L'amara riflessione di don Giancarlo Quadri, responsabile della Pastorale diocesana dei migranti, sul vento gelido che colpisce spesso le comunità cristiane

Pino NARDI
Redazione

«Sono molto preoccupato da questo clima anche nella Chiesa. Quando vedono sul cartello che parlerò io, vengono solo quei pochi che sono d’accordo con la tesi dell’accoglienza. Non c’è più il coraggio del confronto serio e profondo, magari anche un po’ forte, però costruttivo. Questa la chiamo emergenza culturale». Don Giancarlo Quadri, responsabile dell’Ufficio per la pastorale dei migranti, lancia l’allarme: il gelo della paura e della chiusura soffia anche nella Chiesa ambrosiana, perdendo così per strada i valori evangelici.

Il cardinale Tettamanzi a Pasqua ha chiesto alle comunità cristiane di essere esemplari nell’accoglienza, nello sguardo libero dai pregiudizi. È solo un auspicio?
Senz’altro non è solo un auspicio. Credo sia una presa di coscienza anche da parte dell’Arcivescovo che purtroppo anche nelle nostre parrocchie si incontrano ormai sempre più profonde divisioni, discrepanze, ostacoli, esitazioni, per non dire anche contrarietà abbastanza diffuse per quanto riguarda il tema della migrazione.

Anche se non manca un impegno grande verso i bisogni degli immigrati…
Certo, sottolineiamo prima di tutto le cose bellissime fatte in questi 30 anni di immigrazione. Non bisogna mai dimenticarle. Come l’organizzazione della Caritas, i centri di ascolto, le case di accoglienza. Insomma, un panorama di attività, di intraprendenze, di originalità che davvero meraviglia. Però cerchiamo di rilevare anche quali sono le stanchezze, in modo da risolverle.

E quali sono queste stanchezze?
Sono di immediata evidenza. Quando vado in giro per le parrocchie, come mi capita ogni sera, vedo sempre più il primo grande ostacolo nel non saper distinguere un’accoglienza fatta di emergenze e del sovvenire a cose materiali, dal senso vero e profondo dell’accoglienza. Cioè un’apertura d’animo che dica che sono persone, prima di tutto miei fratelli, che arrivano per un piano preciso di Dio, della sua Provvidenza. Il primo passo è porsi davanti alla Parola, prima che all’analisi sociologica e chiederci il perché di questa migrazione. Credo che la comunità cristiana si dovrebbe distinguere per questo. E servirebbe anche a creare nella società, che purtroppo non è più permeata da valori cristiani, un nuovo clima culturale, un modo di vita di relazioni tra persone e gruppi sociali diverse da quelle improntate al guadagno, allo sfruttamento, alla non comunicazione. Viviamo in un’autentica emergenza culturale in cui il diverso, lo straniero, non ha più cittadinanza.

La mentalità corrente di paure, chiusure ed egoismi è penetrata anche tra i cristiani?
Sì. Le faccio un esempio: una serata in un decanato, davanti a un gruppo di persone. Parli, dici queste belle cose e vedi che la gente ti approva. Al termine del dibattito, fuori dal canale ufficiale, magari ti viene la donna di 50 anni, che ha responsabilità in parrocchia, e ti dice: “Ha parlato molto bene, don Giancarlo. Però mandem a ca’ sua, dopo stiamo meglio”. Ecco, contro ogni logica, ogni dimostrazione data prima, la conclusione è mandiamoli a casa loro. Ma non è possibile una cosa del genere! Certo, il clima socio-politico è molto critico. Ma qui non mi sto riferendo a quello, piuttosto alle relazioni normali tra le persone.

Incide sulla qualità del cristianesimo…
Direi di sì. Il titolo della Festa delle genti al Sacro Monte di Varese il 31 maggio è proprio “Quale Chiesa vogliamo essere?”. Di fronte a questo panorama svegliamo la nostra coscienza, un clima così interpella prima di tutto un’identità di Chiesa e abbiamo dato anche la risposta: vogliamo essere una Chiesa che è una famiglia di famiglie. Per questo l’obiettivo è lavorare per individuare metodologie, ambiti, persone giuste. Sarà difficile, ma noi camminiamo.

