Solo cinque neo-laureati su dieci trovano un'occupazione nel giro di un anno. Ma il lavoro è solo per sopravvivere?

Andrea CASAVECCHIA
Redazione

I neo-laureati in Italia faticano a trovare un loro collocamento nel mercato del lavoro italiano. Nascosta dalle lacrime versate per la crisi economica, ancora una volta assistiamo a una diminuzione di domanda delle imprese che li cercano. L’ultimo rapporto di Almalaurea spiega che nel 2008 i giovani dottori che trovano un lavoro dopo un anno sono il 51,4% contro il 57,5% del 2001. In gran parte dei casi il loro impiego è caratterizzato da una costante insicurezza contrattuale: dopo cinque anni il 26,8% è ancora con un contratto precario.
Dietro questi numeri si possono intravedere diverse cause. Da una parte la scarsa capacità del nostro sistema economico di assorbire persone con un’alta formazione. Tanto che in un periodo di crisi la richiesta di laureati cala del 23%. Si dimostra l’incapacità di puntare al futuro della maggioranza delle nostre imprese, che invece di puntare sulla qualità delle “risorse umane” si ripiega su se stessa. Accompagnate d’altronde dalla scarsa lungimiranza del mondo finanziario, che stringe i cordoni dei suoi borsellini per paura di perdere i soldi nell’economia reale dopo averne dissipati tanti nella finanza virtuale. Sarebbe interessante vedere incentivi per stimolare investimenti sulle persone invece che su variegate attività.
D’altra parte, però, dietro lo scarso appeal dei nostri laureati c’è anche un’insospettabile impreparazione, dovuta non tanto ai loro skills, alle loro abilità, visto che i dati di Almalaurea ci dimostrano che sono più preparati dei loro predecessori, si laureano con voti migliori, conoscono bene almeno una lingua straniera, hanno esperienza di stage in aziende. Il gap da colmare è un altro e risiede molto probabilmente nella loro capacità di orientamento. Sì, perché bisognerebbe aver chiaro che il primo lavoro in un mercato flessibile è ricercare un lavoro. Orientarsi è il primo compito per avviare il percorso di un nuovo ingresso. I neo-laureati in Italia faticano a trovare un loro collocamento nel mercato del lavoro italiano. Nascosta dalle lacrime versate per la crisi economica, ancora una volta assistiamo a una diminuzione di domanda delle imprese che li cercano. L’ultimo rapporto di Almalaurea spiega che nel 2008 i giovani dottori che trovano un lavoro dopo un anno sono il 51,4% contro il 57,5% del 2001. In gran parte dei casi il loro impiego è caratterizzato da una costante insicurezza contrattuale: dopo cinque anni il 26,8% è ancora con un contratto precario.Dietro questi numeri si possono intravedere diverse cause. Da una parte la scarsa capacità del nostro sistema economico di assorbire persone con un’alta formazione. Tanto che in un periodo di crisi la richiesta di laureati cala del 23%. Si dimostra l’incapacità di puntare al futuro della maggioranza delle nostre imprese, che invece di puntare sulla qualità delle “risorse umane” si ripiega su se stessa. Accompagnate d’altronde dalla scarsa lungimiranza del mondo finanziario, che stringe i cordoni dei suoi borsellini per paura di perdere i soldi nell’economia reale dopo averne dissipati tanti nella finanza virtuale. Sarebbe interessante vedere incentivi per stimolare investimenti sulle persone invece che su variegate attività. D’altra parte, però, dietro lo scarso appeal dei nostri laureati c’è anche un’insospettabile impreparazione, dovuta non tanto ai loro skills, alle loro abilità, visto che i dati di Almalaurea ci dimostrano che sono più preparati dei loro predecessori, si laureano con voti migliori, conoscono bene almeno una lingua straniera, hanno esperienza di stage in aziende. Il gap da colmare è un altro e risiede molto probabilmente nella loro capacità di orientamento. Sì, perché bisognerebbe aver chiaro che il primo lavoro in un mercato flessibile è ricercare un lavoro. Orientarsi è il primo compito per avviare il percorso di un nuovo ingresso. Impreparazione profonda In questo compito, però, si riscontra l’impreparazione più profonda dei nostri giovani. Non è un problema tecnico di saperi applicativi per sviluppare una professionalità particolare. Piuttosto è un problema culturale. Gran parte della generazione che si affaccia alla finestra del mercato lavorativo sembra disarmata rispetto ai propri sogni, non riesce a descrivere quello che più gli piacerebbe e ha difficoltà a riconoscere i propri talenti. Il lavoro diventa il mero strumento per la sopravvivenza, per sbarcare il lunario.Si accantonano, così, tante altre dimensioni: le proprie aspirazioni, le conseguenze del proprio operato, la ricerca di ambienti gradevoli nei quali vivere per la maggior parte della propria giornata, la coerenza tra il proprio sistema valoriale e i compiti che si possono svolgere in uno specifico sistema produttivo, nonché il prodotto che da esso ne emerge. L’unico fattore di decisione, allora, rimane il guadagno, l’unico elemento di valutazione per verificare se l’ingresso lavorativo si sta realizzando con successo o meno si rapporta a un unico metro di giudizio: la busta paga.Se non si amplieranno gli orizzonti del senso del lavoro rimarrà comunque un gap insolubile, perché non si avrà il coraggio di osare. I giovani continueranno a parcheggiarsi e il sistema economico continuerà ad adattarsi con alti e bassi alle intemperie senza alcuna visione, lasciandosi andare.

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