Alla lotta politica e culturale si sta sovrapponendo quella per il potere economico

Riccardo MORO
Redazione

I fatti iraniani segnano un cambiamento destinato a pesare nei prossimi anni. La campagna elettorale si era svolta in modi nuovi. La tv aveva ospitato, per la prima volta, un seguitissimo dibattito in diretta fra i due principali candidati, il conservatore Ahmadinejad e il moderato Moussavi. Le attese erano grandi.
Ahmadinejad era stato eletto nel 2005 quasi per caso, presentandosi come outsider. Il rappresentante dei conservatori allora era Rafsanjani, grande vecchio della politica iraniana, già due volte presidente della Repubblica. Gli elettori erano stufi di lui e al primo turno si affermò il candidato moderato, mentre i conservatori si divisero tra Rafsanjani e l’allora quasi sconosciuto sindaco di Teheran. Questi prese una manciata di voti in più e andò al ballottaggio. Tutti i conservatori votarono per lui, che vinse di misura.
Da presidente Ahmadinejad ha suscitato un malcontento diffuso. I discorsi negazionisti gli hanno compromesso molte relazioni internazionali e con esse i rapporti commerciali e la capacità di attirare investimenti stranieri. L’economia è rimasta strozzata e il primo Paese produttore di petrolio investe confusamente nel nucleare, ma non è in grado di costruire raffinerie, comperando carburante all’estero per il proprio fabbisogno. Poiché il governo vuole mostrarsi grandioso, però, la benzina viene venduta a un prezzo politico e la differenza viene pagata dalle casse dello Stato, che anche per questo rischia la bancarotta. Incurante delle critiche, Ahmadinejad ha cercato il voto popolare aumentando la retorica ideologica e… distribuendo patate nei quartieri poveri.
Dal lato opposto Moussavi, già premier durante i primi anni degli ayatollah, rappresentava i moderati, con la benedizione del più autorevole, Khatami, l’unico presidente ad aver tentato riforme liberali. Al di sopra dei contendenti Alì Khamenei, vero capo del Paese, successore di Khomeini nel ruolo a vita di Guida suprema, che in passato aveva fermato le aperture di Khatami, ma che negli ultimi mesi era apparso freddo verso Ahmadinejad. Ci si chiedeva se alle elezioni avrebbe continuato a sostenerlo o avrebbe offerto un appoggio discreto ai moderati per stemperarne le domande e migliorare l’immagine internazionale del Paese. I fatti iraniani segnano un cambiamento destinato a pesare nei prossimi anni. La campagna elettorale si era svolta in modi nuovi. La tv aveva ospitato, per la prima volta, un seguitissimo dibattito in diretta fra i due principali candidati, il conservatore Ahmadinejad e il moderato Moussavi. Le attese erano grandi.Ahmadinejad era stato eletto nel 2005 quasi per caso, presentandosi come outsider. Il rappresentante dei conservatori allora era Rafsanjani, grande vecchio della politica iraniana, già due volte presidente della Repubblica. Gli elettori erano stufi di lui e al primo turno si affermò il candidato moderato, mentre i conservatori si divisero tra Rafsanjani e l’allora quasi sconosciuto sindaco di Teheran. Questi prese una manciata di voti in più e andò al ballottaggio. Tutti i conservatori votarono per lui, che vinse di misura.Da presidente Ahmadinejad ha suscitato un malcontento diffuso. I discorsi negazionisti gli hanno compromesso molte relazioni internazionali e con esse i rapporti commerciali e la capacità di attirare investimenti stranieri. L’economia è rimasta strozzata e il primo Paese produttore di petrolio investe confusamente nel nucleare, ma non è in grado di costruire raffinerie, comperando carburante all’estero per il proprio fabbisogno. Poiché il governo vuole mostrarsi grandioso, però, la benzina viene venduta a un prezzo politico e la differenza viene pagata dalle casse dello Stato, che anche per questo rischia la bancarotta. Incurante delle critiche, Ahmadinejad ha cercato il voto popolare aumentando la retorica ideologica e… distribuendo patate nei quartieri poveri.Dal lato opposto Moussavi, già premier durante i primi anni degli ayatollah, rappresentava i moderati, con la benedizione del più autorevole, Khatami, l’unico presidente ad aver tentato riforme liberali. Al di sopra dei contendenti Alì Khamenei, vero capo del Paese, successore di Khomeini nel ruolo a vita di Guida suprema, che in passato aveva fermato le aperture di Khatami, ma che negli ultimi mesi era apparso freddo verso Ahmadinejad. Ci si chiedeva se alle elezioni avrebbe continuato a sostenerlo o avrebbe offerto un appoggio discreto ai moderati per stemperarne le domande e migliorare l’immagine internazionale del Paese. Un Paese sotto tensione Tutti conosciamo i fatti di questi giorni, che dopo la proclamazione della vittoria di Ahmadinejad hanno portato a violenze e arresti e il Paese a una situazione di mobilitazione e tensione permanente.In questi anni Ahmadinejad ha cercato di appropriarsi del potere e Khamenei gli ha dato spazio, pensando di indebolire i moderati; ma oggi non si capisce quale sia realmente il rapporto tra i due. Khamenei si è affrettato a dichiarare eletto Ahmadinejad, ma poi ha dichiarato una disponibilità al ricalcolo almeno parziale. E poi c’è Rafasnjani. Oggi presiede l’assemblea degli Esperti, l’unica che può deporre, ma in condizioni difficilissime da realizzare, la Guida suprema. Rafsanjani era un conservatore e oggi simpatizza per i moderati, ma i suoi interessi non sono solo politici. Il clero conservatore, con le sue fondazioni, detiene le principali fonti di ricchezza del Paese e proprio Rafsanjani, da presidente, aveva ridotto gli spazi delle fondazioni per aprirli alle imprese private. Ed era diventato l’uomo più ricco del Paese. Per questo venne scaricato dal clero, che vedeva in lui una minaccia per il proprio potere. Si ha l’impressione che alla lotta politica e culturale tra moderati e conservatori si stia sovrapponendo anche la lotta per il potere economico, che potrebbe vedere Rafsanjani ancora una volta giocare da grande opportunista.In tutto questo le scelte di campo stanno diventando definitive. Moussavi e Khatami sono certo moderati rispetto ai loro avversari, ma provengono dal loro stesso campo. Se in passato le differenze potevano apparire minime, oggi gli scontri, i morti e gli arresti aprono una frattura non più ricomponibile. I leader moderati diventano irreversibilmente difensori di un processo di liberazione di cui i cittadini che continuano a riempire le strade delle città iraniane sono protagonisti. Sembra di respirare l’aria di piazza Tiananmen. Ci auguriamo con tutto il cuore che l’esito sia diverso.

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