Dopo i pesanti ribassi delle Borse, la prevista crisi dell'economia americana farà sentire i suoi effetti anche in Europa. Particolarmente in quei Paesi - come l'Italia - che non sono riusciti a migliorare la situazione dei loro conti pubblici


Redazione

25/01/2008

di Nico CURCI
Economista

Il vento ribassista spazza le Borse di tutto il mondo. Tutto l’arco della giornata di lunedì 21 gennaio è stato scandito dai pesanti segni “meno” che si sono avvicendati con il fuso orario alla chiusura dei mercati di Borsa da Tokio a Londra. Solo Wall Street è stata risparmiata perché chiusa per festività. Ma pagherà anch’essa il conto.

La causa immediata della brusca caduta èla delusione dei mercati per il piano di investimenti pubblici e stimoli fiscali presentato dal Governo americano per far fronte alla crisi economica, ritenuto insufficiente dagli operatori. Questi sono sempre più convinti che la recessione in America ci sarà e non sarà né breve, né lieve.

La Federal Reserve si affanna a tagliare il costo del denaro, ma gli stimoli di politica monetaria hanno effetti sull’economia solo dopo un anno (in media) e quindi non servono molto a evitare la forte frenata già in corso. Si sperava nell’altra leva in mano al policy maker americano, quella fiscale appunto, ma le decisioni prese appaiono insufficienti.

Le cause remote della crisi sono ormai note e risiedono negli eccessi degli anni passati, quando un micidiale mix di spregiudicatezza finanziaria e di corsa all’acquisto degli immobili ha creato un forte sbilanciamento nel mercato finanziario.

Da un lato la fame di abitazioni da parte degli americani, sostenuta da una continua crescita della popolazione, dal facile accesso al credito anche senza prestare adeguate garanzie (mutui sub-prime) e dall’illusione di un continuo aumento di valore degli immobili; dall’altro una crescente innovazione finanziaria da parte delle banche, che presentavano bilanci da record soltanto perché erano riuscite a trasferire su ignari risparmiatori gli enormi rischi che esse stavano correndo, concedendo prestiti senza garanzie praticamente a tutti, tramite l’emissioni di apposite obbligazioni il cui retrostante era costituito da questi crediti rischiosissimi.

Non appena si è capito cosa c’era dietro gli attivi da record delle banche e una delle società create ad hoc per queste operazioni è fallita, i mercati hanno reagito iniziando a perdere, perché la fiducia è crollata: non si capisce più dove siano davvero annidati i grandi rischi. La mancanza di informazioni è ciò che più fa male ai mercati finanziari.

Possiamo trovare una causa ancora più remota per questa crisi: lo sbilanciamento dei flussi di risparmio mondiali degli ultimi quindici anni. Da un lato un’America affamata di soldi per finanziare l’enorme debito delle famiglie, a cui con Bush si è aggiunto il deficit del bilancio pubblico; dall’altro il resto del mondo, con la Cina in testa, a “esportare” verso gli Usa il suo risparmio e le sue merci, sostenuto dalla forza del dollaro che rendeva convenienti i beni prodotti fuori dal continente americano. Il cambio tra dollaro e yuan, pervicacemente tenuto fisso dall’autorità cinesi, ha aiutato questo processo. Anche su questo punto ormai i nodi sono venuti al pettine: il dollaro si è già svalutato di molto e il passivo dei conti americani con l’estero si sta ribilanciando.

Nei prossimi mesi probabilmente assisteremo ancora a qualche scossone. Certamente registreremo nei dati la recessione dell’economia americana. Ancora incerto è tuttavia quanto essa durerà e di che entità sarà. Per noi europei, bisogna anche capire in che misura la crisi americana avrà ripercussioni sulle nostre economie. Probabilmente il rallentamento sarà forte anche da noi. E sarà causa di problemi per quegli Stati, come l’Italia, che non hanno avuto il necessario coraggio per migliorare la situazione dei conti pubblici in tempi di vacche grasse.

Ora che le vacche magre sono alle porte, forse i tormentoni su come spendere i vari tesoretti saranno solo un ricordo, con il serio rischio che al ricordo si sostituisca il rimpianto per non aver fatto quello che si doveva fare: il pianto della cicala nei mesi del freddo, dopo la dissennatezza del caldo dell’estate!

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