Dopo le dimissioni di Prodi, il voto anticipato appare più probabile della formazione di un Governo tecnico. Ma un'intesa tra i due leader potrebbe portare a una nuova legge elettorale


Redazione

25/01/2008

di Antonio AIRÒ

Il Senato ha negato la fiducia al Governo. Romano Prodi si è dimesso. Il presidente Napolitano ha avviato le consultazioni per verificare se esiste la possibilità di un Governo che eviti di andare alle urne con questa legge elettorale. Ma i tempi sono stretti.

La Corte Costituzionale ha dato il via libera al referendum popolare che modifica l’attuale sistema elettorale. I cittadini dovrebbero votare in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. Solo lo scioglimento delle Camere potrebbe impedirlo.

A chiedere con decisione che si vada subito a votare è tutto il centro destra, con Berlusconi in testa. Solo Casini avanza qualche perplessità. Ma al dunque anche lui si è allineato. Del resto l’uscita di Mastella dal centro sinistra (così come la defezione di Dini) spinge in questa direzione.

Anche nella sinistra radicale ci sono richieste di andare subito al voto. Il leader del Pd Veltroni ha ripetuto invece ancora ieri che bisogna trovare il modo di evitare le elezioni. Ma la sua appare ormai una proposta di difficile soluzione.

Se queste sono le posizioni dei partiti – come probabilmente saranno espresse al Presidente della Repubblica durante le consultazioni -, appare quasi impossibile che dal cilindro degli incontri e degli scontri tra le forze politiche possa uscire sia un Governo tecnico, sia una grande coalizione, con dentro tutti i partiti o quasi. Quali interessi avrebbe infatti Berlusconi a ritardare, sia pure per breve tempo (cioè a dopo il referendum), le elezioni? Soprattutto dopo aver ottenuto che Prodi venisse sconfitto dal Senato?

Andremo dunque alle urne con questa legge elettorale e in un clima di scontro quale quello più volte registrato nei diciotto mesi del Governo Prodi? È possibile. Segnali in questo senso non mancano. Ma forse non è detto che ciò avvenga automaticamente.

Dopo la bocciatura al Senato, Berlusconi ha reso l’onore delle armi a Prodi: «Ha avuto il coraggio di andare fino in fondo. Visto che è stato indicato dagli elettori ègiusto che dopo il suo Governo ci siano le elezioni. Come pure che sia il suo Governo dimissionario a gestirle».

Può darsi che queste parole siano dovute a una sorta di galateo istituzionale, che spesso in passato il leader del centro destra non ha rispettato. Eppure il riferimento che sia lo stesso Prodi a restare in carica fino alle elezioni potrebbe favorire un’intesa rapida sulla legge elettorale, che passa necessariamente per un’intesa tra Berlusconi e Veltroni.

Ma questa ipotesi – che sembrava aver preso corpo qualche settimana fa – era saltata per la “rivolta” degli altri partiti del centro destra e del centro sinistra (con qualche disponibilità di Rifondazione) e per le riserve – e anche qualcosa di più – dell’ala prodiana, che temeva un ridimensionamento del Presidente del Consiglio. Le critiche levate da Parisi e dalla Bindi sull’indicazione di Veltroni che il Pd avrebbe corso da solo, qualunque fosse il sistema elettorale, lo confermano.

Al di là del merito (e anche della sua praticabilità), una legge elettorale che parta da un’intesa tra Forza Italia e il Partito Democratico – da discutere ovviamente e subito con le varie forze politiche -, potrebbe anche in questi giorni essere ripresa.

Non si è voluto credere alla disponibilità dei due leader. Si è preferita la demonizzazione di entrambi e la difesa del proprio orticello da parte di troppi partiti. Così si è aperta la strada alle elezioni politiche tra poco più di due mesi. A meno che dal cilindro di Napolitano non esca la sorpresa. E Prodi e Berlusconi si parlino, anche tramite Veltroni.

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