Gothenburg Process, un'iniziativa ecumenica rivolta alle parti coinvolte nel�traffico legale di armamenti: «Le armi legali sono la prima causa di morte violenta, occorre che le Chiese�se ne occupino» -

Silvia GUZZETTI
Redazione

Un’iniziativa ecumenica che punta a promuovere il dialogo tra tutte le parti coinvolte nel commercio di armi legali. Il Gothenburg Process è stato fondato negli anni Novanta a Stoccolma grazie all’iniziativa di un laico, Peter Brune, preoccupato dell’aumento nel commercio di armi legali dopo un iniziale declino dovuto alla fine della guerra fredda.
«Le armi legali sono la causa principale di morte violenta nel mondo, quindi è importante che le Chiese se ne occupino», dichiara monsignor William Kenney, presidente internazionale del Process e vescovo emerito di Birmingham. «Secondo le Nazioni Unite – ricorda – gli Stati hanno il diritto a difendersi usando armi ed esse servono anche a impedire atti criminali dove è minacciata la vita. Purtroppo esistono troppe armi in circolazione. Soltanto promuovendo il dialogo si riduce la quantità di armi in circolazione perché si portano le persone coinvolte a pensare criticamente a quello che fanno. Riuscire a non aumentare la quantità di armi in circolazione è già un ottimo risultato».

Che cosa fa il Gothenburg Process?
Promuoviamo il dialogo tra personalità chiave dei quattro settori coinvolti da questo traffico di armi: i produttori, ovvero l’industria bellica, chi compra le armi, soprattutto gli eserciti dei vari Paesi, le autorità di controllo e i rappresentanti di quella che definiamo la società civile critica, ovvero Chiese, istituzioni ecumeniche e interreligiose. Le nostre conferenze sono aperte soltanto a chi è stato invitato e limitiamo il numero a venticinque, massimo trenta persone. È importante non andare oltre questo numero per avere un dialogo intenso. Questi diversi settori sono chiusi in posizioni trincerate. Quando li portiamo attorno al tavolo della discussione, tuttavia, ripensano in modo critico le loro convinzioni. Il dialogo cambia le persone, fa mettere loro un punto di domanda sulla correttezza o meno di certe posizioni.

Avete un obiettivo preciso, per esempio la riduzione del numero di armi?
No. Cerchiamo soltanto di portare a parlare tra di loro persone che non hanno mai dialogato, nel pieno rispetto della posizione diversa che queste persone hanno. Paure e reciproche antipatie spesso impediscono il dialogo: per esempio, ai produttori di armi non piacciono le Chiese perché sono critiche nei loro confronti. Tuttavia attraverso di noi riescono a parlarsi.

Quali sono le difficoltà più grandi che incontrate nella vostra missione?
Portare i diversi protagonisti a capirsi reciprocamente, trovare punti in comune di riferimento. Il contatto a volte s’interrompe e il risultato più importante per noi è quando vi è qualche forma di dialogo.

Come siete organizzati?
Ci finanziamo grazie a fondi dei governi occidentali che non sempre è facile ottenere. Il lavoro amministrativo viene fatto dal Christian Peace Movement svedese, un movimento ecumenico per la promozione della pace. La commissione che presiede al Gothenburg Process comprende cinque o sei persone e si riunisce in Svezia due volte all’anno. Esistono anche gruppi che rappresentano la nostra organizzazione in vari Paesi, a volte affiliati ad altre associazioni. Sono particolarmente interessati alla riduzione del numero di armi la Germania e il Regno Unito. Organizziamo conferenze due o tre volte all’anno in ogni continente. Scegliamo di spostarci perché inevitabilmente l’incontro coinvolge in modo più diretto il Paese che lo ospita, e quindi è importante che giriamo. Stiamo preparando una conferenza in Colombia per il prossimo maggio e ne abbiamo in programma un’altra per il 2010-2011 nel Regno Unito.

