«Ero sindacalista, facevo parte dell'Unione autisti». Poi, per salvarsi, fugge dal suo Paese. Oggi lavora in una casa di accoglienza per ex detenuti. Sabato 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato: prevista una serie di iniziative a Milano

Cristina CONTI
Redazione

Fuggire dal proprio Paese, lasciare la propria casa e i propri amici perché perseguitati ingiustamente a causa della propria religione, del colore della pelle o solo per aver difeso i diritti dei più deboli. Una storia drammatica, che accomuna tutti i rifugiati politici che arrivano ogni giorno sulle coste italiane. Come Alì Gado, arrivato dal Togo il 17 luglio 2007. «Ero un sindacalista, facevo parte dell’Unione autisti. Per diversi anni mi sono battuto per garantire a me e ai miei colleghi strade più sicure e illuminate. Un problema davvero grave, che dalle nostre parti provoca spesso incidenti molto gravi», racconta. Avevano chiesto più volte un incontro con i rappresentanti del governo. Ma tutte le richieste sono andate a vuoto.
Senza perdersi d’animo, Alì e gli altri iscritti decidono di protestare apertamente e organizzano una manifestazione in piazza per il primo maggio. «Pensavamo che fosse una data propizia. In questo giorno, ormai in ogni parte del mondo, si celebra la festa dei lavoratori. Volevamo organizzare una sfilata, come se ne fanno tante qui da voi, e dire apertamente quello che volevamo. Anche se non fossimo stati ascoltati, almeno avremmo potuto dire la nostra e denunciare ciò che non funzionava», aggiunge. Ma non è stato così. Il giorno seguente sono iniziate le minacce. Il governo aveva detto che entro il 2 giugno si sarebbe pronunciato. Invece nulla. Lo chiama però la Polizia per interrogarlo, ma Alì capisce che se si presenta da loro le cose non andranno a finire bene. «Da quel momento ho iniziato a nascondermi. Dovevo scappare in fretta, prima che riuscissero a trovarmi. Andavo da un luogo all’altro», spiega. Alla fine parte per il Ghana e poi si imbarca per raggiungere le coste italiane.
Viene ospitato nel Centro di accoglienza per i richiedenti asilo, che ha sede a Varese, dove rimane per sei mesi. Tra i tanti eventi di questo periodo, il ricordo più vivo è quello di una suora che l’ha aiutato a imparare l’italiano. «Al Centro sono stato accolto bene, come del resto dalla polizia italiana, che ho incontrato al mio arrivo, in questura», precisa. Intanto inizia a preparare i documenti per ottenere l’asilo politico. Ma le cose non vanno bene subito. La strada è ancora lunga. «Mi ero già trovato un’occupazione. Poi la mia domanda è stata discussa in prima istanza al Tribunale di Gorizia e l’hanno respinta. Ho dovuto lasciare il lavoro e avevo tanta paura di dover fare ritorno in Togo – aggiunge -. Questa volta non so se sarei riuscito ancora a cavarmela indenne» La seconda richiesta viene presentata qualche mese dopo al Tribunale di Trieste e finalmente Alì ottiene lo status di rifugiato.
Da questo momento inizia la sua nuova vita. Trova un impiego, prima alla Whirpool poi a Busto Arsizio, in una casa di accoglienza per ex detenuti. «Si sono sempre comportati tutti bene con me – conclude -. Anche sul lavoro non ho mai subito atti di razzismo. Sono felice di essere venuto qui, è questa ora la mia casa». Fuggire dal proprio Paese, lasciare la propria casa e i propri amici perché perseguitati ingiustamente a causa della propria religione, del colore della pelle o solo per aver difeso i diritti dei più deboli. Una storia drammatica, che accomuna tutti i rifugiati politici che arrivano ogni giorno sulle coste italiane. Come Alì Gado, arrivato dal Togo il 17 luglio 2007. «Ero un sindacalista, facevo parte dell’Unione autisti. Per diversi anni mi sono battuto per garantire a me e ai miei colleghi strade più sicure e illuminate. Un problema davvero