Il Tribunale di Como ha condannato all'ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi, riconosciuti colpevoli del quadruplice omicidio dell'11 dicembre 2006. Dopo tante parole, è il momento del silenzio


Redazione

27/11/2008

di Mauro COLOMBO

Tra i più efferati fatti di cronaca della recente storia italiana, la strage di Erba non ha diviso l’opinione pubblica tra colpevolisti e innocentisti come nei casi della mamma di Cogne, dei fidanzati di Garlasco o del tragico festino di Perugia. La ricostruzione degli omicidi di Paola Galli, della figlia Raffaella Castagna, del nipote Youssef Marzouk e della vicina di casa Valeria Cherubini ad opera del Pm Massimo Astori al processo di Como, con la precisa indicazione dei responsabili in Olindo Romano e Rosa Bazzi, ha dato i connotati di incontrovertibilità giudiziaria a una verità per tutti acclarata.

La sentenza della Corte d’assise comasca, aderendo in toto alla richiesta dell’accusa – ergastolo con tre anni di isolamento diurno, per il quadruplice delitto aggravato dalla violenza con cui è stato perpetrato, dai futili moventi e dal tentativo di occultamento e depistaggio – è stata perciò accolta ieri come si accoglie un verdetto scontato.

A poco meno di due anni da quell’11 dicembre 2006 nel quale un’anonima corte brianzola divenne teatro di una mattanza senza precedenti, la giustizia ha fatto il suo corso, almeno in prima istanza. Ora, in attesa che il giudizio divenga inappellabile, dopo inchieste, eccessi mediatici e morbosa curiosità popolare a far da prologo al dibattimento, è giunto il momento del silenzio.

Il silenzio lo meritano le quattro persone morte – tra le quali un bambino di due anni – che, dopo essere cadute sotto una ferocia assurda, nel corso del processo si sono viste nuovamente violate da testimonianze, descrizioni autoptiche e perizie anatomo-patologiche. Non se ne poteva fare a meno, naturalmente, ma ora sia davvero pace per loro.

Il silenzio lo reclamano i famigliari delle vittime. Già privati dell’affetto dei loro cari, durante il dibattimento hanno dovuto sopportare l’atteggiamento degli accusati – che dall’iniziale, impassibile indifferenza sono passati alle sconcertanti condoglianze finali – e l’esposizione di fantasiose teorie alternative alla loro colpevolezza. Tutti hanno diritto alla difesa, ovviamente, e gli avvocati fanno il loro lavoro; ma la strategia adottata dal collegio legale dei Romano ha talvolta sfidato la logica e il buonsenso.

Ma il silenzio, forse, aiuterà gli stessi Olindo e Rosa. Dal Bassone di Como, probabilmente, saranno trasferiti in un altro carcere. Le modalità della loro detenzione non saranno esecutive finché la sentenza non sarà definitiva e nel frattempo potranno continuare a vedersi, l’unica cosa che sembra loro interessare. L’ergastolo, per definizione, non tende a quel fine di rieducazione del condannato prescritto dalla Costituzione. Ma nel silenzio della cella, per gli anni che restano loro, forse Olindo e Rosa riusciranno a maturare la coscienza di quanto è accaduto. E magari, come auspica lo stesso papà Castagna, anche a chiedere perdono.

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