L'Arcivescovo Tettamanzi inaspettatamente ha iniziato a scrivergli, il cardinal Martini ha promesso che andrà presto a trovarlo a casa. Lui vive ad Assago, è malato di Sla eppure continua a comporre canzoni, incontrare persone... E nella sofferenza cresce la fede

di Luisa BOVE
Redazione

A casa Turati il clima è sereno, quasi allegro. Omar è nella sua stanza circondato da macchinari, libri e cd. Per entrare in camera sua la mascherina è d’obbligo, ma questo non impedisce la comunicazione, anzi, forse costringe a guardarsi negli occhi. I suoi sono azzurri, vivaci come il suo carattere, pronto alla battuta e al sorriso aperto. Ha compiuto da poco 36 anni e ha sempre fatto una vita normale: nel 1997 si è diplomato in chitarra classica e ha iniziato a insegnare musica, cinque anni dopo si è laureato in Scienze politiche con una tesi in sociologia. «Vivevo una vita serena, caratterizzata da tanto studio, musica, viaggi e qualche bella soddisfazione». Finché nel luglio 2003 «tutta la mia esistenza è stata sconvolta», gli è stata infatti diagnosticata «una brutta patologia neurodegenerativa chiamata Sla, Sclerosi laterale amiotrofica». In realtà la sigla “Sla” «per me ha assunto subito un nuovo significato: Solo libera l’anima».
Nonostante Omar abbia perso negli ultimi anni la capacità di quasi tutti i movimenti del corpo, «l’anima e il cervello hanno cominciato a correre all’impazzata, incontrandosi e scontrandosi dolorosamente». Dal luglio 2007, quando ha subìto la tracheotomia, è bloccato a letto o su una sedia a rotelle: «Sono strettamente legato, giorno e notte, a un respiratore e da quel momento la mia vita è cambiata completamente. Il grande prezzo da pagare per continuare a vivere è stata la dipendenza dalle macchine». E aggiunge: «Non è stato facile abituarmi a questa nuova condizione d’immobilità, ma strada facendo ho cominciato a rendermi conto delle tante risorse a mia disposizione, delle molte cose che ancora potevo fare per me e per gli altri». Intanto qualche amico si è perso per strada, ma tanti altri si sono affacciati nella stanza e nella vita di Omar. Sono molte le persone che ora frequentano la famiglia Turati: la madre li chiama «angeli della casa, perché ci danno energia per affrontare un nuovo giorno».
«Una delle fasi più difficili – continua Omar – nell’affrontare una malattia devastante come questa è proprio quella dell’accettazione», si tratta di un processo «lungo e doloroso». Ma è importante «dare un senso alla sofferenza» anche se è «difficilissimo e probabilmente il percorso non termina mai». Nel caso di Omar «l’accettazione sta andando di pari passo con un tortuoso cammino di fede». Di fronte alle domande “Che senso ha la malattia?” e “Che senso ha che io sia malato?”, Omar ha trovato come «risposta più accettabile» quella di «considerare la mia vita parte di un disegno divino più grande e di difficile comprensione». È questo ora «il mio pass-partout», come dice lui, «la chiave di lettura e di interpretazione degli eventi che si svolgono intorno a me. In questo modo riesco davvero a dare un senso a quasi tutte le cose che mi succedono o che vivo, dagli incontri alle azioni che compio e che ricevo».
«Nonostante la malattia mi abbia lasciato solo libera l’anima», assicura, «per me vale comunque la pena vivere e godere quel che mi resta, fino all’ultima goccia». Omar non ha dubbi: «Qualunque sia la condizione fisica, la qualità della vita dipende dalla qualità dell’amore che si dà, da quello che si riceve e dalla possibilità di vivere una straordinaria libertà dell’anima».
Certo non è sempre facile essere ottimisti in certe condizioni ma, come gli ha scritto il cardinale Dionigi Tettamanzi, «sperimentare dentro la contraddizione di una “croce di legno, che tanto pesa”» sta «il miracolo di un’anima libera capace di librarsi sempre più in alto».
Dopo un incontro inatteso e familiare nell’agosto 2008 in piazza Fontana tra Omar e l’Arcivescovo è nato «un legame che va oltre la formalità». Infatti Tettamanzi «inaspettatamente ha iniziato a scrivermi e abbiamo avuto uno scambio di doni: lui mi ha regalato il suo libro “Non c’è futuro senza solidarietà” e io gli ho fatto avere le varie versioni del mio pezzo “Solo libera l’anima” e lui ha colto perfettamente il senso di questa canzone e lo sento davvero molto vicino». Omar ha conosciuto anche il cardinal Martini. Nonostante la sua notorietà, spiega, il primo approccio con l’Arcivescovo emerito è avvenuto attraverso la lettura del suo libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. Poi i due si sono incontrati a Gallarate alla fine di settembre e «abbiamo parlato soprattutto del nostro rapporto con la malattia e con Dio». Ora continuano a scriversi via mail, Martini ha fatto una promessa al suo nuovo