L'antico Paese di Mezzo è atteso all'esame dei Giochi per misurare la sua capacità di aprirsi, di dimostrare tolleranza e di condividere valori internazionali


Redazione

01/08/2008

di Stefano VECCHIA

Siamo alla vigilia della XXIX edizione dei Giochi Olimpici della storia moderna. Un traguardo caricato di attese, speranze e inquietudini come forse nessun altro.

Dall’8 al 24 agosto l’immensa Cina – che il 13 luglio 2001 strappò il “sì” del Comitato olimpico internazionale alla sua candidatura, facendo leva sulle capacità organizzative, ma anche sul peso crescente dei suoi interscambi economici e, infine, con la promessa di un futuro di benessere e democrazia per i suoi cittadini – sarà al centro dell’attenzione del mondo, che da questi Giochi si attende risultati non soltanto sportivi.

Nelle scorse settimane la notizia che il Paese asiatico raggiungerà gli Stati Uniti come potenziale economico e alla metà del secolo le dimensioni della sua economia sarano addirittura doppie di quelle del rivale americano, ha confermato che – Olimpiadi o meno – la Cina sarà protagonista del nostro futuro.

Ma le Olimpiadi hanno evidenziato anche le debolezze del gigante cinese: la sua peculiare visione della democrazia e dei diritti umani, la sottomissione dei tibetani e per altri aspetti quella dei musulmani nella vasta provincia nord-occidentale dello Xinjiang.

Questi, insieme al devastante terremoto nel Sichuan e allo stillicidio delle statistiche che inevitabilmente rispecchiano i grandi numeri di una popolazione ultramiliardaria e delle sue aspettative, hanno reso le Olimpiadi di Pechino un evento non relegato geograficamente e neppure nel solo ambito sportivo.

Questa attenzione non finirà con l’apertura dei cancelli del nuovo e stupefacente Stadio olimpico di Pechino, alle prime sfide e ai primi podi. Allora sarà probabilmente meraviglia per le coreografie e per le cerimonie curate niente meno che dal regista Zhang Yimou (Sorgo rosso, La storia di Qiu Ju, Lanterne rosse…), icona dell’indipendenza dell’arte dal sistema e oggi chiamato a dimostrare che la Cina è davvero “altro”.

Un’organizzazione annunciata impeccabile perché deve essere davvero lo specchio di una Cina millenaria, che finalmente tratta alla pari le potenze del mondo, e il mondo intero deve stupire; ma l’antico Paese di Mezzo non ignora che alla prova dei Giochi è attesa anche con la sua capacità di aprirsi, di dimostrare tolleranza e di condividere ideali, necessità e sofferenza, sugli spalti e fuori.

Potenzialità, appunto, che matureranno nel tempo e nel sostegno internazionale, molto meno nel sospetto e nelle rivalità. Nessuno a Pechino e fuori ignora che 19 anni fa gli eventi di piazza Tiananmen raggelarono le speranze di una “via cinese alla democrazia” apertesi in quella primavera particolarmente calda e carica di segnali e di simboli, e insieme avviarono un nuovo corso verso il “socialismo di mercato”.

Con il passare degli anni il rispetto dei diritti umani e delle libertà civili, innestata ormai da tempo sulle richieste di equità, giustizia e benessere che provengono soprattutto dall’immenso retroterra rurale, ma anche da etnie, culture e fedi minoritarie, e’ andata crescendo al punto da diventare ineludibile, al punto da diventare merce di scambio con il Comitato olimpico internazionale. Pechino ha preso un solenne impegno non solo a non censurare i mass media nel periodo dei Giochi, ma anche a procedere alla soluzione dei vari “mali”, che affliggono il Paese, non solo in termini di delinquenza e di sottosviluppo.

Nel periodo olimpico, che passino per le vie ufficiali o vengano contrabbandate tra le pieghe delle delegazioni sportive e dei media accreditati, sarà difficile per chiunque, e a maggior ragione per le autorità sotto la pressione delle diplomazie e dei gruppi per i diritti umani, impedire l’ingresso a idee ed esperienze non in sintonia con la linea ufficiale.

Persino l’accesso di Bibbie al seguito di atleti, turisti, mass media internazionali, prima negato, è stato poi concesso, salvo attendere la prova dei primi professionisti dello sport, dell’informazione e dei semplici appassionati che si affacceranno ai banchi dell’immigrazione.

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