Da 9 anni in coma vigile, è accudita dai genitori, Faustino e Giovanna, a Nova Milanese. Il dramma dopo una gravidanza finita male, lei colpita da embolia e la bambina morta. Contro il parere di tutti, papà e mamma la riportano a casa. Ora, impensabile per gli stessi medici, riesce a deglutire e a essere nutrita per bocca


Redazione

27/11/2008

di Enrico VIGANÒ

È vero, l’amore può fare miracoli. Per averne una prova, basta entrare nella casa di Faustino e Giovanna Quaresmini a Nova Milanese. Qui l’amore lo si respira. Qui l’amore ha un nome: Moira, la figlia di 39 anni, da 9 anni in coma vigile, una sindrome nota anche come stato vegetativo persistente. È accudita dai genitori, aiutati dagli operatori dell’Asl per l’assistenza igienico-sanitaria e fisioterapica.

Fino al 12 gennaio 2000 Moira è una bella ragazza felicemente sposata e con un negozio di parrucchiera a Senago. È al nono mese di gravidanza. La visita ginecologica effettuata quel giorno è rassicurante. La notte stessa, però, perde le acque e a causa di un’embolia amniotica entra in coma.

In ospedale viene sottoposta al taglio cesareo. Nasce una bambina di 4 chili, Asia, che purtroppo muore pochi minuti dopo. La mamma resta in terapia intensiva, prima all’ospedale di Desio, poi a quello di Seregno e quindi a quello di Erba. Ovunque i medici sono concordi: solo un miracolo potrà salvarla. I genitori vogliono credere al miracolo e, contro il parere di tutti, portano Moira a casa propria. Il papà Faustino, che di professione faceva il capomastro, ristruttura l’abitazione a misura della figlia:

«I primi due anni – dice Faustino, 67 anni – la nostra casa sembrava un ospedale. In casa Moira è stata perfino operata per un’infezione causata dal cibo fuoriuscito dalla Peg (Gastrostomia endoscopica percutanea, ndr)». Superato il problema della Peg, ecco presentarsene un altro: Moira inconsapevolmente si morde la bocca, procurandosi ferite e infezioni.

Si rende necessario il ricovero in ospedale. «Acconsentire che le venissero asportati tutti i denti è stata una decisione molto sofferta – dice la mamma Giovanna Melon, 60 anni -. Dopo questo intervento, però, abbiamo potuto iniziare a porgerle cucchiaini con acqua o succo di frutta. Ma quante ore, anzi quanti giorni ho impiegato».

Ora Moira, cosa impensabile per gli stessi medici, riesce a deglutire e a essere nutrita per bocca: in nostra presenza, Giovanna appoggia sulle labbra della figlia il cucchiaino con il succo di frutta. Moira deglutisce lentamente il liquido. E così di seguito. Al termine la mamma stampa un ennesimo bacione sul viso della figlia. Moira sorride. Un sorriso appena accennato, ma è un sorriso.

«La prima volta che mi ha sorriso quattro anni fa mi sembrava di sognare – racconta Giovanna -. Mi dicevano che ero fissata. Ho parlato con il medico, che mi ha rassicurata. Sì, sorride e riconosce le voci. Di una cosa sono certa: se fosse stata in una struttura ospedaliera Moira forse non avrebbe raggiunto questi risultati, e non sarebbe riuscita a nutrirsi senza sondino. Sì, il sondino lo porta ancora, ma solo per l’idratazione».

Moira è alimentata dall’amore di tutta la famiglia. Con lei c’è sempre qualcuno: la nonna Rosa di 88 anni, il fratello Luigi e il nipotino Luca. E soprattutto i genitori: Giovanna e Faustino sono l’emblema della gioia. I loro visi sono sempre radiosi. Visi di chi, pur nella fatica di ogni giorno, ha saputo amare e accettare la malattia della figlia.

«Noi siamo felici di non aver ascoltato i medici – dice Faustino – e di aver voluto assistere Moira anche se in stato vegetativo in casa nostra. Non siamo degli eroi. Siamo solo genitori. E un genitore non può abbandonare la propria creatura. Nostra figlia ha lo stesso quadro clinico di Eluana Englaro, con la sola differenza che Moira è curata in casa da noi genitori. Moira, pur nelle sue condizioni, è viva e sono convinto che ci sente. Ma come potrei in coscienza sospendere l’alimentazione? È impensabile. Vorrei invitare tutti coloro che hanno un familiare in coma vigile a non lasciarlo in ospedale, ma ad assisterlo nella propria casa, perché l’amore può fare quei miracoli che la scienza non può fare».

«Adesso – aggiunge Giovanna – non ci sembra vero, ma quanto abbiamo sofferto. Io e Faustino non frequentavamo molto la Chiesa. Abbiamo iniziato a entrare in chiesa negli ospedali di Desio e di Seregno. Un grande aiuto ci è stato dato dai cappellani e dagli amici di Radio Mater di Erba. Mentre ascoltavamo casualmente la trasmissione A cuore aperto, mio marito osservava: vedi Giovanna, non siamo i soli ad avere certi problemi. E così abbiamo iniziato a riprendere fiducia e a pregare molto. Quando ci è possibile, ci rechiamo a Erba, a trovare gli amici di Radio Mater, e portiamo anche Moira».

Giovanna e Faustino non si sono arresi all’idea di tenere Moira relegata in casa. Hanno acquistato un pulmino predisposto per il trasporto degli allettati e tra la meraviglia di tutti portano Moira in chiesa e anche al mare, a Borghetto, con l’Unitalsi di Monza.

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