Episodi di violenza mettono in luce la vulnerabilità della nostra società e il rischio dell'affermazione di una cultura del rifiuto dell'altro


Redazione

08/10/2008

di Andrea CASAVECCHIA

Il pestaggio di un cinese nella periferia romana ad opera di un gruppetto di adolescenti teppisti e l’omicidio di Abdoul Guiebre, un diciannovenne italiano originario del Burkina Faso, picchiato a morte a Milano, sono, purtroppo, soltanto due delle tragiche scintille di violenza che colpiscono ormai frequentemente il nostro Paese.

Sotto queste scintille c’è una brace composta da stereotipi e pregiudizi che forse non dovrebbe essere sottovalutata. Gli episodi, completamente differenti l’uno dall’altro, portano alla luce alcuni aspetti simili che caratterizzano la vulnerabilità della nostra società civile.

Da una parte, si nota la manifestazione in termini completamente differenti del rapporto conflittuale tra giovani e adulti, che non alberga più, ormai da tempo, all’interno delle mura domestiche, come non si ritrova più neppure nelle piazze politiche che hanno, per esempio, caratterizzato i movimenti studenteschi dei “sessantottini”, ma si rintraccia nelle scuole come nei locali notturni, nelle strade o alle fermate degli autobus: in tante occasioni dove la fantasia della quotidianità mette in scena i rapporti intergenerazionali.

Si rivela la prima debolezza nella nostra incapacità comunicativa che, quando diventa un muro invalicabile, si traduce in mutismo che finisce facilmente per scatenare rabbie e paure recondite. Su questi sentimenti attecchiscono facilmente atteggiamenti negativi che possono poi sfociare in azioni distruttive, come le vendette private e/o le violenze gratuite. In una società che naviga molto spesso sui canali delle emozioni occorre ricercare le cause della loro origine e, quindi, affrontare il problema dell’incomunicabilità.

Dall’altra parte emerge un secondo aspetto della vulnerabilità della nostra società civile e riguarda il rapporto con la diversità etnica. Il nostro Paese è ormai multietnico con buona pace delle politiche di gestione dei flussi migratori. Ogni giorno facciamo esperienza di vivere in una società multiculturale a maggioranza italiana. Un’altra novità portata soprattutto dai figli degli immigrati, quella seconda generazione che interroga e assieme è indicatore di verifica per il nostro sistema sociale e per la disponibilità di accoglienza del nostro Paese.

E’ importante rompere le barriere della diffidenza che sono causa di atteggiamenti razzisti. Un pericolo potenzialmente reale in Italia, come ha messo in evidenza il presidente della Repubblica Napolitano durante la visita al Quirinale di Papa Benedetto XVI, sottolineando la necessità del «superamento del razzismo» perché, anche in Europa, suona un «allarme per il registrarsi in diversi Paesi di nuove manifestazioni preoccupanti, mentre nulla può giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale».

Oggi la società civile italiana è chiamata a prendere consapevolezza delle novità che la storia le pone di fronte. In entrambi i casi c’è una difficoltà di gestire i rapporti con il diverso che sia quello più anziano o più giovane oppure che sia di provenienza diversa. Per spengere le scintille di violenza è opportuno trovare percorsi possibili valorizzando assieme la dignità della persona umana ritrovando così la base per un dialogo nella fraternità che è un passaggio obbligato per il dialogo interculturale e intergenerazionale.

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