L'impegno della Diocesi in un ambito strategico. Il vicario mons. Faccendini: «Una risorsa per la pastorale»

di Pino NARDI
Redazione

Monsignor Carlo Faccendini

«Abbiamo un buon numero di insegnanti che fanno riferimento alla comunità cristiana. Sarebbe un peccato lasciarli perdere, non valorizzarli, non motivarli, non sostenerli. Il loro compito diventa sempre più decisivo in questi anni, perché purtroppo abbiamo assistito allo svuotarsi degli oratori, soprattutto in alcuni contesti. Invece a scuola i ragazzi ci sono, in una stagione della loro vita che è quella che invoca proprio attenzione, che domanda che qualcuno si occupi di loro con amore, con passione, con competenza». Monsignor Carlo Faccendini, vicario episcopale per l’Educazione scolastica, delinea l’impegno della Diocesi verso un settore strategico per formazione dei giovani all’insegna della qualità. Una collaborazione Chiesa-scuola per i cittadini di domani.

Qual è l’impegno della Chiesa ambrosiana nella pastorale scolastica?
Stiamo cercando di far capire alla comunità cristiana che la scuola è una risorsa per la pastorale. Non solo gli istituti cattolici – con cui c’è un rapporto particolare – ma tutta la scuola rappresenta per noi un luogo importante di formazione. Una comunità cristiana non può non collaborare con la scuola, non considerarla un referente nell’impegno educativo. Ho l’impressione che i preti siano cresciuti dentro questa prospettiva, che tanti laici – insegnanti ed educatori – siano davvero in gioco, perché questo possa accadere. Certo poi ci sono le pigrizie delle comunità cristiane e c’è la situazione non sempre felice della scuola italiana. Però molte persone di qualità stanno lavorando tanto in questa direzione.

In particolare qual è il ruolo delle scuole cattoliche oggi?
Le scuole cattoliche, oggi più che mai, devono educare. Lo dico sempre ai nostri insegnanti, l’identità di una scuola cattolica si raccoglie attorno a quattro parole: educazione, scuola, cultura e Vangelo. Provo a spiegare: innanzitutto educazione, intendendo non solo tirar fuori il meglio nel senso della tradizione classica, socratica, illuminista, ma per consegnarlo al futuro. Occorre fornire modelli, progetti, esperienze di vita bella e piena. Fare scuola vuol dire percorsi culturali condotti con rigore, in maniera organica facendo riferimento a programmi precisi. La cultura: sono le grandi domande sulla vita, gli interrogativi sull’esistere, sull’amare, sul soffrire, sul lavorare. Raccogliere giudizi proprio dalla cultura, in grado di diventare stili di vita nell’orizzonte del Vangelo, perché ha una sua antropologia e un’idea di uomo. Il Vangelo consegna l’immagine di uomo con una grande dignità, ma insieme che si porta dentro ferite e fatiche.

Che contributo danno nella prevenzione del disagio? È forte ancora lo stereotipo che siano scuole per ricchi…
Un po’ è vero, inevitabilmente, perché di fatto la parità esiste solo a livello giuridico, ma non economico. Questo costringe, per sopravvivere, a far pagare rette. Devo però dire che è un’immagine che fa torto a tante scuole che, proprio in contesti anche economici molto risicati, fanno un lavoro straordinario per tutti, intercettando anche ragazzi che provengono da famiglie modeste. Perché questo lavoro sia efficace occorre coltivare alleanze educative prima di tutto con le famiglie. Non si può educare un ragazzo se non si prende a carico anche la sua famiglia, con tutte le ferite, i disagi, le ansie, i fallimenti, le preoccupazioni per cui il lavoro diventa doppio. Le scuole che visito in genere hanno questa attenzione, vedo insegnanti molto dediti, capaci di professionalità ma insieme impegnati per il progetto educativo, nella vita dei ragazzi e disponibili anche a intercettare le loro famiglie pur con tante fatiche, a volte anche con qualche incomprensione e fallimento.