Ci sono molte Chiese coinvolte nella vostra organizzazione?
Il Vaticano è sempre stato presente fin dalla nascita della nostra organizzazione, come pure il World Council of Churches (Wcc), che rappresenta le Chiese protestanti e ortodosse. Le Chiese pensano in modo etico agli esseri umani, non sono coinvolte nel traffico di armi e quindi non sono in competizione con nessuno, possono contare sulla fiducia delle diverse parti. Un’iniziativa ecumenica che punta a promuovere il dialogo tra tutte le parti coinvolte nel commercio di armi legali. Il Gothenburg Process è stato fondato negli anni Novanta a Stoccolma grazie all’iniziativa di un laico, Peter Brune, preoccupato dell’aumento nel commercio di armi legali dopo un iniziale declino dovuto alla fine della guerra fredda.«Le armi legali sono la causa principale di morte violenta nel mondo, quindi è importante che le Chiese se ne occupino», dichiara monsignor William Kenney, presidente internazionale del Process e vescovo emerito di Birmingham. «Secondo le Nazioni Unite – ricorda – gli Stati hanno il diritto a difendersi usando armi ed esse servono anche a impedire atti criminali dove è minacciata la vita. Purtroppo esistono troppe armi in circolazione. Soltanto promuovendo il dialogo si riduce la quantità di armi in circolazione perché si portano le persone coinvolte a pensare criticamente a quello che fanno. Riuscire a non aumentare la quantità di armi in circolazione è già un ottimo risultato». Che cosa fa il Gothenburg Process?Promuoviamo il dialogo tra personalità chiave dei quattro settori coinvolti da questo traffico di armi: i produttori, ovvero l’industria bellica, chi compra le armi, soprattutto gli eserciti dei vari Paesi, le autorità di controllo e i rappresentanti di quella che definiamo la società civile critica, ovvero Chiese, istituzioni ecumeniche e interreligiose. Le nostre conferenze sono aperte soltanto a chi è stato invitato e limitiamo il numero a venticinque, massimo trenta persone. È importante non andare oltre questo numero per avere un dialogo intenso. Questi diversi settori sono chiusi in posizioni trincerate. Quando li portiamo attorno al tavolo della discussione, tuttavia, ripensano in modo critico le loro convinzioni. Il dialogo cambia le persone, fa mettere loro un punto di domanda sulla correttezza o meno di certe posizioni.Avete un obiettivo preciso, per esempio la riduzione del numero di armi?No. Cerchiamo soltanto di portare a parlare tra di loro persone che non hanno mai dialogato, nel pieno rispetto della posizione diversa che queste persone hanno. Paure e reciproche antipatie spesso impediscono il dialogo: per esempio, ai produttori di armi non piacciono le Chiese perché sono critiche nei loro confronti. Tuttavia attraverso di noi riescono a parlarsi.Quali sono le difficoltà più grandi che incontrate nella vostra missione?Portare i diversi protagonisti a capirsi reciprocamente, trovare punti in comune di riferimento. Il contatto a volte s’interrompe e il risultato più importante per noi è quando vi è qualche forma di dialogo.Come siete organizzati?Ci finanziamo grazie a fondi dei governi occidentali che non sempre è facile ottenere. Il lavoro amministrativo viene fatto dal Christian Peace Movement svedese, un movimento ecumenico per la promozione della pace. La commissione che presiede al Gothenburg Process comprende cinque o sei persone e si riunisce in Svezia due volte all’anno. Esistono anche gruppi che rappresentano la nostra organizzazione in vari Paesi, a volte affiliati ad altre associazioni. Sono particolarmente interessati alla riduzione del numero di armi la Germania e il Regno Unito. Organizziamo conferenze due o tre volte all’anno in ogni continente. Scegliamo di spostarci perché inevitabilmente l’incontro coinvolge in modo più diretto il Paese che lo ospita, e quindi è importante che giriamo. Stiamo preparando una conferenza in Colombia per il prossimo maggio e ne abbiamo in programma un’altra per il 2010-2011 nel Regno Unito.Ci sono molte Chiese coinvolte nella vostra organizzazione?Il Vaticano è sempre stato presente fin dalla nascita della nostra organizzazione, come pure il World Council of Churches (Wcc), che rappresenta le Chiese protestanti e ortodosse. Le Chiese pensano in modo etico agli esseri umani, non sono coinvolte nel traffico di armi e quindi non sono in competizione con nessuno, possono contare sulla fiducia delle diverse parti.

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