L'intervento dell'Arcivescovo al Convegno della vigilia della Giornata della Solidarietà: «Bisogna avere fiducia in loro e prenderli sul serio»


Redazione

11/02/2008

di Andrea GIACOMETTI

Segue con interesse e curiosità il dibattito che si sviluppa al Convegno della vigilia della XXVII Giornata della Solidarietà, l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi. «Una bella iniezione di concretezza – commenta, prendendo la parola al termine del dibattito su “I valori che i giovani portano nel lavoro” -. Adesso mi piacerebbe tornare in episcopio, riflettere sulle cose sentite e poi esprimere le mie considerazioni fra qualche giorno», scherza. In effetti, relazioni e interventi offrono una fotografia molto ricca e sfaccettata sulla condizione dei giovani che entrano nel mondo del lavoro.

Un ingresso, rimarca il Cardinale, «che comporta l’attesa di trovare un ambiente in cui sia possibile esprimere se stessi come persone, realizzarsi pienamente in rapporto con gli altri». Aspettative importanti, sostiene l’Arcivescovo, che devono incontrare risposte adeguate: «Sono un valore, i giovani nel mondo del lavoro. Dobbiamo avere fiducia in loro, ma anche essere estremamente esigenti nei loro confronti, prendendoli sul serio».

Lo stesso Convegno – introdotto dagli interventi di monsignor Eros Monti, vicario episcopale della Pastorale sociale, e di don Raffaello Ciccone, responsabile della Pastorale del lavoro -, prende sul serio i giovani. Li fotografa come sono davvero, al di fuori di schemi e luoghi comuni.

«Non sono lavoristi, non mettono al primo posto l’occupazione – spiega Michele Colasanto, sociologo dell’Università Cattolica -. Privilegiano l’espressività rispetto alla carriera. Pensano che siano importanti le competenze, credono si debba lavorare duro. Spesso si auto-organizzano, come nel caso dei tanti blog realizzati da giovani precari». Eppure, nonostante tutte queste premesse, èpiù che reale il rischio che i giovani, ragiona Colasanto, «restino seduti in panchina, senza mai entrare in campo e giocare».

Come evitare tale destino che, spesso, appare una strada obbligata? Ognuno deve dare il suo contributo. «Questo per il sindacato è un terreno nuovo – riconosce il segretario generale aggiunto Cisl, Pier Paolo Baretta -. Dobbiamo ripensare alla nostra capacità di rappresentare i lavoratori, cercare di ridisegnare rivendicazioni e tutele».

Anche l’impresa si sente chiamata in causa. «Le imprese sono un mondo di relazioni – dichiara Alberto Meomartini, consigliere Assolombarda per la scuola -, si sviluppano e crescono proprio quelle che ai temi etici riservano più attenzione». E, dunque, occorre ricordare l’importanza, al di là delle competenze, della capacità di collaborare con gli altri, la necessità di coinvolgere chi lavora in un’impresa intesa come «comunità di uomini».

Non manca neppure un richiamo alla mission della politica. Viene da Giovanni Geroldi, presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale al Ministero del lavoro: «Si deve mettere l’accento sul ruolo delle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia. Un tema che deve entrare con forza anche nell’agenda della contrattazione sindacale». In particolare, precisa l’economista, «di quella che viene sviluppata a livello territoriale».

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