E sull’integrazione: c’è la presenza di ragazzi stranieri?
Nelle scuole cattoliche non c’è una grande presenza, proprio per le ragioni dei costi. Però chiedo che venga sostenuta attraverso borse di studio, perché considero la scuola il luogo per eccellenza dell’integrazione, dove in contesti molto seri nascono amicizie, ci si conosce in maniera approfondita, senza pregiudizi, la storia dell’altro, la sua religione, la condizione sociale ed economica. Questa sfida va affrontata anche da parte delle nostre scuole.

Altro tema caldo è l’insegnamento della religione cattolica: è un privilegio, oppure un servizio allo studente?
Credo sia un servizio grande se è fatto bene, se è concepito come un percorso culturale a pieno titolo, fatto da docenti professionalmente competenti e preparati. L’insegnamento della religione può concorrere a fare il cittadino, in una nazione come la nostra segnata in maniera molto forte dall’esperienza del cristianesimo e del cattolicesimo. Non si può prescinderne tutte le volte che si vuole seriamente formare. Se l’insegnante è capace e attento la religione è il luogo dove emergono gli interrogativi fondamentali sulla vita, sull’amare, sul soffrire, sulle scelte decisive. Per certi aspetti l’Irc è il luogo sintetico per eccellenza di tanti insegnamenti, per cui un docente capace di guadagnarsi la stima dei colleghi, può rappresentare il luogo dove convergono percorsi interdisciplinari. Da un lato dobbiamo esigere che in Italia vengano salvaguardate le decisioni del Concordato circa l’insegnamento della religione cattolica, dall’altro dobbiamo impegnarci a garantire una qualità sempre più alta dei nostri docenti.

