Il principale problema odierno non è tanto il deficit di innovazione, quanto la costruzione complessiva di un sistema educativo e formativo più credibile, che sia anche elaboratore di civiltà


Redazione

19/02/2008

di Alberto CAMPOLEONI

«Ripartiamo dalla scuola». L’ha scritto Francesco Gavazzi sul Corriere della sera, sottolineando come, nella crisi italiana, bisogna fare i conti con una scuola che va migliorata e che non tiene il passo degli altri Paesi.

Citando i test di Pisa, Giavazzi lamenta la scarsa dimestichezza degli studenti italiani con il metodo scientifico e lascia intendere che anche per questo scontiamo un deficit di innovazione, a scapito della produttività. Per «migliorare la scuola» bisognerebbe favorire competizione e concorrenza, monitorare e rendere pubblici i risultati degli allievi dei singoli istituti. Con famiglie in grado di scegliere si sarebbe stimolati all’eccellenza.

Ora, il tema della “concorrenza educativa” tra gli istituti scolastici in Italia ha una lunga storia. Già nei primi del Novecento se ne discuteva, a proposito dell’importanza che vi fosse un sistema di parità tra scuole pubbliche e private. Per i cattolici, in particolare, si trattava di questione vitale.

Ancora oggi, naturalmente, l’argomento ha un suo valore e per certi versi ha anche spazi di applicazione. Di fatto l’autonomia scolastica, l’elaborazione dei piani formativi di istituto, alcune condizioni di flessibilità nella proposta dei singoli istituti hanno innescato meccanismi, moderati, di scelta e di “mercato”.

La reale capacità di scelta delle famiglie, però, è fortemente limitata, soprattutto in rapporto alla possibile opzione per le scuole non statali, per la quale pesa l’onere di rette pesanti. Èla questione di una reale parità scolastica, che si possa tradurre in libertà di educazione e possibilità di scelta da parte dei genitori. Una questione irrisolta, vuoi per mancanza di risorse economiche, vuoi per retaggi ideologici durissimi a morire.

Si tratta di una questione importantissima, intendiamoci, ma che non sembra comunque il problema maggiore della scuola italiana. Così come non lo è quello dei risultati dei test di Pisa. Senza sottovalutare le indicazioni che vengono di volta in volta da parti diverse, sarebbe fuorviante concentrare l’attenzione sulla scuola pensando come prima cosa al deficit di innovazione e produttività, a carenze nella promozione di conoscenze e competenze negli allievi. Certo che bisogna mirare all’eccellenza, ma la questione scolastica italiana chiede anche altro.

A cominciare da un investimento evidente di risorse che mostri come il Paese creda complessivamente nella scuola come elaboratore di civiltà, non solo fucina di buoni tecnici o scienziati. Il deficit più preoccupante, oggi, è quello di cittadinanza e qui la scuola ha grandi responsabilità: dovrebbe infatti potersi proporre ad allievi e famiglie come istituzione sicura, che funziona bene, come quel mezzo – è la filosofia della nostra Costituzione – messo a disposizione delle famiglie e di cui le famiglie si possono fidare, per collaborare all’educazione dei loro figli.

Ma è difficile immaginare che possa essere così in un Paese dove l’edilizia scolastica è un problema, dove gli operatori della scuola sono a dir poco demotivati, disorientati da riforme tirate a destra e sinistra a seconda delle convenienze politiche, sostanzialmente delegittimati di fronte all’opinione pubblica che alla scuola associa bullismo, precariato, caos. E dove talvolta la “concorrenza” tra gli istituti in un sistema che dovrebbe essere paritario finisce per essere l’occasione per pochi con disponibilità di collocare i propri pargoli in ambienti creduti più tranquilli e meno degradati.

Allora, ripartire dalla scuola – ed è un impegno da sottoscrivere – vuol dire agire ad ampio raggio costruendo un sistema più credibile dell’attuale. Occorre, tra l’altro, rilanciare su stipendi e formazione dei docenti, offrire norme di riferimento sicure e non oscillanti a ogni venticello politico, realizzare in breve tempo il sistema pubblico integrato, paritario, prospettato dalle leggi, continuare sulla strada del sistema di valutazione nazionale…

Arriveranno anche, dove occorrono, risultati migliori sul piano di conoscenze, competenze e produttività. Soprattutto saremo autorizzati a pensare che il Paese crede davvero nella scuola e vuole offrire a tutti, attraverso di essa, opportunità di integrazione, formazione, crescita umana e civile per un futuro e una società migliori.

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