Nell'ultimo Angelus di agosto Benedetto XVI ha preso spunto dall'ultima tragedia del mare per invocare urgenti ed «efficaci risposte politiche». Ma il Papa ha parlato anche della persecuzione dei cristiani in India: «Per i cristiani portare la croce non è facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore»

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Redazione Diocesi

01/09/2008

di Fabio ZAVATTARO

Sempre più si parla di emergenza immigrati, e sempre più si dice che vanno rimosse la cause della migrazione; che vanno perseguiti coloro che sfruttano la disperazione per lucrare sui viaggi verso l’Europa.

Li vediamo arrivare. Uomini, donne bambini: sono affamati, stanchi, privi di forze. Li vediamo arrivare quasi come in un film, su barche che non fatichiamo a chiamare le “carrette dei mari”. Ci vengono mostrati di notte, colti con gli obiettivi della visione notturna; o di giorno mentre solcano i mari su un barcone che fa fatica anche a tenerli assieme per quanti sono. È un popolo che affronta ogni fatica pur di lasciarsi alle spalle tragedie, fame e guerre.

Il viaggio, la traversata del Mediterraneo, viene visto come inizio di una nuova esistenza; l’Europa, come «approdo di speranza per sfuggire a situazioni avverse e spesso insostenibili». A volte il viaggio si trasforma in tragedia: proprio pochi giorni fa la cronaca ci ha raccontato una di queste tragedie che «sembra aver superato le altre per numero di vittime».

Forse proprio le tante persone che hanno perso la vita; forse le immagini di quelle incredibili traversate dove la disperazione è più forte della paura, delle privazioni, dei pericoli, sono state viste come l’apice di una situazione ormai non più sostenibile.

Così Papa Benedetto, all’Angelus, ha voluto levare alta la sua voce per dire: l’emergenza in cui si è trasformata nei nostri tempi la migrazione «ci interpella e, mentre sollecita la nostra solidarietà, impone, nello stesso tempo, efficaci risposte politiche».

Certo, c’è chi si muove sul difficile terreno della questione della migrazione irregolare: «A loro– dice il Papa – va il mio plauso e il mio incoraggiamento, affinché continuino la loro meritevole azione con senso di responsabilità e spirito umanitario».

Benedetto XVI si è rivolto innanzitutto ai Paesi di origine, «non solo perché si tratta di loro concittadini, ma anche per rimuovere le cause di migrazione irregolare, come pure per stroncare, alle radici, tutte le forme di criminalità a essa collegate».

Poi, ecco l’Europa, meta di questi viaggi migratori. I Paesi europei sono «chiamati a sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari». L’Europa – dice dunque il Papa – deve accogliere gli irregolari, i quali, però, vanno «sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni e sul dovere della legalità che si impone a tutti».

«Come Padre comune – dice – sento il profondo dovere di richiamare l’attenzione di tutti sul problema e di chiedere la generosa collaborazione di singoli e di istituzioni per affrontarlo e trovare vie di soluzione». Parole forti, quelle usate dal Papa, che richiama ai propri doveri i Paesi europei e anche i Paesi che si affacciano al Mediterraneo e che ospitano le basi di partenza di questi viaggi della disperazione.

Ma l’Angelus ha toccato anche un altro tema, che in qualche modo si richiama alle vicissitudini di questi uomini e donne che scelgono la via del mare per scappare da situazioni di violenza e di povertà estrema: il dialogo tra Pietro e Gesù che parla di cosa l’attende a Gerusalemme.

Pietro ragiona con la logica umana, è convinto che Dio non lascerà morire suo figlio sulla Croce. Gesù sa che senza la Croce non ci sarà risurrezione, non saranno sconfitti il peccato e la morte. «La lotta non è finita – commenta Papa Benedetto -. Il male esiste e resiste in ogni generazione, anche ai nostri giorni. Che cosa sono gli orrori della guerra, le violenze sugli innocenti, la miseria e l’ingiustizia che infieriscono sui deboli, se non l’opposizione del male al regno di Dio?».

Come rispondere al male «se non con la forza disarmata dell’amore che vince l’odio, della vita che non teme la morte». Come per Cristo, «così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore». E ancora oggi sono tanti i luoghi dove i cristiani sono chiamati a portare la Croce, come nelle recentissime violenze nello stato indiano dell’Orissa, dove per L’Osservatore Romano sarebbero circa seimila i cristiani attualmente nascosti nella giungla, nel tentativo di sottrarsi a ulteriori atti di violenza.

Più di quaranta sono le chiese bruciate e oltre 300 case sono state date alle fiamme. Due chiese e tre scuole cattoliche sono state saccheggiate a Gwalior, città dello Stato settentrionale indiano dell’Uttar Pradesh: il saccheggio sarebbe opera di attivisti fondamentalisti indù. Ma non solo l’India: vescovi e sacerdoti soffrono ancora il carcere e gli arresti domiciliari in Cina; in altri luoghi non c’è libertà di professare la fede cristiana.

Dice il Papa: nel nostro mondo attuale dominano «le forze che dividono e distruggono». Ma Cristo «non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito: chi vuol essere mio discepolo, rinneghi il proprio egoismo e porti con me la croce». Il suo non è un semplice discorso di non violenza, ma una vera “rivoluzione”perché chiede di amare non l’amico, ma il nemico.

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