La Riforma Gelmini ha alzato la qualità? O è stata più una questione di contenimento delle spese?
Per quest’ultimo aspetto, lo è stata sicuramente. Confesso: sono in attesa innanzitutto che si delineino sempre di più i capisaldi di questa nuova proposta. Poi di vedere se non ci si limita a rabberciare una pezza qua e là, ma se si prova – e non è semplice – a costruire una struttura scolastica capace di proporre percorsi educativi e formativi seri. «Abbiamo un buon numero di insegnanti che fanno riferimento alla comunità cristiana. Sarebbe un peccato lasciarli perdere, non valorizzarli, non motivarli, non sostenerli. Il loro compito diventa sempre più decisivo in questi anni, perché purtroppo abbiamo assistito allo svuotarsi degli oratori, soprattutto in alcuni contesti. Invece a scuola i ragazzi ci sono, in una stagione della loro vita che è quella che invoca proprio attenzione, che domanda che qualcuno si occupi di loro con amore, con passione, con competenza». Monsignor Carlo Faccendini, vicario episcopale per l’Educazione scolastica, delinea l’impegno della Diocesi verso un settore strategico per formazione dei giovani all’insegna della qualità. Una collaborazione Chiesa-scuola per i cittadini di domani.Qual è l’impegno della Chiesa ambrosiana nella pastorale scolastica?Stiamo cercando di far capire alla comunità cristiana che la scuola è una risorsa per la pastorale. Non solo gli istituti cattolici – con cui c’è un rapporto particolare – ma tutta la scuola rappresenta per noi un luogo importante di formazione. Una comunità cristiana non può non collaborare con la scuola, non considerarla un referente nell’impegno educativo. Ho l’impressione che i preti siano cresciuti dentro questa prospettiva, che tanti laici – insegnanti ed educatori – siano davvero in gioco, perché questo possa accadere. Certo poi ci sono le pigrizie delle comunità cristiane e c’è la situazione non sempre felice della scuola italiana. Però molte persone di qualità stanno lavorando tanto in questa direzione.In particolare qual è il ruolo delle scuole cattoliche oggi?Le scuole cattoliche, oggi più che mai, devono educare. Lo dico sempre ai nostri insegnanti, l’identità di una scuola cattolica si raccoglie attorno a quattro parole: educazione, scuola, cultura e Vangelo. Provo a spiegare: innanzitutto educazione, intendendo non solo tirar fuori il meglio nel senso della tradizione classica, socratica, illuminista, ma per consegnarlo al futuro. Occorre fornire modelli, progetti, esperienze di vita bella e piena. Fare scuola vuol dire percorsi culturali condotti con rigore, in maniera organica facendo riferimento a programmi precisi. La cultura: sono le grandi domande sulla vita, gli interrogativi sull’esistere, sull’amare, sul soffrire, sul lavorare. Raccogliere giudizi proprio dalla cultura, in grado di diventare stili di vita nell’orizzonte del Vangelo, perché ha una sua antropologia e un’idea di uomo. Il Vangelo consegna l’immagine di uomo con una grande dignità, ma insieme che si porta dentro ferite e fatiche.Che contributo danno nella prevenzione del disagio? È forte ancora lo stereotipo che siano scuole per ricchi…Un po’ è vero, inevitabilmente, perché di fatto la parità esiste solo a livello giuridico, ma non economico. Questo costringe, per sopravvivere, a far pagare rette. Devo però dire che è un’immagine che fa torto a tante scuole che, proprio in contesti anche economici molto risicati, fanno un lavoro straordinario per tutti, intercettando anche ragazzi che provengono da famiglie modeste. Perché questo lavoro sia efficace occorre coltivare alleanze educative prima di tutto con le famiglie. Non si può educare un ragazzo se non si prende a carico anche la sua famiglia, con tutte le ferite, i disagi, le ansie, i fallimenti, le preoccupazioni per cui il lavoro diventa doppio. Le scuole che visito in genere hanno questa attenzione, vedo insegnanti molto dediti, capaci di professionalità ma insieme impegnati per il progetto educativo, nella vita dei ragazzi e disponibili anche a intercettare le loro famiglie pur con tante fatiche, a volte anche con qualche incomprensione e fallimento.E sull’integrazione: c’è la presenza di ragazzi stranieri?Nelle scuole cattoliche non c’è una grande presenza, proprio per le ragioni dei costi. Però chiedo che venga sostenuta attraverso borse di studio, perché considero la scuola il luogo per eccellenza dell’integrazione, dove in contesti molto seri nascono amicizie, ci si conosce in maniera approfondita, senza pregiudizi, la storia dell’altro, la sua religione, la condizione sociale ed economica. Questa sfida va affrontata anche da parte delle nostre scuole.Altro tema caldo è l’insegnamento della religione cattolica: è un privilegio, oppure un servizio allo studente?Credo sia un servizio grande se è fatto bene, se è concepito come un percorso culturale a pieno titolo, fatto da docenti professionalmente competenti e preparati. L’insegnamento della religione può concorrere a fare il cittadino, in una nazione come la nostra segnata in maniera molto forte dall’esperienza del cristianesimo e del cattolicesimo. Non si può prescinderne tutte le volte che si vuole seriamente formare. Se l’insegnante è capace e attento la religione è il luogo dove emergono gli interrogativi fondamentali sulla vita, sull’amare, sul soffrire, sulle scelte decisive. Per certi aspetti l’Irc è il luogo sintetico per eccellenza di tanti insegnamenti, per cui un docente capace di guadagnarsi la stima dei colleghi, può rappresentare il luogo dove convergono percorsi interdisciplinari. Da un lato dobbiamo esigere che in Italia vengano salvaguardate le decisioni del Concordato circa l’insegnamento della religione cattolica, dall’altro dobbiamo impegnarci a garantire una qualità sempre più alta dei nostri docenti.La Riforma Gelmini ha alzato la qualità? O è stata più una questione di contenimento delle spese?Per quest’ultimo aspetto, lo è stata sicuramente. Confesso: sono in attesa innanzitutto che si delineino sempre di più i capisaldi di questa nuova proposta. Poi di vedere se non ci si limita a rabberciare una pezza qua e là, ma se si prova – e non è semplice – a costruire una struttura scolastica capace di proporre percorsi educativi e formativi seri. – – A Milano Irc per 18 mila nelle materne comunali – Per un’ora di religione di qualità – Acs, per studenti responsabili – Monza, famiglia e città alleate nell’educare

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