grave, che dalle nostre parti provoca spesso incidenti molto gravi», racconta. Avevano chiesto più volte un incontro con i rappresentanti del governo. Ma tutte le richieste sono andate a vuoto.Senza perdersi d’animo, Alì e gli altri iscritti decidono di protestare apertamente e organizzano una manifestazione in piazza per il primo maggio. «Pensavamo che fosse una data propizia. In questo giorno, ormai in ogni parte del mondo, si celebra la festa dei lavoratori. Volevamo organizzare una sfilata, come se ne fanno tante qui da voi, e dire apertamente quello che volevamo. Anche se non fossimo stati ascoltati, almeno avremmo potuto dire la nostra e denunciare ciò che non funzionava», aggiunge. Ma non è stato così. Il giorno seguente sono iniziate le minacce. Il governo aveva detto che entro il 2 giugno si sarebbe pronunciato. Invece nulla. Lo chiama però la Polizia per interrogarlo, ma Alì capisce che se si presenta da loro le cose non andranno a finire bene. «Da quel momento ho iniziato a nascondermi. Dovevo scappare in fretta, prima che riuscissero a trovarmi. Andavo da un luogo all’altro», spiega. Alla fine parte per il Ghana e poi si imbarca per raggiungere le coste italiane.Viene ospitato nel Centro di accoglienza per i richiedenti asilo, che ha sede a Varese, dove rimane per sei mesi. Tra i tanti eventi di questo periodo, il ricordo più vivo è quello di una suora che l’ha aiutato a imparare l’italiano. «Al Centro sono stato accolto bene, come del resto dalla polizia italiana, che ho incontrato al mio arrivo, in questura», precisa. Intanto inizia a preparare i documenti per ottenere l’asilo politico. Ma le cose non vanno bene subito. La strada è ancora lunga. «Mi ero già trovato un’occupazione. Poi la mia domanda è stata discussa in prima istanza al Tribunale di Gorizia e l’hanno respinta. Ho dovuto lasciare il lavoro e avevo tanta paura di dover fare ritorno in Togo – aggiunge -. Questa volta non so se sarei riuscito ancora a cavarmela indenne» La seconda richiesta viene presentata qualche mese dopo al Tribunale di Trieste e finalmente Alì ottiene lo status di rifugiato.Da questo momento inizia la sua nuova vita. Trova un impiego, prima alla Whirpool poi a Busto Arsizio, in una casa di accoglienza per ex detenuti. «Si sono sempre comportati tutti bene con me – conclude -. Anche sul lavoro non ho mai subito atti di razzismo. Sono felice di essere venuto qui, è questa ora la mia casa». Giornata del rifugiato. Ecco le iniziative milanesi – Il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del rifugiato: prevista una serie di iniziative a Milano sul tema “Rifugiati, non solo numeri”. Tra le altre, mercoledì 17 giugno alle 17.30, in via Tadino 23, nella Sala Grandi-Brodoloni, concerto e testimonianza “Esperienze dal mondo dei rifugiati… parole, musiche e sapori”, a cura della Cisl Milano. Venerdì 19, dalle 19.30 alle 22.30, alla Casa delle culture del mondo (via Giulio Natta 11), a cura della Caritas Ambrosiana, proiezione del video Come un uomo sulla terra di Andrea Segre; sarà presente il regista. Sempre venerdì 19, dalle 18 alle 22, presso la parrocchia S. Martino in Greco (piazza Greco 11), “Donne del nostro quartiere”, testimonianze di donne straniere, video, musiche e danze. Alle 20.45 al Teatro Delfino (via Dalmazia 11), “I rifugiati: sono stranieri, ma non sono uguali a tutti gli altri” con la proiezione del film A Sud di Lampedusa di Andrea Segre. Seguiranno dibattito e testimonianze a cura di associazioni ed enti operanti nell’Unità pastorale Forlanini. Sabato 20 giugno, alle 20.30, sul sagrato della chiesa di S. Marco (piazza S. Marco), dibattito conclusivo su “Persone, non numeri: volti e storie di rifugiati a Milano. Il baccalà non teme lo straniero”. Info: www.caritas.it � –

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