Una scelta ponderata di fonti d'energia deve fondarsi su informazione e partecipazione. Matteo Mascia, esperto della Fondazione Lanza: «Più opportuno ricominciare a investire sulle nuove tecnologie in un contesto europeo»


Redazione

04/06/2008

a cura di Francesco ROSSI

A circa vent’anni dalla messa al bando (dopo la vicenda di Chernobyl e il referendum abrogativo del 1987), l’Italia potrebbe ritornare al nucleare. A metterlo all’ordine del giorno nell’agenda governativa il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, che si è detto favorevole alla sua ripresa. Le nuove centrali, attive non prima del 2018-2020, sarebbero di “terza generazione” e la posa della prima pietra potrebbe avvenire entro cinque anni. Ma oltre al nucleare, ha sottolineato Scajola, «dobbiamo modificare il mix energetico con più energie alternative rinnovabili».

Sulla questione ecco l’opinione di Matteo Mascia, della Fondazione Lanza, centro di studi e ricerche su etica e ambiente. «A livello mondiale – spiega Mascia – il nucleare rappresenta solo il 7% dell’energia prodotta, e in Italia la costruzione di 4 o 5 centrali non sarebbe una risposta radicale al problema dell’approvvigionamento energetico; meglio dunque rivolgere l’attenzione ad altre forme di energia, come quella rinnovabile».

A che punto è oggi la tecnologia delle centrali nucleari? Vi sono ancora rischi?
Di sicuro da vent’anni a questa parte il nucleare è più sicuro. D’altra parte l’unica centrale che si sta costruendo ora in Europa è di terza generazione. Tali sarebbero pure quelle di cui il governo italiano vuole, da qui a cinque anni, porre la prima pietra. Ma questa è una tecnologia già vecchia: si sta ora lavorando, in termini di ricerca, per una quarta generazione, la cui progettazione sarà possibile tra 20-25 anni. Anziché buttarsi subito nell’opera di costruzione delle centrali, sarebbe dunque importante ricominciare a investire sulle nuove tecnologie, anche per il nucleare, in un contesto europeo. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno un consorzio che sta lavorando su un progetto congiunto riguardo alle centrali di quarta generazione: dovremmo trarne qualche utile insegnamento.

In Italia abbiamo all’ordine del giorno il problema dei rifiuti. E per quanto riguarda lo stoccaggio delle future scorie nucleari?
La questione delle scorie radioattive è un problema ancora aperto. A livello globale non è ancora stato trovato un sistema per ridurre significativamente i rischi e i tempi di abbattimento dei rifiuti nucleari. E in Italia non abbiamo ancora un luogo sicuro dove depositare le scorie: di fatto dobbiamo ancora stoccare i rifiuti dei vecchi impianti nucleari dimessi.

Il ricorso all’energia nucleare è una soluzione idonea per garantire rifornimenti energetici a prezzi accettabili (soprattutto a fronte dell’aumento esponenziale del costo del petrolio)?
Sarebbe importante fare una riflessione seria sui costi, tenendo presente il rapporto tra l’economia di mercato e l’energia nucleare. Attualmente, infatti, il prezzo nei Paesi che ne fanno uso è accessibile e ridotto perché vi è un sostegno economico da parte dello Stato: in Francia, per esempio, il nucleare fa parte del sistema militare, e comunque non è mai in mano ai privati. Ma se dovesse mantenersi solo sull’economia di mercato non sarebbe sostenibile: ha costi troppo elevati legati alla sicurezza, alla gestione delle scorie, alla costruzione delle centrali. Secondo un calcolo condotto negli Usa, il costo di una centrale nucleare per chilowattora sarebbe di 6 centesimi di dollaro, contro i 5 cent del gas e costi anche minori per il carbone o l’eolico. Solo il petrolio ha oggi un costo maggiore. Da qui un interrogativo: se lo Stato è disposto a investire in modo massiccio nella costruzione di centrali nucleari, perché non investire risorse, anche pubbliche, per sostenere l’energia rinnovabile? Poi c’è una questione che investe la democrazia…

In che senso?
Bisogna rilanciare la forma democratica, di cui strumento principe è la partecipazione. È ovvio che questo presuppone una seria e adeguata informazione sul tema e richiama la responsabilità dei media. Strutture realizzabili in contesti locali o regionali favoriscono la partecipazione: si può meglio condividere con la popolazione di un certo territorio un impianto industriale o di smaltimento rifiuti se è funzionale primariamente a smaltire o produrre beni per quel territorio. Così sarebbe per le centrali solari, fotovoltaiche, di produzione eolica, che potrebbero essere sviluppate in contesti regionali. La centrale nucleare, invece, per le sue dimensioni non si pone in quest’ottica. Infine, per un tema tanto delicato e complesso, saggezza vorrebbe che se ne parlasse in Parlamento e si aprisse un dibattito nella società.

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