L'impegno della comunità cristiana per affrontare insieme le situazioni di malattia, anche quelle più gravi


Redazione

31/10/2008

di Pino NARDI

Una trasparente alleanza terapeutica di conforto e di sostegno tra medico, paziente e familiari è la strada per affrontare le situazioni di malattie, anche le più drammatiche. Lo sostiene don Paolo Fontana, collaboratore del Servizio diocesano per la Pastorale della salute, esperto di bioetica e docente al Seminario del Pime di Monza. Proseguiamo con questa intervista l’approfondimento dei temi che innervano la terza tappa del Percorso pastorale. Questa settimana parliamo di sanità.

Come affrontare situazioni di malattia?
Abbiamo avuto un ottimo esempio dal cardinale Tettamanzi, che in una recente intervista (sugli sviluppi del caso di Eluana, ndr) ha detto: «Penso che questo è un campo dove non il vescovo interviene, ma interviene il medico in scienza e coscienza, e tutto questo nel rapporto tipico che il medico ha con il malato e la sua famiglia». Questa espressione l’ho apprezzata molto, perché equilibrata, saggia, capace di riprendere la tradizione della Chiesa già espressa nel documento Iura et bona del 1980.

Rilanciare il rapporto dottore-malato?
Esatto, quello che conta nei casi complessi è che si possa costruire bene un’alleanza terapeutica tra medico, paziente e familiari. Questo è indispensabile, perché vuol dire superare ogni fase di estraneità. Dunque, una trasparente alleanza terapeutica di conforto e di sostegno, dove tutti partecipano: paziente, medico, familiari, personale infermieristico, cappellano. In un contesto così è possibile riuscire a individuare qual è il bene da compiere in quel momento. Non si può entrare forzatamente dall’esterno. Questo toglie anche dal rischio di un personalismo di scelte, perché sono sempre in ogni caso compiute con una pluralità di voci concordi. Se davvero è un’alleanza, tutti mirano tendenzialmente al bene.

Casi come quello di Eluana interrogano le coscienze…
Esistono circa 2 mila casi come Eluana, di stato vegetativo persistente, come ha ricordato di recente lo stesso cardinale Bagnasco nella prolusione alla Cei. Quelli sono casi davvero drammatici, tragici, in cui costruire l’alleanza col paziente è molto complesso, perché non può esprimersi. In molte situazioni, invece, con altre malattie il paziente è in grado di esprimersi. Quindi questa alleanza è certamente auspicabile. Anche da parte nostra bisogna creare sempre più contesti e luoghi perché questo possa avvenire: possono essere fisici, come nel caso dell’hospice, ma anche mentali, cioè una cultura dell’alleanza terapeutica. E dipende non solo dal medico, ma anche da noi, perché il dottore è chiamato a intervenire con tanta coscienza, ma sempre più anche la nostra coscienza viene interpellata.

A chi si rivolge la famiglia per pareri eticamente e cristianamente fondati?
Certamente è indispensabile far uscire i pazienti e le loro famiglie dalla solitudine e dall’isolamento. Non si può pensare che possano farlo semplicemente fornendo loro servizi sociali, che pure sono importanti. Il Sistema sanitario faccia il meglio che può per assistere. Ma la solitudine va oltre un’assistenza di tipo pratico. Per tanti aspetti legati al nascere la diocesi – e la Chiesa italiana – ha già trovato ambiti buoni come i consultori familiari di ispirazione cristiana. Sul territorio diocesano ce ne sono parecchi, dove è possibile avere un incontro qualificato anche su questi argomenti. Sulla fecondazione assistita molti consultori sono disposti a rendersi interlocutori per una disanima delle questioni, per un supporto alle scelte. Anche i centri di aiuto alla vita e il Movimento per la vita fanno la loro parte egregiamente.

E sulla “fine vita”?
Forse dobbiamo attrezzarci di più come comunità cristiana sulla fase terminale della vita. Non è che non l’abbiamo fatto, perché tanti hospice sono di ispirazione cristiana, dove c’è un buon accompagnamento al morente; i malati sono accuditi in modo splendido. Bisogna andare avanti su questa linea, ma non è sufficiente, perché ci sono altri tipi di accompagnamento che si rendono necessari nelle fasi delle malattie; soprattutto quelle di tipo neurodegenerativo sono diverse e molto lunghe. È importante avere o inventare strutture di dialogo, di formazione, di incontro e di sostegno. Mi pare che su questo forse tutti siamo un po’ carenti, ma perché sono malattie anche di tipo nuovo. Quindi dobbiamo ancora trovare la via da percorrere, il coraggio di qualche struttura anche innovativa.

Che apporto danno le parrocchie?
In parrocchia nessuno viene abbandonato. L’impegno è legato alla Caritas e va potenziato. Possiamo essere spinti a inventare qualcosa di nuovo nella carità di Cristo: abbiamo bisogno di strutture, perché molti malati necessitano di attenzioni specialistiche, che il cristiano “di tutti i giorni” fa fatica a soddisfare.

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