Il commovente incontro tra monsignor Camara e un gruppo di giovani affascinati dall'insegnamento del vescovo brasiliano

Ilaria SPINELLI
Redazione

Eravamo giovani e all’oratorio di Muggiò il nostro prete e amico don Marco Tenderini ci parlava della bellezza di un certo dom Helder Camara; erano frasi citate durante le catechesi o magari in colloqui personali. Poi siamo cresciuti e il nostro desiderio di “fare qualcosa” di concreto per gli altri ci ha portato a costituire il classico gruppo missionario parrocchiale. Dopo la prima esperienza in “terra di missione” (Brasile), però, ci siamo accorti che la vita parrocchiale era un po’ troppo “ristretta” e allora abbiamo valicato le mura dell’oratorio, con la paura e l’incertezza di chi si sta buttando in un’avventura che non ha sicurezze. Ma nel nostro gruppetto era come se aleggiassero e divenissero altrettanti anelli di congiunzione gli insegnamenti del Dom: quelle parole, quelle citazioni.
Così, spontaneamente, abbiamo deciso di dare un’identità al nostro gruppo: non più generico gruppo missionario, ma Associazione dom Helder Camara. E quando è venuta l’occasione di compiere un viaggio a Recife, accompagnati dal nostro “vecchio” don Marco, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione. Era il 12 agosto 1999. Con emozione Luis Tenderini, responsabile della Comunità Emmaus di Recife, ci ha accompagnati alla Igreja das Fronteiras, la casa di dom Helder. Che bel nome! La Chiesa delle Frontiere, un posto che non ha confini, nella quale tutti possono accedere… Un posto dove mi sono sentita accolta e libera. Non più imbarazzo, paure o timori. Dom Helder ci ha accolti nel suo salottino. In silenzio osservavo le sue mani e i suoi piedi, la sua corporatura così esile, così piccola… E la domanda sorgeva spontanea: «Come ha potuto un uomo così fragile fare tutto quello che ha fatto?». Mi sono tornate alla mente le parole del Vangelo: «Se la vostra fede sarà grande come questo granellino di senape riuscirete a spostare le montagne». La Parola aveva preso vita per me.
Con gentilezza dom Helder ha accettato di imprimere quelle sue piccole mani in una forma di gesso scovata in fretta e furia nel capannone della Comunità Emmaus. Ora il calco con l’impronta delle sue mani è qui tra noi. E ogni volta che guardo quelle mani rivedo quell’uomo così esile che ha saputo spostare le montagne. Prima di andarmene con l’emozione stretta in gola, e con il mio semplice portoghese, mi sono chinata su di lui, gli ho preso una mano per esprimergli tutta la mia gratitudine: «Muito obrigada para todo». Non sapevo dire altro nella sua lingua. Dopo una piccola pausa lui mi ha risposto: «O meu coraçao è feliz», «il mio cuore è felice». Eravamo giovani e all’oratorio di Muggiò il nostro prete e amico don Marco Tenderini ci parlava della bellezza di un certo dom Helder Camara; erano frasi citate durante le catechesi o magari in colloqui personali. Poi siamo cresciuti e il nostro desiderio di “fare qualcosa” di concreto per gli altri ci ha portato a costituire il classico gruppo missionario parrocchiale. Dopo la prima esperienza in “terra di missione” (Brasile), però, ci siamo accorti che la vita parrocchiale era un po’ troppo “ristretta” e allora abbiamo valicato le mura dell’oratorio, con la paura e l’incertezza di chi si sta buttando in un’avventura che non ha sicurezze. Ma nel nostro gruppetto era come se aleggiassero e divenissero altrettanti anelli di congiunzione gli insegnamenti del Dom: quelle parole, quelle citazioni.Così, spontaneamente, abbiamo deciso di dare un’identità al nostro gruppo: non più generico gruppo missionario, ma Associazione dom Helder Camara. E quando è venuta l’occasione di compiere un viaggio a Recife, accompagnati dal nostro “vecchio” don Marco, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione. Era il 12 agosto 1999. Con emozione Luis Tenderini, responsabile della Comunità Emmaus di Recife, ci ha accompagnati alla Igreja das Fronteiras, la casa di dom Helder. Che bel nome! La Chiesa delle Frontiere, un posto che non ha confini, nella quale tutti possono accedere… Un posto dove mi sono sentita accolta e libera. Non più imbarazzo, paure o timori. Dom Helder ci ha accolti nel suo salottino. In silenzio osservavo le sue mani e i suoi piedi, la sua corporatura così esile, così piccola… E la domanda sorgeva spontanea: «Come ha potuto un uomo così fragile fare tutto quello che ha fatto?». Mi sono tornate alla mente le parole del Vangelo: «Se la vostra fede sarà grande come questo granellino di senape riuscirete a spostare le montagne». La Parola aveva preso vita per me.Con gentilezza dom Helder ha accettato di imprimere quelle sue piccole mani in una forma di gesso scovata in fretta e furia nel capannone della Comunità Emmaus. Ora il calco con l’impronta delle sue mani è qui tra noi. E ogni volta che guardo quelle mani rivedo quell’uomo così esile che ha saputo spostare le montagne. Prima di andarmene con l’emozione stretta in gola, e con il mio semplice portoghese, mi sono chinata su di lui, gli ho preso una mano per esprimergli tutta la mia gratitudine: «Muito obrigada para todo». Non sapevo dire altro nella sua lingua. Dopo una piccola pausa lui mi ha risposto: «O meu coraçao è feliz», «il mio cuore è felice».

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