Nei recenti vertici internazionali raggiunti non pochi accordi, che però rischiano di rimanere semplici promesse. Sulla crisi economica, per esempio, non è facile trovare rimedi adeguati

Gianni BORSA
Redazione

Non sono certo mancati gli “accordi” nei recenti vertici internazionali svoltisi a Londra (G20), Strasburgo (Nato) e Praga (summit Ue-Usa), mentre forse i primi “risultati” si sperimenteranno nei prossimi mesi. Tra i vecchi e i nuovi protagonisti della scena politica mondiale si è discusso delle misure per far ripartire l’economia mondiale, delle nuove regole per i mercati finanziari, del problema occupazione e di tanto altro ancora. Sono stati lanciati messaggi rassicuranti alle rispettive popolazioni, si è voluta far passare l’idea di una situazione difficile, ma tutto sommato sotto controllo. Non si sono però potute nascondere le posizioni discordanti emerse su vari temi. Per esempio, rispetto all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, il presidente statunitense Obama si è lasciato scappare qualche parola di troppo, tanto che il francese Sarkozy e la tedesca Merkel hanno mostrato irritazione su questo aspetto, che effettivamente riguarda la vita interna dell’Ue.
Ma se un bilancio complessivo degli incontri della scorsa settimana potrà essere stilato solo quando se ne misureranno gli effetti concreti, già ora si possono segnalare alcune questioni evidenti. La prima riguarda il fatto che è tuttora difficile stabilire contromosse efficaci per affrontare la recessione economica, in quanto il quadro resta in movimento. Finché non se ne conosceranno in toto cause ed effetti (finanziari, produttivi, commerciali, lavorativi, sociali), sarà impossibile disegnare una strategia comune e risolutrice, ammesso che questa esista veramente. Tanto più – ed è la seconda osservazione – che la stessa crisi non riguarda solo alcuni Paesi o regioni del mondo, ma investe tutti, proprio tutti, da Washington a Pechino, da Berlino a Nairobi, passando per Kathmandu. Se la crisi colpisce senza distinzione, significa che la risposta deve venire con un’azione concertata a livello planetario. Da qui l’idea originaria di Sarkozy e Bush di passare dal G8 al G20 (Cina, India, Brasile…), coinvolgendo persino attori non statuali come l’Ue, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, il Wto e così via. E più cresce il numero delle teste pensanti e dei protagonisti, più l’accordo dev’essere meditato, mediato e condiviso.
In terzo luogo si conferma che le preoccupazioni finanziarie ed economiche vanno ad intrecciarsi con altre sfide globali, riguardanti il clima, l’energia, la sicurezza, senza trascurare la giustizia internazionale. Non si può pretendere, infatti, di ripartire come in passato, con un’economia e un benessere riservati solo a poche fasce sociali privilegiate e solo ad alcuni Stati ricchi, escludendo una gran parte del pianeta dai benefici dello sviluppo. Le immense sacche di povertà presenti nei cinque continenti, i grandi flussi migratori, i mutamenti ambientali, il terrorismo proveniente dal Sud del mondo costituiscono dei campanelli d’allarme cui il Nord della Terra deve finalmente tendere l’orecchio. Non sono certo mancati gli “accordi” nei recenti vertici internazionali svoltisi a Londra (G20), Strasburgo (Nato) e Praga (summit Ue-Usa), mentre forse i primi “risultati” si sperimenteranno nei prossimi mesi. Tra i vecchi e i nuovi protagonisti della scena politica mondiale si è discusso delle misure per far ripartire l’economia mondiale, delle nuove regole per i mercati finanziari, del problema occupazione e di tanto altro ancora. Sono stati lanciati messaggi rassicuranti alle rispettive popolazioni, si è voluta far passare l’idea di una situazione difficile, ma tutto sommato sotto controllo. Non si sono però potute nascondere le posizioni discordanti emerse su vari temi. Per esempio, rispetto all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, il presidente statunitense Obama si è lasciato scappare qualche parola di troppo, tanto che il francese Sarkozy e la tedesca Merkel hanno mostrato irritazione su questo aspetto, che effettivamente riguarda la vita interna dell’Ue.Ma se un bilancio complessivo degli incontri della scorsa settimana potrà essere stilato solo quando se ne misureranno gli effetti concreti, già ora si possono segnalare alcune questioni evidenti. La prima riguarda il fatto che è tuttora difficile stabilire contromosse efficaci per affrontare la recessione economica, in quanto il quadro resta in movimento. Finché non se ne conosceranno in toto cause ed effetti (finanziari, produttivi, commerciali, lavorativi, sociali), sarà impossibile disegnare una strategia comune e risolutrice, ammesso che questa esista veramente. Tanto più – ed è la seconda osservazione – che la stessa crisi non riguarda solo alcuni Paesi o regioni del mondo, ma investe tutti, proprio tutti, da Washington a Pechino, da Berlino a Nairobi, passando per Kathmandu. Se la crisi colpisce senza distinzione, significa che la risposta deve venire con un’azione concertata a livello planetario. Da qui l’idea originaria di Sarkozy e Bush di passare dal G8 al G20 (Cina, India, Brasile…), coinvolgendo persino attori non statuali come l’Ue, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, il Wto e così via. E più cresce il numero delle teste pensanti e dei protagonisti, più l’accordo dev’essere meditato, mediato e condiviso.In terzo luogo si conferma che le preoccupazioni finanziarie ed economiche vanno ad intrecciarsi con altre sfide globali, riguardanti il clima, l’energia, la sicurezza, senza trascurare la giustizia internazionale. Non si può pretendere, infatti, di ripartire come in passato, con un’economia e un benessere riservati solo a poche fasce sociali privilegiate e solo ad alcuni Stati ricchi, escludendo una gran parte del pianeta dai benefici dello sviluppo. Le immense sacche di povertà presenti nei cinque continenti, i grandi flussi migratori, i mutamenti ambientali, il terrorismo proveniente dal Sud del mondo costituiscono dei campanelli d’allarme cui il Nord della Terra deve finalmente tendere l’orecchio.

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