Dopo�il sì�al ddl sulla sicurezza, il portavoce della Cei monsignor Domenico Pompili spiega: «Bisogna interrogarsi sulle cause di questo fenomeno, far sì che i figli di Paesi poveri non siano costretti ad abbandonare la loro terra e favorire l'effettiva integrazione nella nostra società di quanti giungono dall'estero»

Carlo ROSSI
Redazione

All’indomani dell’approvazione da parte del Senato del ddl sulla sicurezza, vale ancora – dichiara monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei – «quanto affermato nel comunicato finale dell’ultima assemblea generale della Cei». In quella occasione, aggiunge il portavoce Cei, i vescovi «hanno concordato sul fatto che si tratta di un fenomeno assai complesso, che proprio per questo deve essere governato e non subìto. È peraltro evidente che una risposta dettata dalle sole esigenze di ordine pubblico – che è comunque necessario garantire in un corretto rapporto tra diritti e doveri – risulta insufficiente, se non ci si interroga sulle cause profonde di un simile fenomeno».
«Due azioni convergenti sembrano irrinunciabili – spiega Pompili -. La prima consiste nell’impedire che i figli di Paesi poveri siano costretti ad abbandonare la loro terra, a costo di pericoli gravissimi, pur di trovare una speranza di vita. Tale problema esige di riprendere e incrementare le politiche di aiuto verso i Paesi maggiormente svantaggiati».
La seconda risposta, ricorda monsignor Pompili, «sta nel favorire l’effettiva integrazione di quanti giungono dall’estero, evitando il formarsi di gruppi chiusi e preparando “patti di cittadinanza” che definiscano i rapporti e trasformino questa drammatica emergenza in un’opportunità per tutti. Ciò è possibile se si tiene conto della tradizionale disponibilità degli italiani – memori del loro passato di emigranti – ad accogliere l’altro e a integrarlo nel tessuto sociale. Suonerebbe infatti retorico l’elogio di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, se non si accompagnasse con la cura di educare a questa nuova condizione, che non è più di omogeneità e che richiede obiettivamente una maturità culturale e spirituale».
Monsignor Pompili richiama anche le parole del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione all’ultima assemblea dei vescovi. Accanto al «valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili – disse il Cardinale -, ce ne sono altri, come la legalità, l’affrancamento dai trafficanti, la salvaguardia del diritto di asilo, la sicurezza dei cittadini, la libertà per tutti di vivere dignitosamente nel proprio Paese, ma anche la libertà di emigrare per migliorare le proprie condizioni da contemperare naturalmente con le possibilità d’accoglienza dei singoli Paesi, o magari solo per arricchirsi culturalmente. Motivo per cui il singolo provvedimento finisce con l’essere fatalmente inadeguato se non lo si può collocare in una strategia più ampia e articolata che una nazione come l’Italia deve darsi a fronte di un fenomeno epocale come la migrazione di intere popolazioni».
Richiamando sempre le parole del cardinale Bagnasco, monsignor Pompili aggiunge: «La via della cooperazione internazionale deve diventare un caposaldo trasversale della politica italiana e anche europea, una scelta oculatamente perseguita e dunque anche impegnativa sul fronte delle risorse. Solo migliorando le condizioni economiche e sociali dei Paesi di origine dei nostri immigrati si può togliere al fenomeno migratorio la propria carica dirompente». E questo, fa notare il portavoce della Cei, «è un motivo in più perché l’Italia si attivi molto nella riformulazione» di «più giusti meccanismi di governo dell’economia mondiale».
Quanto all’effettiva integrazione, «conta ovviamente il posto di lavoro e una dimora minimamente dignitosa, ma tutto ciò non basta. Bisogna evitare il formarsi di enclave etniche, perché così non solo si scongiurano micro-conflitti diffusi sul territorio, ma si modifica la percezione circa la presenza di stranieri». All’indomani dell’approvazione da parte del Senato del ddl sulla sicurezza, vale ancora – dichiara monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei – «quanto affermato nel comunicato finale dell’ultima assemblea generale della Cei». In quella occasione, aggiunge il portavoce Cei, i vescovi «hanno concordato sul fatto che si tratta di un fenomeno assai complesso, che proprio per questo deve essere governato e non subìto. È peraltro evidente che una risposta dettata dalle sole esigenze di ordine pubblico – che è comunque necessario garantire in un corretto rapporto tra diritti e doveri – risulta insufficiente, se non ci si interroga sulle cause profonde di un simile fenomeno».«Due azioni convergenti sembrano irrinunciabili – spiega Pompili -. La prima consiste nell’impedire che i figli di Paesi poveri siano costretti ad abbandonare la loro terra, a costo di pericoli gravissimi, pur di trovare una speranza di vita. Tale problema esige di riprendere e incrementare le politiche di aiuto verso i Paesi maggiormente svantaggiati».La seconda risposta, ricorda monsignor Pompili, «sta nel favorire l’effettiva integrazione di quanti giungono dall’estero, evitando il formarsi di gruppi chiusi e preparando “patti di cittadinanza” che definiscano i rapporti e trasformino questa drammatica emergenza in un’opportunità per tutti. Ciò è possibile se si tiene conto della tradizionale disponibilità degli italiani – memori del loro passato di emigranti – ad accogliere l’altro e a integrarlo nel tessuto sociale. Suonerebbe infatti retorico l’elogio di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, se non si accompagnasse con la cura di educare a questa nuova condizione, che non è più di omogeneità e che richiede obiettivamente una maturità culturale e spirituale».Monsignor Pompili richiama anche le parole del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione all’ultima assemblea dei vescovi. Accanto al «valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili – disse il Cardinale -, ce ne sono altri, come la legalità, l’affrancamento dai trafficanti, la salvaguardia del diritto di asilo, la sicurezza dei cittadini, la libertà per tutti di vivere dignitosamente nel proprio Paese, ma anche la libertà di emigrare per migliorare le proprie condizioni da contemperare naturalmente con le possibilità d’accoglienza dei singoli Paesi, o magari solo per arricchirsi culturalmente. Motivo per cui il singolo provvedimento finisce con l’essere fatalmente inadeguato se non lo si può collocare in una strategia più ampia e articolata che una nazione come l’Italia deve darsi a fronte di un fenomeno epocale come la migrazione di intere popolazioni».Richiamando sempre le parole del cardinale Bagnasco, monsignor Pompili aggiunge: «La via della cooperazione internazionale deve diventare un caposaldo trasversale della politica italiana e anche europea, una scelta oculatamente perseguita e dunque anche impegnativa sul fronte delle risorse. Solo migliorando le condizioni economiche e sociali dei Paesi di origine dei nostri immigrati si può togliere al fenomeno migratorio la propria carica dirompente». E questo, fa notare il portavoce della Cei, «è un motivo in più perché l’Italia si attivi molto nella riformulazione» di «più giusti meccanismi di governo dell’economia mondiale».Quanto all’effettiva integrazione, «conta ovviamente il posto di lavoro e una dimora minimamente dignitosa, ma tutto ciò non basta. Bisogna evitare il formarsi di enclave etniche, perché così non solo si scongiurano micro-conflitti diffusi sul territorio, ma si modifica la percezione circa la presenza di stranieri».

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