A pochi giorni dalle elezioni, intervista a Michele Colasanto: «I cattolici sono chiamati al discernimento: vedere dove e come in modo convincente si mettono insieme vita e solidarietà, libertà di educazione e difesa dei deboli»


Redazione

08/04/2008

di Pino NARDI

I cattolici sono chiamati a un discernimento responsabile delle proposte in campo, tenendo ben presente tutti i valori in discussione. Lo sostiene Michele Colasanto, direttore del Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

La campagna elettorale è agli ultimi giorni. La legge elettorale, con liste bloccate, pone interrogativi su cosa effettivamente si è chiamati a votare: sembra una delega in bianco. Cosa ne pensa?
Parte dell’elettorato è critico: la pubblica opinione informata ha questo tipo di chiarezza, perché si va a votare persone che altri hanno scelto. È sicuramente un forte condizionamento. Ma c’è un’altra parte di opinione pubblica interessata non tanto alle persone, quanto ai simboli. Infatti uno dei mutamenti della politica oggi è la personalizzazione, l’identificazione in un leader, con tutto ciò che di buono e cattivo significa.

C’è una differenza di percezione…
Sì e questo non vuol dire che non sia pericolosa: è un po’ un addormentarsi della coscienza politica. Ci abituiamo a una politica che si esprime soprattutto attraverso leader, con il rischio della perdita di percezione della partecipazione, alimentando fenomeni di assenteismo. Queste elezioni saranno una cartina di tornasole: vedremo se l’identificazione così netta in un leader e la scarsa drammatizzazione della campagna elettorale producono poi indifferenza.

I problemi dei cittadini sono poco presenti nel dibattito. C’è sostanza oltre gli slogan?
L’agenda politica non coincide esattamente con quella dei cittadini. Se questi ultimi hanno un problema di salari dicono che sono bassi. I politici, se fanno davvero il loro mestiere, dovrebbero dire come si fa ad aumentarli: quindi parlare di produttività, innovazione, politiche industriali. Questo è un linguaggio che non è certo quello del cittadino comune. Un po’ è scontato ed è un bene che i politici dicano cose apparentemente diverse da quelle che i cittadini avvertono. Poi è anche vero che i politici si avvitano su se stessi. Si è riformato in Italia un ceto politico, che rischia di vivere tra sé, con una scarsa comunicazione con il vissuto delle persone. Inoltre c’è la mediazione dei mezzi di comunicazione piuttosto che la ricerca del voto personale porta a porta. Questo aumenta il senso di distanza e fa commettere ai politici errori di comprensione. Si dà molto peso a questioni che nella vita quotidiana non sono così rilevanti: oggi la legge elettorale, pur molto importante, non è ai primi posti nelle preoccupazioni. I cittadini pensano invece a salari, lavoro, sicurezza.

Quale bussola tenere per una scelta consapevole?
Al Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, oltre a vita e famiglia, sono stati proposti anche altri valori come ambiente o educazione. Dovremmo riprendere quei criteri, ma più vicini ai problemi reali, stando bene attenti: la vita è importante nel suo nascere, ma anche nel modo in cui viene difesa poi nella famiglia. Noi cattolici da una parte non possiamo non porci obiettivi di solidarietà, dall’altra non possiamo non essere sensibili ai temi della libertà (come l’educazione) e alla difesa della vita. Per paradosso entrambi questi valori non si trovano difesi nello stesso schieramento politico. Su questo siamo chiamati a essere più responsabili, al discernimento: vedere dove e come in modo convincente mettiamo insieme vita e solidarietà, libertà di educazione e difesa dei deboli. È il patrimonio della cultura dei cattolici in politica. Come diceva Paolo VI, la Chiesa è esperta di umanità e noi dovremo acquisire questa sapienza esperienziale, che viene dal nostro essere in rapporto con gli uomini.

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