Tutela della natura, deforestazione e perdita della biodiversità tra i temi dell'assemblea mondiale in programma a Belem, in Brasile, dal 27 gennaio all'1 febbraio. Parla il responsabile internazionale di Caritas Italiana

Patrizia CAIFFA
Redazione

Saranno le popolazioni indigene, con circa 3.000 delegati, le protagoniste della IX edizione del Forum sociale mondiale, dal 27 gennaio al 1° febbraio a Belem, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Dopo le prime tre edizioni e la quinta (nel 2001, 2002, 2003 e 2005) a Porto Alegre e la penultima in Kenya nel 2007, il Forum sociale che riunisce le realtà della società civile di tutto il mondo torna in Brasile. Parteciperanno oltre 100 mila persone di 4000 organizzazioni da 150 Paesi. Nutrita sarà la partecipazione delle realtà ecclesiali, tra cui missionari, università cattoliche e tutta la rete Caritas. Ne parla Paolo Beccegato, coordinatore dell’area “internazionale” di Caritas Italiana.

A Belem la Caritas Italiana proporrà un seminario a partire dalla sua recente ricerca sui conflitti dimenticati, che sottolinea il legame con le emergenze ambientali. L’ambiente sarà un tema centrale al Forum?
La scelta di tenere il Forum a Belem, porta dell’Amazzonia, con un’attenzione particolare ai temi dell’ambiente, della deforestazione, della perdita della biodiversità, si interseca bene con la nostra ricerca. Il Forum sarà un’opportunità non solo per presentare il testo, ma per approfondirlo. Ci occuperemo quindi di giustizia ambientale. Non c’è infatti solo una giustizia sociale, distributiva, contributiva. Ormai bisogna ragionare anche in termini di giustizia ambientale, perché i problemi dell’ambiente sono causa e conseguenza di questioni che hanno un grande impatto sulla società.

I popoli indigeni dell’Amazzonia saranno protagonisti. Come la Chiesa, in particolare quella brasiliana, affianca le loro rivendicazioni?
Gli indigeni fanno parte delle categorie più vulnerabili ed escluse, quindi rientrano nell’opzione preferenziale della Chiesa per gli ultimi. Il genocidio degli indigeni di tutta l’America è una questione che interpella le coscienze anche di noi cristiani. La Chiesa, soprattutto quella brasiliana, ha sviluppato negli anni delle pastorali specifiche, con una serie di iniziative di solidarietà e vicinanza, ma anche di lobby e advocacy di carattere politico, chiedendo sempre più tutele e riconoscimento. Ma la sfida rimane ancora aperta, perché in molti Paesi latino-americani non si può certo dire che la situazione degli indigeni sia adeguatamente tutelata.

Quali altri problemi emergeranno?
Alle questioni storiche dei soprusi sugli indigeni si sommano oggi la scarsità ambientale delle risorse, con la riduzione della terra coltivabile a causa dell’erosione delle coste; la diminuzione della foresta, fonte di vita per popolazioni locali. Complessivamente aumentano più del previsto le emissioni di gas serra e di conseguenza la temperatura della terra. Non c’è una adeguata diffusione delle politiche di risparmio energetico e di efficienza energetica, né di aumento delle fonti rinnovabili energetiche. Quindi resta ancora troppo alta la dipendenza dai combustibili fossili. Questi grandi dilemmi restano ancora obiettivi disattesi.

Hanno ancora senso questi eventi che tentano di “cambiare il mondo”?
Prima di tutto non dobbiamo cadere nella tentazione che se non succede niente di eclatante non c’è la notizia. Anzi, una presenza equilibrata della Chiesa ha forse prevenuto degli eccessi. Dipende anche da noi, da come cogliamo questa evoluzione positiva del Forum. A me risulta che questo evento, come altri che si equiparano, sono indicatori molto importanti. La partecipazione di centinaia di migliaia di persone dimostra come non siano eventi superati. Anzi, in una società tecnologica e virtuale c’è sempre più desiderio di incontrarsi tra persone che condividono grandi scenari futuri per l’umanità, diversi da quelli a cui purtroppo ci stiamo abituando. Certo non possiamo sottacere il fatto che chi è interessato a questi problemi rischia di essere una nicchia dell’umanità. Però se non ci fosse magari i problemi del mondo sarebbero peggiori.

