Il "Libro Verde" sulla riforma del welfare mira a una "società orientata al futuro" attenta alle nuove generazioni. Ma per fare questo occorre mettersi in ascolto dei protagonisti, delle loro aspirazioni e delle loro insoddisfazioni


Redazione

10/09/2008

di Andrea CASAVECCHIA

Si apre con una dedica ai giovani e alle loro famiglie il “Libro Verde” sul futuro del modello sociale, intitolato La vita buona nella società attiva. Con questo documento il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali avvia una consultazione pubblica rispetto a una riforma del nostro welfare.

Un sistema sociale che abbia a cuore i giovani carica, innanzitutto, di responsabilità le altre generazioni, chiamate a qualche sacrificio, essendo le più protette dall’attuale sistema. Però una politica sociale attenta ai giovani non può essere esclusivamente una dichiarazione di intenti.

Così, sebbene la parte del leone nel documento sia dedicata agli anziani e alla riorganizzazione dei vari sistemi della sanità, si possono rintracciare anche alcune indicazioni di partenza per lo sviluppo di una possibile politica giovanile, cogliendo due direttrici sulle quali si intenderebbe lanciare una “società orientata al futuro” attenta alle nuove generazioni.

La prima attiene a «favorire l’ingresso immediato dei giovani nel mondo del lavoro», considerato «pietra di costruzione delle proprie scelte di vita». La garanzia di un lavoro, che forse sarebbe più opportuno considerare uno strumento, dovrebbe ruotare secondo il “Libro Verde” attorno a tre variabili: percorsi scolastici senza ritardi, molteplici esperienze lavorative durante lo studio, immediato ingresso nel mondo del lavoro.

La seconda direttrice punterebbe a un accompagnamento delle «scelte responsabili» dei giovani adottando «politiche di prevenzione (delle patologie) e di sostegno (nei casi di insuccesso)».

Infine, si prende un impegno a non lasciare soli i giovani. Così «alle politiche di incentivazione dell’autonomia personale nelle scelte responsabili devono corrispondere reti di prevenzione e condivisione sociale dei rischi», nelle quali svolgerebbe un ruolo primario la famiglia, quale cellula vitale della comunità.

Si ricavano dall’esame del documento tre elementi che solamente forniscono un punto di partenza, da verificare attentamente, per non cadere in un’impostazione efficientistica (che si cela spesso dietro una formazione rivolta alla produttività del mercato) e funzionale (con la proposta di adozione di stili di vita che non gravino sulla spesa pubblica) che finisce per dimenticare proprio quella centralità della persona, della vita e della famiglia che giustamente nel documento si vorrebbero servire.

Per orientarsi al futuro occorrerà senz’altro calibrare meglio il tiro a partire dai soggetti, in questo caso i giovani. Per impostare una politica attenta ai bisogni concreti occorre mettersi all’ascolto dei protagonisti, delle loro inquietudini e delle loro insoddisfazioni, delle loro aspirazioni e dei loro impegni che celano tanto i disagi profondi quanto le potenzialità creative della nostra società.

Poi sarebbero auspicabili interventi coinvolgenti che possano coordinare, stimolare e attivare reti sociali da promuovere tra gli attori del territorio: istituti scolastici, scuole, parrocchie, enti sportivi, associazioni familiari. Per porre attenzione alle giovani generazioni c’è bisogno di un’azione condivisa che parta dal basso, perché soltanto attraverso la vicinanza – che è l’altro nome della sussidiarietà – si potrà trasmettere loro un sostegno, tutelandone l’autonomia personale.

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