Esigue speranze per il tentativo del presidente del Senato di formare un Governo in grado di varare una nuova legge elettorale. Più probabile il voto anticipato tra due-tre mesi


Redazione

01/02/2008

di Antonio AIRÒ

Una “missione impossibile” si potrebbe definire quella che il Capo dello Stato ha affidato al presidente del Senato, Franco Marini: formare un Governo che approvi in tempi brevissimi una nuova legge elettorale in sostituzione dell’attuale porcellum, ritenuto uno dei responsabili della frammentazione del nostro sistema politico.

Se Marini riuscirà a trovare una maggioranza (inevitabilmente composita) potrà essere evitato il referendum popolare che, dopo il via libera della Corte Costituzionale, dovrebbe svolgersi in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Il Presidente del Senato ha notevoli capacità di contrattazione anche nelle situazioni più difficili, non solo per le sue radici sindacaliste. Ha grande esperienza politica nello smussare contrasti e dissensi, e possiede elevate doti di mediatore nel trovare punti di intesa tra le parti, anche quando la partita sembra persa e senza sbocchi positivi.

Marini, quindi, ci metterà tutta la sua passione politica, la sua autorevolezza, la sua credibilità riconosciuta sia nel centro sinistra sia nel centro destra, per rispondere positivamente all’impegno tutto in salita che il Presidente della Repubblica gli ha richiesto.

Può darsi che le sue consultazioni con tutte le forze politiche – e quelle meno formali con le tanti voci della società (imprenditoriali, sindacali, economiche e anche religiose) – che hanno manifestato la loro contrarietà ad andare alle urne con questa legge elettorale, riescano a trovare un minimo comun denominatore (molto minimo) che consenta ai cittadini di andare a votare e di scegliere una maggioranza certa e non esposta ai venti di questo o quel parlamentare o alle bizze, anche personale, di questo o qual partitino.

Se Marini dovesse riuscire in questa impresa, le elezioni anticipate sono certamente il conseguente passaggio obbligato. Potrebbero essere tenute dopo il referendum popolare, con l’impegno dei partiti di approvare a tamburo battente il nuovo sistema elettorale. Il governo del Presidente del Senato, se troverà i consensi necessari, potrebbe così gestire il referendum in aprile e le politiche a giugno. E poi si vedrà.

Ma non ci sembra che spiri un minimo venticello in questa direzione. E ci sembra del tutto fuori della realtà l’ipotesi che Marini riesca a compiere il miracolo di trovare una maggioranza larga e coesa, in grado di approvare con la legge elettorale alcune modifiche alla Costituzione come quelle che nelle scorse settimane avevano registrato un larghissimo consenso.

In politica non bisogna mai dire mai. Infatti i miracoli – come quello che dovrebbe fare il Presidente del Senato – appartengono a un’altra sfera. Perciò, con tutta la considerazione e l’apprezzamento che possiamo avere per la sua generosa fatica, ci sembra che sia quasi inevitabile andare alle urne con questa legge elettorale. La vuole con grande compattezza tutto il centro destra, a cominciare da Berlusconi, che desidera conseguire subito la sua rivincita su Prodi.

Bossi, Fini e anche Casini si sono prontamente allineati. L’annuncio di Baccini e Tabacci di uscire dall’Udc per dar vita a una “Cosa Bianca” (o “Rosa Bianca”) centrista con Pezzotta e altri èstata sarcasticamente snobbata dallo stesso Casini. Anche Mastella accetta il porcellum, e così faranno altri partiti minori che si apprestano a contrattare le alleanze con Berlusconi.

Nel centro sinistra, Veltroni, con il suo Partito Democratico, insiste nel ritenere ancora possibile una diversa legge elettorale, concedendo al Cavaliere una data certa per il voto a giugno. Gli altri partiti minori inseguono sogni impossibili, come fa Dini, o si affidano, più o meno coscienti, al giudizio vicinissimo degli elettori. Succeda quel che deve succedere.

In politica noi siamo convinti che le occasioni debbono essere preparate e comunque affrontate quando si presentano. L’abbiamo scritto pochi giorni fa e lo ripetiamo. Bisognava verificare la possibilità di un’intesa tra Berlusconi e Veltroni, che era stata ventilata dopo l’incontro tra i due leaders. Non si è voluto credere, sia nel centro destra, sia nel centro sinistra, alla loro disponibilità. Si è preferita la strada della demonizzazione di entrambi e la difesa, da parte di troppi partitini e di big e aspiranti big, del proprio orticello di potere.

Così si andrà alle urne entro due-tre mesi. E se Marini riuscisse a mettere intorno a un tavolo Berlusconi e Veltroni, con l’aggiunta di quanti ci stanno a destra o a sinistra? Se ciò avvenisse, forse la parola miracolo potrebbe essere utilizzata. Ma, lo confessiamo, ci crediamo molto poco. È una parola che non si deve pronunciare invano.

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