amico, di andare a trovarlo a casa ad Assago. E Omar spera «che riuscirà a mantenerla». A casa Turati il clima è sereno, quasi allegro. Omar è nella sua stanza circondato da macchinari, libri e cd. Per entrare in camera sua la mascherina è d’obbligo, ma questo non impedisce la comunicazione, anzi, forse costringe a guardarsi negli occhi. I suoi sono azzurri, vivaci come il suo carattere, pronto alla battuta e al sorriso aperto. Ha compiuto da poco 36 anni e ha sempre fatto una vita normale: nel 1997 si è diplomato in chitarra classica e ha iniziato a insegnare musica, cinque anni dopo si è laureato in Scienze politiche con una tesi in sociologia. «Vivevo una vita serena, caratterizzata da tanto studio, musica, viaggi e qualche bella soddisfazione». Finché nel luglio 2003 «tutta la mia esistenza è stata sconvolta», gli è stata infatti diagnosticata «una brutta patologia neurodegenerativa chiamata Sla, Sclerosi laterale amiotrofica». In realtà la sigla “Sla” «per me ha assunto subito un nuovo significato: Solo libera l’anima».Nonostante Omar abbia perso negli ultimi anni la capacità di quasi tutti i movimenti del corpo, «l’anima e il cervello hanno cominciato a correre all’impazzata, incontrandosi e scontrandosi dolorosamente». Dal luglio 2007, quando ha subìto la tracheotomia, è bloccato a letto o su una sedia a rotelle: «Sono strettamente legato, giorno e notte, a un respiratore e da quel momento la mia vita è cambiata completamente. Il grande prezzo da pagare per continuare a vivere è stata la dipendenza dalle macchine». E aggiunge: «Non è stato facile abituarmi a questa nuova condizione d’immobilità, ma strada facendo ho cominciato a rendermi conto delle tante risorse a mia disposizione, delle molte cose che ancora potevo fare per me e per gli altri». Intanto qualche amico si è perso per strada, ma tanti altri si sono affacciati nella stanza e nella vita di Omar. Sono molte le persone che ora frequentano la famiglia Turati: la madre li chiama «angeli della casa, perché ci danno energia per affrontare un nuovo giorno».«Una delle fasi più difficili – continua Omar – nell’affrontare una malattia devastante come questa è proprio quella dell’accettazione», si tratta di un processo «lungo e doloroso». Ma è importante «dare un senso alla sofferenza» anche se è «difficilissimo e probabilmente il percorso non termina mai». Nel caso di Omar «l’accettazione sta andando di pari passo con un tortuoso cammino di fede». Di fronte alle domande “Che senso ha la malattia?” e “Che senso ha che io sia malato?”, Omar ha trovato come «risposta più accettabile» quella di «considerare la mia vita parte di un disegno divino più grande e di difficile comprensione». È questo ora «il mio pass-partout», come dice lui, «la chiave di lettura e di interpretazione degli eventi che si svolgono intorno a me. In questo modo riesco davvero a dare un senso a quasi tutte le cose che mi succedono o che vivo, dagli incontri alle azioni che compio e che ricevo».«Nonostante la malattia mi abbia lasciato solo libera l’anima», assicura, «per me vale comunque la pena vivere e godere quel che mi resta, fino all’ultima goccia». Omar non ha dubbi: «Qualunque sia la condizione fisica, la qualità della vita dipende dalla qualità dell’amore che si dà, da quello che si riceve e dalla possibilità di vivere una straordinaria libertà dell’anima».Certo non è sempre facile essere ottimisti in certe condizioni ma, come gli ha scritto il cardinale Dionigi Tettamanzi, «sperimentare dentro la contraddizione di una “croce di legno, che tanto pesa”» sta «il miracolo di un’anima libera capace di librarsi sempre più in alto».Dopo un incontro inatteso e familiare nell’agosto 2008 in piazza Fontana tra Omar e l’Arcivescovo è nato «un legame che va oltre la formalità». Infatti Tettamanzi «inaspettatamente ha iniziato a scrivermi e abbiamo avuto uno scambio di doni: lui mi ha regalato il suo libro “Non c’è futuro senza solidarietà” e io gli ho fatto avere le varie versioni del mio pezzo “Solo libera l’anima” e lui ha colto perfettamente il senso di questa canzone e lo sento davvero molto vicino». Omar ha conosciuto anche il cardinal Martini. Nonostante la sua notorietà, spiega, il primo approccio con l’Arcivescovo emerito è avvenuto attraverso la lettura del suo libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. Poi i due si sono incontrati a Gallarate alla fine di settembre e «abbiamo parlato soprattutto del nostro rapporto con la malattia e con Dio». Ora continuano a scriversi via mail, Martini ha fatto una promessa al suo nuovo amico, di andare a trovarlo a casa ad Assago. E Omar spera «che riuscirà a mantenerla». – Il cd “Solo libera l’anima” – Il cd “Solo libera l’anima” – link

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