A 45 anni dall'attentato di Dallas, il fascino del presidente americano resiste all'usura del tempo. Al punto che la corsa alla Casa Bianca di cui è stato protagonista Obama ha rievocato l'epopea della "Nuova Frontiera"


Redazione

21/11/2008

di Mauro COLOMBO

Alla Convention di Denver che ha consacrato Barack Obama candidato dei Democratici alla presidenza degli Stati Uniti, un momento “magico” – oltre a quello dell’ufficializzazione della nomination del senatore dell’Illinois – èstato quando sul palco è salito Edward Kennedy. Ma la magia, più che dal superstite della celebre dinastia – secondo alcuni, il più dotato di istinto politico dell’intera casata -, èscaturita dalle parole da lui pronunciate: «A novembre la fiaccola passerà a una nuova generazione di americani».

Con quella frase profetica il vecchio e malato Ted ha volutamente riecheggiato la speranza destata in un’altra Convention dal fratello, John Fitzgerald Kennedy, che nel 1960, all’atto di intraprendere la sua vittoriosa corsa per la Casa Bianca, lanciò al Paese la sfida della “Nuova Frontiera”. Un’epopea spazzata via dalle fucilate di Dallas il 22 novembre 1963.

Sono trascorsi 45 anni dal mattino texano fatale a Jfk. Da sempre la ricorrenza dell’attentato stimola ad aggiornare le diverse tesi sorte attorno al delitto. Posto che alla teoria dell’unico sparatore (il presunto folle e fanatico Lee Harvey Oswald) non crede più nessuno da un pezzo, sulla “regia” del complotto e sui suoi possibili mandanti le congetture sono molteplici e anche contradditorie tra loro: Cuba e gli esuli anticastristi, la mafia e l’Fbi, i “falchi” dell’esercito e la Russia, la Cia e i servizi segreti deviati…

L’anniversario di Dallas offre anche l’occasione per dibattere, più che sulle virtù pubbliche del presidente, sui suoi vizi privati e, in particolare, sulle sue intense relazioni extra-coniugali. C’è una domanda, però, che costringe a fare i conti con l’eredità politica di Kennedy: «Se non fosse stato ucciso, cosa sarebbe stato dell’America e del mondo?».

Il diario dei mille giorni della sua presidenza oscilla tra brillanti intuizioni e deludenti esitazioni. Per criticarlo, in effetti, i suoi avversari lo paragonavano alla sua celebre sedia a dondolo: «Si muove su e giù, ma non va da nessuna parte».

In politica estera Kennedy esordì col disastro della Baia dei Porci, operazione mal congeniata dalla Cia per rovesciare Fidel Castro, ereditata dall’amministrazione Eisenhower. Si riscattò nella “crisi dei missili” di Cuba, quando tenne testa a Kruscev evitando di gettare il mondo nel baratro dell’olocausto atomico. In anni in cui la “guerra fredda” tra americani e russi si combatteva anche attraverso la conquista dello spazio, favorì i negoziati per la messa al bando dei test nucleari nell’atmosfera.

Promosse il Corpo dei Volontari per la Pace e l’Alleanza per il Progresso, organismi non governativi che, aiutando i Paesi sottosviluppati, dovevano cancellare l’immagine “imperialista” degli Usa diffusa nel mondo; ma lasciò che la Cia continuasse a ordire complotti e attentati ai danni di capi di Stato “indesiderati”.

Non impedì la costruzione del Muro di Berlino, ma espresse la sua indignazione di uomo liberale e democratico con il celebre «Ich bin ein Berliner» declamato davanti alla Porta di Brandeburgo. Spedì in Vietnam i primi “consiglieri militari” americani, avanguardia delle migliaia di soldati che sarebbero morti negli anni a seguire nel Sud-Est asiatico; ma l’ordine esecutivo per il loro ritiro era sulla sua scrivania nello Studio Ovale per essere firmato proprio al ritorno da Dallas.

In politica interna fu amico e sostenitore di Martin Luther King e autorizzò il sogno suo e di milioni di neri americani circa la fine delle discriminazioni razziali; ma, giunto al dunque, si arrestò davanti alle possibili reazioni degli ambienti più conservatori e la legge sui diritti civili della popolazione di colore finì per essere firmata dal suo successore, Lyndon Johnson.

Con la collaborazione del fratello Robert (ministro della Giustizia), scatenò una guerra senza precedenti a Cosa Nostra e alla criminalità organizzata: quella stessa criminalità organizzata, però, da cui ebbe sostegno elettorale e alla quale la sua amministrazione commissionò dietro le quinte un attentato a Castro. Molti progetti rimasero incompiuti in attesa di un secondo mandato presidenziale, che non ci sarebbe mai stato.

Un coacervo di mosse indovinate e brucianti passi falsi, dunque. A cosa si deve, quindi, la sopravvivenza del mito di Kennedy? Probabilmente all’affascinante complessità del suo profilo: cattolico di origine irlandese, ma portato al dialogo con tutti; eroe di guerra, ma strenuo difensore della pace; laureato ad Harvard, ma in grado di farsi comprendere dai semi-analfabeti minatori del West Virginia; figlio di un miliardario, ma capace di scaldare i cuori agli emarginati degli slums.

Quella domanda – «se non fosse stato ucciso, cosa sarebbe stato dell’America e del mondo?» – è destinata a rimanere senza risposta, senza per questo svilire il senso della speranza che Kennedy seppe suscitare e che molti credono di rivivere con Obama. Gli spari di Dallas impedirono a Jfk di mantenere le promesse che aveva fatto, ma al tempo stesso, paradossalmente, lo preservarono dal rischio di mancarvi.

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