta evitare. Positivamente meno conflittualità interne quindi, ma con l’esito di giungere oggi a una sostanziale indifferenza e diffidenza politico-istituzionale. Anche l’indirizzare i giovani dall’ambito territoriale verso i movimenti, più immediati e affascinanti della quotidianità locale, ha spostato per anni persone e risorse. Oggi troviamo le comunità parrocchiali fragili – con difficoltà di comunicazione, chiuse un po’ in se stesse – a resistere in un contesto desertificato. Il tema della responsabilità Ma soprattutto il passaggio a sistemi elettorali che oggi danno alle segreterie dei partiti il potere di nominare (non eleggere) il Parlamento, ingenerano una disaffezione pericolosa. Se poi i partiti del leader, piuttosto che lanciare un progetto, fanno politica a partire dai sondaggi (per inseguirli), allora diventa difficile chiedere a un giovane di impegnarsi per assecondare quello che c’è già.Eppure si inizia a sentire un’aria nuova, una voglia di inventare un percorso originale. Lo ha sollecitato Benedetto XVI, invocando una nuova generazione di politici; lo sollecita il cardinale Dionigi Tettamanzi a ogni incontro con le istituzioni, con riferimento ai giovani.Come reinventare allora un percorso? Proporrei: mettere nella formazione ordinaria il tema della responsabilità nel civile, contrastando chi vorrebbe istituzioni evanescenti; accettare la debolezza della singola parrocchia e avere il coraggio di mettere in rete energie giovanili su specifiche iniziative a livello di decanato e città; permettere a livello ecclesiale una cordiale ripresa di scambio di opinioni sulla politica; verificare se il legittimo pluralismo non sia diventato una diaspora inconcludente, ricercando convergenze sui valori; avvertire che le scelte politiche si giocano anche sul “senso dello Stato” e sull’impostazione istituzionale (esempio con la divisione dei poteri)…Solo la testimonianza e l’elaborazione culturale sapranno indirizzare poi verso leggi improntate alla pienezza umana. Tempi duri ci attendono, ma giovani capaci di rischiare ne vedo ancora: di rischiare dico, non di mantenere l’esistente.

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