Anche dalla parte degli stranieri c’è una chiusura nelle loro comunità etniche. Non è in qualche modo speculare?
Infatti, non sono molto dolce neppure con loro. Tanto è vero che tutte le volte che parlo con i miei fedeli immigrati alla fine mi dicono: parli bene tu padrecito, però rimproveri sempre noi. Tu rimprovera anche un po’ gli italiani… Non è che sto rimproverando, purtroppo anche in loro si rileva questa tendenza a rinchiudersi. Ormai le comunità hanno raggiunto un bel livello di celebrazione, di formazione, di relazioni interne e forse c’è il pericolo che dimentichino l’obiettivo di tutto questo che è l’inserimento nella comunità cristiana locale. Noi dobbiamo essere Chiesa cattolica, non creare ghetti, dobbiamo dimostrare che nella Chiesa di Dio e di Gesù Cristo che sta in Italia e nella diocesi ambrosiana si crea veramente un clima di famiglia, in cui anche la persona diversa è bene accettata per quello che è, anzi è una ricchezza.

Quali strade per superare questi problemi?
Non stanchiamoci nelle parrocchie e nei consigli pastorali di lanciare iniziative che coinvolgano gli immigrati lì residenti. Partendo dalla famiglia: le Commissioni familiari parrocchiali o decanali invitino i nuclei stranieri. Avranno belle sorprese: ci sono animatori fantastici, soprattutto sudamericani e filippini, persone ben formate e dedite a questo lavoro. Sul piano giovanile dobbiamo lavorare di più. Stiamo interagendo con Fom e Pastorale giovanile per inserire negli oratori operatori stranieri del tempo libero e dello sport, ma anche valorizzando catechisti e liturgisti. Un terza iniziativa è organizzare incontri di conoscenza delle diverse religioni. Non c’è solo l’islam, ormai si fanno strada le religioni orientali. Non dimentichiamo di rimettere a lucido i documenti conciliari che ci parlano di scintille di verità in tutte le religioni. Nei percorsi di catechesi utilizzare proposte per diversificare l’insegnamento negli oratori, mettendo in luce come il messaggio cristiano sia universale. «Sono molto preoccupato da questo clima anche nella Chiesa. Quando vedono sul cartello che parlerò io, vengono solo quei pochi che sono d’accordo con la tesi dell’accoglienza. Non c’è più il coraggio del confronto serio e profondo, magari anche un po’ forte, però costruttivo. Questa la chiamo emergenza culturale». Don Giancarlo Quadri, responsabile dell’Ufficio per la pastorale dei migranti, lancia l’allarme: il gelo della paura e della chiusura soffia anche nella Chiesa ambrosiana, perdendo così per strada i valori evangelici.Il cardinale Tettamanzi a Pasqua ha chiesto alle comunità cristiane di essere esemplari nell’accoglienza, nello sguardo libero dai pregiudizi. È solo un auspicio?Senz’altro non è solo un auspicio. Credo sia una presa di coscienza anche da parte dell’Arcivescovo che purtroppo anche nelle nostre parrocchie si incontrano ormai sempre più profonde divisioni, discrepanze, ostacoli, esitazioni, per non dire anche contrarietà abbastanza diffuse per quanto riguarda il tema della migrazione.Anche se non manca un impegno grande verso i bisogni degli immigrati…Certo, sottolineiamo prima di tutto le cose bellissime fatte in questi 30 anni di immigrazione. Non bisogna mai dimenticarle. Come l’organizzazione della Caritas, i centri di ascolto, le case di accoglienza. Insomma, un panorama di attività, di intraprendenze, di originalità che davvero meraviglia. Però cerchiamo di rilevare anche quali sono le stanchezze, in modo da risolverle. E quali sono queste stanchezze?Sono di immediata evidenza. Quando vado in giro per le parrocchie, come mi capita ogni sera, vedo sempre più il primo grande ostacolo nel non saper distinguere un’accoglienza fatta di emergenze e del sovvenire a cose materiali, dal senso vero e profondo dell’accoglienza. Cioè un’apertura d’animo che dica che sono persone, prima di tutto miei fratelli, che arrivano per un piano preciso di Dio, della sua Provvidenza. Il