Il desiderio della neopresidente Soncini: «Esprimere attraverso la mia persona tutta la ricchezza della "femminilità" dell'Azione Cattolica, composta da moltissime donne di tutte le età»


Redazione

07/03/2008

di Maria Teresa ANTOGNAZZA

Donna, passati da poco i quarant’anni, da neppure una settimana èalla guida della più grande associazione laicale cattolica della diocesi di Milano. Valentina Soncini, di casa a Monza, èla seconda presidente in gonnella della storia recente dell’Azione Cattolica ambrosiana. Prima di lei aveva retto le sorti dell’associazione Maria Dutto, presidente diocesana alla fine degli anni Settanta.

Giovane, moderna, dinamica, con una “bella testa” (insegna filosofia e storia in un liceo e teologia ai futuri missionari del Pime), fa avanti e indietro da Monza con la sua macchina, ma i chilometri macinati in tanti anni di impegno nell’Ac milanese non si contano più.

Fin da quando era responsabile diocesana degli adolescenti, poi dei giovani adulti e infine del settore adulti, ha girato in lungo e in largo tutta la diocesi, incontrando gruppi parrocchiali, preti, responsabili e imparando a conoscere e ad amare sempre più questa storica associazione, che ormai fa parte integrante del suo dna. «Sono felicissima di questa nuova responsabilità che l’Arcivescovo mi ha chiesto – ci confida -, perchè nell’Ac mi sento davvero dentro un circuito di relazioni positive, che mi fa godere molto ed essere estremamente contenta di ciò che faccio».

Dopo tanti anni una donna torna alla guida dell’Ac ambrosiana. Come ti senti a raccogliere questa eredità?
La prima cosa che ho fatto, dopo aver avuto la notizia della scelta fatta dal nostro Arcivescovo, è stata chiamare Maria Dutto: è una donna che stimo e ammiro tantissimo, per il tipo di presenza che ha rappresentato nella Chiesa e nell’Ac. Lei mi ha molto incoraggiato. L’eredità che raccolgo è grande: sento di avere in mano un tesoro molto prezioso, di cui però non sono proprietaria, ma solo amministratrice. Le moltissime socie che ho incontrato esprimono la cura del quotidiano, la tenacia nell’impegno, la fedeltà del quotidiano, la capacità di tenere e di spendersi nei più diversi servizi. Io ora mi rendo conto che attraverso la mia persona, la mia interiorità, ma anche l’esteriorità passerà l’immagine dell’Azione cattolica, non porterò più solo me stessa. Ecco, avverto questa responsabilità di non tradire il bello che è nell’Ac, ma di farlo lievitare sempre più, proprio come la parabola dei talenti.

Qual è il “valore aggiunto” che ti pare possa offrire una donna in questo servizio ecclesiale?
Direi che, al modo della donna – e non è detto che anche un uomo intelligente e sensibile non sia in grado di farlo –, posso offrire la capacità di curare i rapporti e i contenuti in una dimensione sintetica; credo che il valore aggiunto di una guida al femminile sia questa capacità di portare avanti, insieme, un’idea spettacolare e innovativa e con la stessa passione assicurare la cura di tutte le persone, affinché ciascuna si senta a casa.

La cosa di cui secondo te l’Ac ha più bisogno oggi?
Aiutarsi a custodire il tesoro rappresentato dalla nostra associazione: che nessuno si senta autorizzato a mettere la parola fine su una presenza così importante, anche se in alcuni luoghi o momenti si può fare molta fatica ad andare avanti. Dobbiamo esprimere cura e rispetto per un’identità verso cui siamo debitori, che dobbiamo sempre più trasformare in azioni, a beneficio della Chiesa.

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