Nella cronaca solo le polemiche, ma in silenzio si diffonde quello stile auspicato dal Cardinale. Lo conferma Anna Maria Dominici, direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale


Redazione

14/11/2008

di Pino NARDI

Di fronte all’emergenza educativa la scuola può vivere una vera e propria rivoluzione culturale attraverso l’alleanza tra diversi soggetti con i Patti di comunità. Lo sostiene Anna Maria Dominici, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia. «La Chiesa è un’istituzione di primo rilievo, e svolge un prezioso ruolo educativo, anche per la storia, per la tradizione e per il patrimonio culturale che rappresenta – sottolinea Dominici -. E devo dire che la Chiesa milanese è molto attiva e propositiva, con iniziative numerose e differenziate, che vanno al di là anche della specifica appartenenza a un credo religioso. C’è una grande capacità di accoglienza, di ascolto, di supporto allo sviluppo dei giovani, di servizio alle famiglie. È quindi uno dei partner che considero fondamentali. Gli oratori, in particolare, stanno tornando di grande attualità». E sulle proteste di questi giorni: «Credo che i ragazzi manifestino perché sentono che la nostra società deve dare più valore alla scuola, che la scuola è un bene da tutelare, valorizzare e potenziare, perché lì si gioca il loro futuro».

Lei ha sostenuto che il Patto di comunità rappresenta una rivoluzione culturale. In che senso?
Il Patto di comunità educativa è un’espansione del Patto di corresponsabilità scuola-famiglia richiesto dal Ministero alle scuole. Ed è un frutto specifico del grande lavoro che, in questa direzione abbiamo svolto in Lombardia, con il Gruppo regionale sul bullismo. Quindi, in questo senso, siamo veramente dei precursori. Ho detto che si tratta di una rivoluzione culturale, perché il nostro intento è stato quello di far emergere la necessità che tutti i diversi soggetti della comunità educativa si stringano fra di loro per contribuire alla crescita delle giovani generazioni. Ciascuno con il proprio ruolo, ovviamente, ma superando la logica, che è veramente deleteria, delle contrapposizioni e della delega educativa. Troppo spesso abbiamo visto i genitori opposti ai docenti, che fanno gli avvocati dei propri figli, anche di fronte a fatti gravi, troppo spesso abbiamo osservato l’indifferenza degli stessi media rispetto al valore dei messaggi veicolati a bambini e adolescenti. Di fronte all’emergenza educativa che si registra nella società contemporanea, è venuto il tempo di renderci conto che tutti possiamo contribuire a educare, a formare in modo costruttivo e positivo i giovani, che tutti possiamo e dobbiamo dare un contributo per guidarli ad assumere comportamenti corretti. Ma per raggiungere questo risultato, dobbiamo impegnarci tutti nella stessa direzione, condividere obiettivi e perseguirli realmente.

Com’è la collaborazione tra la sua istituzione e la società, in particolare la Chiesa? Quale ruolo possono giocare gli oratori?
In generale, io mi ispiro a un metodo di lavoro basato sulla collaborazione con istituzioni locali, mondo del lavoro, associazionismo, privato sociale. La Chiesa è un’istituzione di primo rilievo, e svolge un prezioso ruolo educativo, anche per la storia, per la tradizione e per il patrimonio culturale che rappresenta. E devo dire che la Chiesa milanese è molto attiva e propositiva, con iniziative numerose e differenziate, che vanno al di là anche della specifica appartenenza a un credo religioso. C’è una grande capacità di accoglienza, di ascolto, di supporto allo sviluppo dei giovani, di servizio alle famiglie. È quindi uno dei partner che considero fondamentali. Gli oratori, in particolare, stanno tornando di grande attualità, come luoghi di ritrovo sano e protetto, come spazi di aggregazione, di studio, di gioco, di sport. Questo non solo perché le famiglie, con entrambi i genitori che lavorano, ne sentono un profondo bisogno, ma anche perché si sono rinnovati, nelle opportunità che offrono, negli spazi, nelle attrezzature che mettono a disposizione. Anche per queste ragioni, le scuole, ma direi l’intero tessuto sociale, considerano gli oratori un punto di riferimento positivo a cui affidarsi con fiducia.

Spesso si parla di crisi della scuola: come far emergere invece il buono che è presente?
Potenziando la comunicazione sulle esperienze positive, e sono tante, di cui le scuole, quotidianamente, sono protagoniste. Parlandone, facendo circolare le informazioni, condividendole con il territorio. E in questo senso, la stampa e i mezzi di comunicazione, possono dare un contributo essenziale. Il Patto di comunità educativa, di cui parlavamo, parla anche di questo, del modo in cui dare il giusto peso ai fatti negativi, che, quando ci sono, devono essere denunciati, ma senza appiattire tutto in un orizzonte negativo, che non risponde alla realtà.

Come valuta le proteste che percorrono le scuole in queste settimane?
Credo che, in parte, ci sia un’informazione parziale sui processi innovativi promossi dal ministro Gelmini. Ma credo, in realtà, soprattutto, che i ragazzi manifestino perché sentono che la nostra società deve dare più valore alla scuola, che la scuola è un bene da tutelare, valorizzare e potenziare, perché lì si gioca il loro futuro. Al di là degli slogan e delle proteste, credo che le manifestazioni di questi giorni, che peraltro a Milano sono state pacifiche e non sono degenerate in nessuna forma di scorrettezza, siano percorse da una grande voglia di fare, di migliorare, di partecipare. Quando vedo i ragazzi, e anche i loro genitori, raccogliersi a scuola, mangiare, dormire nel proprio istituto, in condizioni certo non comode, organizzare feste collettive, certo, non nascondo di essere preoccupata, ma, in fondo, ci vedo il desiderio di appropriarsi di qualcosa che si ama, in cui ci si identifica profondamente.

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