Hamas e Fatah per la ripresa dei colloqui, ma il futuro rimane nel buio. Intervista a Janiki Cingoli, direttore del Cipmo


Redazione

27/03/2008

a cura di Daniele ROCCHI

Un accordo di riconciliazione è stato raggiunto nei giorni scorsi a Sana’a, capitale dello Yemen, tra i palestinesi di Hamas, che controlla Gaza, e Fatah, che controlla la Cisgiordania. «Noi, in rappresentanza di Fatah e Hamas, riconosciamo l’iniziativa yemenita come l’intelaiatura sulla base della quale riprendere il dialogo tra i due movimenti per far tornare la situazione palestinese a quella che era prima degli incidenti di Gaza», si legge nel documento firmato da Moussa Abu Marzouk per Hamas e da Azzam al-Ahmed per Fatah.

La dichiarazione impegna le due fazioni a riprendere i colloqui, a creare un governo di unità nazionale, a riformare le forze di sicurezza e a indire nuove elezioni. Di questo accordo ne abbiamo parlato con Janiki Cingoli, direttore del Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente).

Qual è il valore di questo documento?
Il tentativo yemenita è importante e si può dire sia stato fatto anche a nome del mondo arabo moderato, che sta premendo per la ripresa dei contatti tra Hamas e Fatah, per un ritorno all’accordo della Mecca e per un governo di unità nazionale. L’Egitto è particolarmente sensibile a questa esigenza e preme in questa direzione perché, in assenza di questo, si sente scaricato addosso la responsabilità di Gaza, come si è visto quando gli uomini di Hamas hanno abbattuto il muro di separazione e hanno consentito agli abitanti di Gaza di defluire in territorio egiziano.

Cosa prevede l’accordo?
La proposta yemenita prevede quello che già la Lega Araba aveva richiesto e cioè la restituzione del controllo della Striscia di Gaza all’Autorità nazionale palestinese (Anp), la creazione di forze di sicurezza unificate che non dipendono dall’una o dall’altra fazione, ma dall’Anp e nuove elezioni presidenziali e legislative entro gennaio 2009. Ora Hamas afferma di non volere prioritariamente cedere il controllo di Gaza, ma di iniziare prima i colloqui per verificare l’effettiva possibilità di un governo di unità nazionale; Fatah, dal canto suo, con Abu Mazen dice che non ci sarà nessun contatto se prima Hamas non mollerà il controllo della Striscia. Di fatto, però, il contatto c’è stato. Va registrata, contestualmente, anche una dichiarazione israeliana che ribadisce che, se si va verso un governo palestinese di unità nazionale, ciò potrebbe pesare negativamente sul prosieguo dei negoziati sul final status.

Veti incrociati che rischiano di bloccare tutto per l’ennesima volta…
Certamente. In concreto, però, c’è che Israele sta negoziando con Hamas il rilascio dei prigionieri e la tregua in cambio della sospensione degli attacchi mirati a esponenti di Hamas e della Jihad; che Abu Mazen vuole negoziare con Hamas, anche perché la sua debolezza in questo ultimo periodo è apparsa evidente, ma teme che Israele blocchi il negoziato sul final status se riprende i colloqui con Hamas; che Hamas vorrebbe riprendere i contatti con Fatah per un governo di unità nazionale anche perché si sente in qualche modo stretta e teme il boicottaggio.

Come uscire fuori da questo vicolo cieco causato dalla diffidenza reciproca?
Un accordo per la tregua dovrebbe coinvolgere, e non escludere Abu Mazen, per non indebolirlo ulteriormente, e mantenere la trilateralità Fatah-Hamas-Israele.

Il 29 marzo si terrà a Damasco il summit della Lega Araba. A questo punto cosa bisogna realisticamente attendersi circa il futuro della situazione palestinese?
L’iniziativa dello Yemen è una parte importante del puzzle che arriva alla vigilia del vertice della Lega araba di Damasco, dove la situazione palestinese è uno dei temi sul tappeto. Sul vertice, però, pesa un certo boicottaggio da parte di Egitto, Libano e Arabia, che manderanno delegazioni di rango inferiore soprattutto per la vicenda libanese, poiché ritengono che la Siria non abbia fatto abbastanza per l’elezione del presidente libanese. La situazione resta ingarbugliata, anche se Israele pare abbastanza premere, per volere Usa, per una tregua di fatto con Hamas piuttosto che per un’operazione militare in larga scala nella Striscia.

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