Dopo il rapimento e la morte dell'arcivescovo di Mosul, Benedetto XVI si è rivolto in primo luogo all'«amato popolo iracheno», incoraggiandolo a ricostruire la vita della propria Nazione. Ma a manifestare solidarietà concreta deve essere la comunità cristiana internazionale e l'opinione pubblica mondiale, chiamata a riflettere sull'emergenza di civiltà che riguarda la libertà religiosa


Redazione

17/03/2008

di Francesco BONINI

Ancora un martire, un testimone della fede e della presenza cristiana, l’arcivescovo di Mosul dei Caldei, monsignor Paulos Faraj Rahho. Non aveva voluto abbandonare la sua gente, era restato fedele a una missione che sapeva lo avrebbe esposto al rischio della vita, in una regione dell’Iraq particolarmente provata. Ha pagato con la vita questa fedeltà, la scelta, radicata nella sua missione di vescovo, di resistere alla logica della pulizia etnica, del conflitto di civiltà e di religione.

La presenza dei cristiani nelle antiche terre medio-orientali è ormai ovunque a rischio. Questi nuovi martiri – e non si può non pensare a don Andrea Santoro, ucciso due anni fa – illuminano così di una luce singolare questo anno paolino.

Benedetto XVI ha levato un forte grido: «Basta con le stragi, basta con le violenze, basta con l’odio in Iraq!». Riecheggiano le parole di Giovanni Paolo II, che aveva scongiurato la guerra, prevedendo un futuro di odi e di rovine. Non fu ascoltato, come sappiamo. Sono ormai tante le vittime cristiane ed è a rischio una presenza radicata da duemila anni. Che fare?

Il Papa indica la via della rinascita nazionale dell’Iraq, rivolgendo «un appello al popolo iracheno, che da cinque anni porta le conseguenze di una guerra che ha provocato lo scompaginamento della sua vita civile e sociale: amato popolo iracheno, solleva la tua testa e sii tu stesso, in primo luogo, ricostruttore della tua vita nazionale! Siano la riconciliazione, il perdono, la giustizia e il rispetto della convivenza civile tra tribù, etnie, gruppi religiosi, la solidale via alla pace nel nome di Dio!».

Sulle rovine della dittatura di Saddam Hussein e degli errori gravissimi di impostazione della guerra e soprattutto del dopoguerra da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti si è sviluppato un tessuto terroristico, ispirato a semplici parole d’ordine islamiste, che riconducono anche a un tragico e brutale programma di pulizia etnica su base religiosa.

Le autorità assicurano che la nuova strategia, ispirata dal comandante delle forze americane, generale Petreus, comincia a dare frutti di stabilizzazione. Sarà tuttavia un lavoro molto lungo. Mentre si tenta di creare finalmente una coalizione per la pace e la stabilizzazione, i cristiani, in particolare, sono inermi, sono un bersaglio facile.

Ma questa testimonianza, fino all’effusione del sangue, deve essere raccolta. Prima di tutto proprio con la solidarietà dell’intera comunità cristiana in tutto il mondo. Ma non basta. La vera e propria persecuzione dei cristiani in non poche regioni deve fare riflettere tutta l’opinione pubblica. Prima di tutto proprio qui, in Europa, dove tanto si parla di “laicità”, spesso guardando al passato più che al presente e al futuro. C’è invece da assumere fino in fondo la sfida della libertà religiosa, che oggi, dall’Africa al Tibet, passando proprio per il groviglio del Medio Oriente, è una delle grandi emergenze di civiltà.

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