primo passo è porsi davanti alla Parola, prima che all’analisi sociologica e chiederci il perché di questa migrazione. Credo che la comunità cristiana si dovrebbe distinguere per questo. E servirebbe anche a creare nella società, che purtroppo non è più permeata da valori cristiani, un nuovo clima culturale, un modo di vita di relazioni tra persone e gruppi sociali diverse da quelle improntate al guadagno, allo sfruttamento, alla non comunicazione. Viviamo in un’autentica emergenza culturale in cui il diverso, lo straniero, non ha più cittadinanza.La mentalità corrente di paure, chiusure ed egoismi è penetrata anche tra i cristiani?Sì. Le faccio un esempio: una serata in un decanato, davanti a un gruppo di persone. Parli, dici queste belle cose e vedi che la gente ti approva. Al termine del dibattito, fuori dal canale ufficiale, magari ti viene la donna di 50 anni, che ha responsabilità in parrocchia, e ti dice: “Ha parlato molto bene, don Giancarlo. Però mandem a ca’ sua, dopo stiamo meglio”. Ecco, contro ogni logica, ogni dimostrazione data prima, la conclusione è mandiamoli a casa loro. Ma non è possibile una cosa del genere! Certo, il clima socio-politico è molto critico. Ma qui non mi sto riferendo a quello, piuttosto alle relazioni normali tra le persone.Incide sulla qualità del cristianesimo…Direi di sì. Il titolo della Festa delle genti al Sacro Monte di Varese il 31 maggio è proprio “Quale Chiesa vogliamo essere?”. Di fronte a questo panorama svegliamo la nostra coscienza, un clima così interpella prima di tutto un’identità di Chiesa e abbiamo dato anche la risposta: vogliamo essere una Chiesa che è una famiglia di famiglie. Per questo l’obiettivo è lavorare per individuare metodologie, ambiti, persone giuste. Sarà difficile, ma noi camminiamo.Anche dalla parte degli stranieri c’è una chiusura nelle loro comunità etniche. Non è in qualche modo speculare?Infatti, non sono molto dolce neppure con loro. Tanto è vero che tutte le volte che parlo con i miei fedeli immigrati alla fine mi dicono: parli bene tu padrecito, però rimproveri sempre noi. Tu rimprovera anche un po’ gli italiani… Non è che sto rimproverando, purtroppo anche in loro si rileva questa tendenza a rinchiudersi. Ormai le comunità hanno raggiunto un bel livello di celebrazione, di formazione, di relazioni interne e forse c’è il pericolo che dimentichino l’obiettivo di tutto questo che è l’inserimento nella comunità cristiana locale. Noi dobbiamo essere Chiesa cattolica, non creare ghetti, dobbiamo dimostrare che nella Chiesa di Dio e di Gesù Cristo che sta in Italia e nella diocesi ambrosiana si crea veramente un clima di famiglia, in cui anche la persona diversa è bene accettata per quello che è, anzi è una ricchezza. Quali strade per superare questi problemi?Non stanchiamoci nelle parrocchie e nei consigli pastorali di lanciare iniziative che coinvolgano gli immigrati lì residenti. Partendo dalla famiglia: le Commissioni familiari parrocchiali o decanali invitino i nuclei stranieri. Avranno belle sorprese: ci sono animatori fantastici, soprattutto sudamericani e filippini, persone ben formate e dedite a questo lavoro. Sul piano giovanile dobbiamo lavorare di più. Stiamo interagendo con Fom e Pastorale giovanile per inserire negli oratori operatori stranieri del tempo libero e dello sport, ma anche valorizzando catechisti e liturgisti. Un terza iniziativa è organizzare incontri di conoscenza delle diverse religioni. Non c’è solo l’islam, ormai si fanno strada le religioni orientali. Non dimentichiamo di rimettere a lucido i documenti conciliari che ci parlano di scintille di verità in tutte le religioni. Nei percorsi di catechesi utilizzare proposte per diversificare l’insegnamento negli oratori, mettendo in luce come il messaggio cristiano sia universale. – Il “Pacchetto” e i diritti della persona«Ascoltano i media piuttosto che il Vangelo» –

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