In vista delle Politiche del 13 e 14 aprile, gli elettori cominciano a vagliare serietà delle proposte e credibilità di partiti e candidati


Redazione

29/02/2008

di Antonio AIRÒ

Definite le liste e scelti i candidati, la campagna elettorale per il voto del 13 e 14 aprile ha superato la prima tappa di un tour lungo più di un mese. I partiti hanno messo a punto i programmi. Promesse e impegni si compongono e si scompongono; temi etici, valori non negoziabili e aspetti più spiccioli, ma non meno significativi (asili nido e bonus per i figli) si alternano a indicazioni più generali (infrastrutture, aumento dei salari, riduzione delle tasse) che prefigurano un futuro ricco di rose e fiori, mentre il presente viene per così dire accantonato.

Se le 280 e più pagine del programma presentato due anni fa da Romano Prodi e il patto con gli italiani strombazzato in tv nel 2001 da Berlusconi sono cose da non fare più, non sarebbe male se i partiti rinunciassero a caricare la loro proposta politica di aspettative che rischiano di essere del tutto inadeguate. Èbene che i partiti esprimano con chiarezza e concisione le loro intenzioni, consapevoli che dev’essere la Politica a fare le necessarie mediazioni e a definire le priorità.

In questa vigilia elettorale si assiste invece a un match in un certo senso paradossale, con Berlusconi che accusa Veltroni di aver copiato il suo programma e il leader del Pd che rinfaccia a quello del Pdl di inseguire le sue proposte.

Questa disputa può anche significare una convergenza nell’individuare le tante questioni da affrontare, ma la risposta non può essere “mettersi insieme” dopo il voto: centro destra con centro sinistra o viceversa. La competizione deve essere invece esplicita. Chi vincerà con questa legge elettorale (che rischia di riproporre al Senato una situazione analoga a quella di due anni fa) ha il dovere di governare; chi è sconfitto ha il dovere di fare l’opposizione, pungolando la maggioranza in un cammino comune per quanto riguarda, per esempio, le riforme istituzionali, una nuova legge elettorale e il delicato tema dell’immigrazione.

Avremo modo di tornare sui programmi, non dimenticando però che questi camminano sulle gambe degli uomini. Diventa quindi importante la credibilità dei candidati, fuori da un’illogica contrapposizione generazionale, anche se il “pensionamento” di chi da troppo tempo cavalca la scena politica può essere utile (lo stesso può dirsi per chi ha avuto condanne penali, soprattutto se definitive). Ma la credibilità è affidata soprattutto ai partiti.

La moltiplicazione di partiti e partitini si è in parte ridotta, anche se restano ancora le velleità di questa o quella forza politica di misurarsi da sola con i cittadini. Il 13 e 14 aprile, sostanzialmente, quattro schieramenti si contenderanno il voto. Non sono ancora quattro partiti, ma, come richiede questo brutto sistema elettorale, delle coalizioni, con significative distinzioni date da chi ha rifiutato di “annullarsi” nei due maggiori contenitori, Pdl e Pd.

La lista di Berlusconi, apparentata con la Lega, sposta sul versante destro la coalizione lasciando fuori – per una scelta esplicita di Casini (pur con qualche contraddizione come in Sicilia, dove si vota anche per le Regionali) – la componente centrista, con la quale si è ora alleata la Rosa Bianca di Pezzotta e Tabacci. Una novità che, senza voler ricostruire la Dc, si richiama laicamente all’ispirazione cristiana e offre un’alternativa ai cattolici che non si riconoscono in Berlusconi.

Il Pd ha definito i limiti, programmatici e politici, che lo differenziano dalla “Sinistra arcobaleno” di Bertinotti, dove si sono ritrovati Rifondazione, Comunisti, Verdi e Sinistra democratica. La vecchia Unione cara a Prodi è alle spalle. Il centro sinistra diventa duale anche se il Pd ha scelto l’accordo con l’Italia dei valori di Di Pietro, con l’obiettivo di fare gruppo unico dopo le elezioni.

Il “giustizialismo” di Di Pietro provoca indubbiamente qualche problema. Lo stesso può dirsi per l’inserimento nelle liste del Pd di alcuni radicali (ma non c’è Pannella). Una scelta che ha suscitato diffidenze e resistenze, soprattutto in ambienti cattolici riformisti, che potrebbero essere tentati dalla Rosa Bianca.

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