L'Anno del dialogo interculturale esige dall'Unione Europea e dai Paesi membri maggiore impegno sul fronte della della formazione alla convivenza civile


Redazione

21/05/2008

di Gian Andrea P. GARANCINI

Perché da qualche tempo a questa parte nell’immaginario collettivo italiano e non solo si è fatta prepotentemente strada l’analogia “rumeno uguale pericolo”? Perché da quando la Romania – territorio millenario, ricco di tradizioni e storia, crogiuolo di popoli e culture – ha aderito all’Unione Europea, meno di diciassette mesi fa, èdivenuta per molti sinonimo di delinquenza da esportazione?

Perché l’errata interpretazione storica che associa i Romeni ai Rom (il cui dramma di popolo apolide merita maggiore considerazione), facendo di ogni erba un fascio e torto a entrambi, alimenta i sentimenti di paura e rifiuto? Perché il sacrosanto bene morale e materiale della sicurezza sarebbe messo a rischio da un popolo intero, malgrado errori e crimini – reali, certo – siano di pochi?

Pretendere di fornire risposte assolute a domande complesse, che richiedono un’attenzione sociale e politica multipartisan che oggi, purtroppo, latita, significherebbe fare il gioco di chi – per convenienza o mancanza di conoscenza – coltiva lo scontro. Scontro fino a ieri culturale, oggi sempre più fisico e quindi più pericoloso. Da arginare quanto prima.

Sul terreno storico, vale la pena analizzare i secoli passati, ma soprattutto i decenni che dal secondo dopoguerra hanno definito la realtà socioeconomica della Romania. Cultura latina (lingua) e bizantina (religione), influenze balcaniche, terra di conquista in cui la multietnicità rende debole il confine tra maggioranze e minoranze, progresso e modernizzazione trascurati.

Sul terreno sociale, come dimenticare il dolore delle anime e il vuoto di valori eredità della sanguinaria e oscurantista dittatura di Ceausescu? Il passaggio alla democrazia, doloroso anch’esso, deve ancora essere perfezionato. Nessuna giustificazione, per carità. Piuttosto, una fotografia per aiutarci a comprendere il quadro d’insieme e a riportarlo sul terreno della fratellanza e della solidarietà. Ma altresì della giustizia e della legge, che come indica il suo simbolo (la bilancia) deve essere severa dopo aver pesato i fatti; e con un pensiero doveroso anche alle vittime chiamate al gesto del perdono reso difficile da rabbia e sofferenza.

C’è anche il terreno della politica. Non è un mistero che il sistema colabrodo delle frontiere, in uscita dalla Romania e in entrata in primis nei Paesi mediterranei, è stato se possibile ulteriormente indebolito dalla libera circolazione delle persone, giustamente vigente, ma mal gestita sul territorio comunitario.

È anche vero che la non certo rosea realtà socioeconomica rumena – i cui estremi di ricchezza e povertà ricordano il Brasile – induce Bucarest a chiudere un occhio quando si tratta di espatrio di loschi figuri che vanno a cercare “fortuna” altrove, ben consci delle maglie larghe di certa giustizia nostrana. Condannabile, ma comprensibile.

Infine, c’è il terreno dell’Europa unita, ovviamente legato a doppio filo a quello della politica. L’aiuto concreto alla democratizzazione e alla coesione economica, sociale e territoriale è un dovere dell’Ue, cui spetta il necessario impegno – in collaborazione con le autorità rumene – per l’educazione, la lotta alla povertà e all’emarginazione, il dialogo e l’integrazione, lo smantellamento del mercato immorale che gravita attorno a sempre più giovani ragazze rumene e di altre nazionalità, costrette a prostituirsi per clienti colpevoli tanto quanto gli sfruttatori.

Impegno da attuare non nel buio di stanze impenetrabili, rischiarato di tanto in tanto dalla luce di telecamere che ci mostrano un sorriso e una stretta di mano, il ritrovamento di un corpo o il rogo delle baraccopoli: si tratta di un impegno che richiede il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i cittadini europei. I soldi non mancano: Bruxelles e i Governi dei Ventisette ne hanno stanziati parecchi.

Informazione e formazione, per capirci e trovare assieme soluzioni. Il 2008 è l’Anno europeo del dialogo interculturale: ce ne siamo forse dimenticati?

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