Si parla molto di “glocale”, cioè di un territorio che dovrebbe interessarsi delle dinamiche del mondo globalizzato. Esiste davvero questo interesse?
In questo momento, con la minaccia che le crisi economiche e finanziarie colpiscano la nostra base, c’è il rischio di un atteggiamento ancor più difensivo. Ma la storia ci sta insegnando, anche grazie a questi fatti, quanto tutta la realtà oramai sia glocale. Bisogna solo saperla riconoscere e lavorare per il positivo: renderci conto di quanto siamo parte di un tutto, capire l’interdipendenza dei fenomeni e l’analisi delle cause dell’impoverimento,anche in termini di solidarietà e apertura alla mondialità. Saranno le popolazioni indigene, con circa 3.000 delegati, le protagoniste della IX edizione del Forum sociale mondiale, dal 27 gennaio al 1° febbraio a Belem, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Dopo le prime tre edizioni e la quinta (nel 2001, 2002, 2003 e 2005) a Porto Alegre e la penultima in Kenya nel 2007, il Forum sociale che riunisce le realtà della società civile di tutto il mondo torna in Brasile. Parteciperanno oltre 100 mila persone di 4000 organizzazioni da 150 Paesi. Nutrita sarà la partecipazione delle realtà ecclesiali, tra cui missionari, università cattoliche e tutta la rete Caritas. Ne parla Paolo Beccegato, coordinatore dell’area “internazionale” di Caritas Italiana.A Belem la Caritas Italiana proporrà un seminario a partire dalla sua recente ricerca sui conflitti dimenticati, che sottolinea il legame con le emergenze ambientali. L’ambiente sarà un tema centrale al Forum?La scelta di tenere il Forum a Belem, porta dell’Amazzonia, con un’attenzione particolare ai temi dell’ambiente, della deforestazione, della perdita della biodiversità, si interseca bene con la nostra ricerca. Il Forum sarà un’opportunità non solo per presentare il testo, ma per approfondirlo. Ci occuperemo quindi di giustizia ambientale. Non c’è infatti solo una giustizia sociale, distributiva, contributiva. Ormai bisogna ragionare anche in termini di giustizia ambientale, perché i problemi dell’ambiente sono causa e conseguenza di questioni che hanno un grande impatto sulla società.I popoli indigeni dell’Amazzonia saranno protagonisti. Come la Chiesa, in particolare quella brasiliana, affianca le loro rivendicazioni?Gli indigeni fanno parte delle categorie più vulnerabili ed escluse, quindi rientrano nell’opzione preferenziale della Chiesa per gli ultimi. Il genocidio degli indigeni di tutta l’America è una questione che interpella le coscienze anche di noi cristiani. La Chiesa, soprattutto quella brasiliana, ha sviluppato negli anni delle pastorali specifiche, con una serie di iniziative di solidarietà e vicinanza, ma anche di lobby e advocacy di carattere politico, chiedendo sempre più tutele e riconoscimento. Ma la sfida rimane ancora aperta, perché in molti Paesi latino-americani non si può certo dire che la situazione degli indigeni sia adeguatamente tutelata.Quali altri problemi emergeranno?Alle questioni storiche dei soprusi sugli indigeni si sommano oggi la scarsità ambientale delle risorse, con la riduzione della terra coltivabile a causa dell’erosione delle coste; la diminuzione della foresta, fonte di vita per popolazioni locali. Complessivamente aumentano più del previsto le emissioni di gas serra e di conseguenza la temperatura della terra. Non c’è una adeguata diffusione delle politiche di risparmio energetico e di efficienza energetica, né di aumento delle fonti rinnovabili energetiche. Quindi resta ancora troppo alta la dipendenza dai combustibili fossili. Questi grandi dilemmi restano ancora obiettivi disattesi.Hanno ancora senso questi eventi che tentano di “cambiare il mondo”?Prima di tutto non dobbiamo cadere nella tentazione che se non succede niente di eclatante non c’è la notizia. Anzi, una presenza equilibrata della Chiesa ha forse prevenuto degli eccessi. Dipende anche da noi, da come cogliamo questa evoluzione positiva del Forum. A me risulta che questo evento, come altri che si equiparano, sono indicatori molto importanti. La partecipazione di centinaia di migliaia di persone dimostra come non siano eventi superati. Anzi, in una società tecnologica e virtuale c’è sempre più desiderio di incontrarsi tra persone che condividono grandi scenari futuri per l’umanità, diversi da quelli a cui purtroppo ci stiamo abituando. Certo non possiamo sottacere il fatto che chi è interessato a questi problemi rischia di essere una nicchia dell’umanità. Però se non ci fosse magari i problemi del mondo sarebbero peggiori.Si parla molto di “glocale”, cioè di un territorio che dovrebbe interessarsi delle dinamiche del mondo globalizzato. Esiste davvero questo interesse?In questo momento, con la minaccia che le crisi economiche e finanziarie colpiscano la nostra base, c’è il rischio di un atteggiamento ancor più difensivo. Ma la storia ci sta insegnando, anche grazie a questi fatti, quanto tutta la realtà oramai sia glocale. Bisogna solo saperla riconoscere e lavorare per il positivo: renderci conto di quanto siamo parte di un tutto, capire l’interdipendenza dei fenomeni e l’analisi delle cause dell’impoverimento,anche in termini di solidarietà e apertura alla mondialità.

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